Trilobiti di Breece D'J Pancake

Il commento...

“Trilobiti”
di Breece D'J Pancake


Acquista su laFeltrinelli/IBS/inMondadori

“Cammino, ma non ho paura. Sento che la mia paura si allontana in cerchi concentrici attraverso il tempo, per un milione di anni.”

Quando in occasione dell'uscita di questa raccolta di racconti il New York Times celebrò l'autore come “il nuovo Hemingway”, Breece Pancake era già morto suicida!

Forse il paragone era eccessivo, frutto dell'impatto emotivo lasciato dalla scomparsa di un ragazzo ventiseienne, ma leggendo i dodici racconti che compongono la raccolta “Trilobiti” (editi in Italia da Isbn edizioni; disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori) a distanza di trent'anni dall'edizione in lingua inglese, è impossibile non rimanere colpiti dal talento granitico dell'autore.

Pancake racconta l'America sconfitta e lacerata, quella che non ha mai conosciuto il Sogno Americano, e lo fa con mano sicura, chirurgica.

I protagonisti dei suoi racconti sono persone comuni che popolano le desolate zone rurali del West Virginia, sono camionisti, minatori, ex carcerati, benzinai, pugili falliti. La scelta del titolo della raccolta, tratto da quello di uno dei racconti, racchiude quanto ci sia da sapere su di loro. Trilobiti. Fossili senza alcuna prospettiva per il futuro, inchiodati nelle loro vite come nella pietra, senza alcuna possibilità di redenzione, il cui fascino è racchiuso nel loro passato, quando ancora avevano sogni.

Pancake non racconta movimento, perché a questa gente non è concesso. Presenta dodici istantanee prese da altrettante vite, sempre alle prese con problematiche semplici, quasi inutili, prettamente funzionali.

“comincia un altro mese sul fiume, poi un mese a terra. Solo le storie che raccontiamo cambieranno, avvolgeranno altri tempi e altri nomi. Ma ci saranno gli stessi lavori per diciotto ore al giorno, e presto non ci saranno più le storie…”

Sotto diversi aspetti “Trilobiti” mi sembra una rivisitazione moderna di “Winesburg, Ohio” di Sherwood Anderson.
Dietro all'apparente calma della natura circostante c'è il lento attrito di esistenze, ma a differenza di Anderson, Pancake non vede speranza, non vede possibilità di fuga. “Winesburg, Ohio” terminava infatti con la libertà, il viaggio verso la città e i progetti per il futuro, mentre i protagonisti di “Trilobiti” non si liberano, non fuggono, al massimo ritornano.

“Mi fermo davanti alla stazione dei pullman, dentro guardo le persone che aspettano e penso a tutti i posti in cui stanno per andare. Ma so che non riusciranno a scappare o che non sarà una sbornia che li tirerà fuori di lì, o che non sarà la morte a liberarli da tutto…”

Quello che mi pare accumunare tutti i personaggi che popolano la raccolta è che nessuno sembri mai porsi domande sulla propria condizione, rimanendo in uno stato di mera esistenza, incapaci di trasformare l'infelicità in rabbia, in cambiamento.

Eppure in tutti i racconti è possibile scorgere un punto di rottura nel passato dei suoi protagonisti, un'istante che fosse andato diversamente avrebbe cambiato per sempre la loro esistenza, ma che nessuno ha mai colto.
E allora rimangono lì, appesi a quella natura morta di ruggine, animali morti e miniere, silenziosamente sperando che al mondo tutto sia ciclico, e quel punto di rottura possa tornare.

In definitiva una lettura intima e profonda, quasi dolorosa, ma che mi sento sicuramente di consigliare.


L'Autore - Breece Dexter John Pancake (South Charleston, 1952) è stato uno scrittore americano. Cresciuto in West Virginia, dopo la laurea si è dedicato all'insegnamento dell'inglese in due accademie militari della Virginia, Fork Union e Staunton, coltivando intanto l'interesse per la scrittura.
Iniziò a pubblicare racconti sulla rivista “The Atlantic Monthly”, e proprio tra quelle pagine, a causa di un errore di battitura, divenne Breece D'J Pancake.
Morì nel 1979, uccidendosi con un colpo da arma da fuoco.

L'unico libro edito, “Trilobiti” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori), raccoglie una selezione di racconti pubblicati su “The Atlantic Monthly”.

 

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