Accabadora di Michela Murgia

Il commento...

“Accabadora”

“Fillus de anima.
E' così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai.
Quando la vecchia si era fermata sotto la pianta del limone a parlare con sua madre Anna Teresa Listru, Maria aveva sei anni ed era l’errore dopo tre cose giuste.”

Inizia così il romanzo “Accabadora”, scritto dalla sarda Michela Murgia e pubblicato da Einaudi nel 2009.

Non sono solita avvicinarmi ai romanzi freschi di stampa che scalano le vette delle classifiche e vengono incensati dalla critica popolare. Sono infatti passati tre anni dalla sua pubblicazione, tempo in cui il romanzo ha vinto il Premio Dessì nel settembre 2009, il SuperMondello e il Premio Campiello nel 2010, prima che io decidessi di leggerlo. 

Il romanzo ci accompagna nella campagna sarda, a Soreni, paese inventato che rappresenta la vera Sardegna degli anni Cinquanta, che si divide tra una vita regolata dalle tradizioni, dalla natura, dalle superstizioni e dalle lunghe gonne nere e i tempi moderni della televisione e dei jeans. 

 

I temi principali che tratta sono la maternità e la morte. La prima non tanto intesa come maternità di sangue, ma come maternità elettiva: i figli dell'anima sono quei bambini orfani di entrambi o un genitore, o nati in una famiglia povera, che vengono accolti in maniera perpetua da una nuova madre. Il legame con le radici della vecchia famiglia non si spezza, ma questi fillus de anima acquisiscono una seconda famiglia che provvede alla loro educazione e al mantenimento, senza adottarli formalmente. In Accabadora, Maria Listru è l’ultima di quattro sorelle e trova in Tzia Bonaria Urrai la sua madre elettiva, che la sprona a studiare e le insegna il mestiere di sarta.

Il tema della morte s’intreccia a quello della maternità con un legame indissolubile e ci avvicina ad un personaggio non sconosciuto alla cultura mediterranea: la femina accabadora, ovvero colei che poneva fine alla vita di anziani moribondi e sofferenti, previa richiesta della famiglia. Bonaria Urrai, come uno spirito nero, è colei che aiuta i sofferenti ad andarsene, una parca che spezza il filo della vita senza “distinguere tra la pietà e il delitto”.
Al paese lo sanno tutti, ma tutti fingono di non sapere: l’unica ad ignorare la verità è la sua fillus de anima Maria, che crede Bonaria una semplice sarta.

Entrambe le usanze s’insinuano nel profondo della cultura sarda contadina, dove hanno un valore sociale e grazie alle quali la comunità si gestisce autonomamente mettendo in comune i beni e i mali della vita; ambedue accompagnano Maria nel suo percorso di crescita, dalla fanciullezza all’età adulta, passaggio in cui dovrà cambiare il suo punto di vista nei confronti dell’eutanasia

Dopo averlo letto, i dubbi che mi avevano impedito di aprirlo sono rimasti pressoché invariati: la storia ha delle buone basi e degli spunti narrativi interessanti ma si consuma in fretta, la narrazione è caratterizzata da un linguaggio scarno che diventa esageratamente poetico a tratti, differenza che stride in molti punti. Inoltre, alcune parti narrative sembrano inserite più per allungare la storia che per darle una maggiore profondità. 

Mi però è capitato sottomano l’audiolibro di Accabadora, letto dalla stessa autrice: non so se è stata l’inflessione sarda o la buona narrazione, ma mi è sembrato che questo romanzo sia molto più adatto all’ascolto che alla lettura.


Michela Murgia è nata a Cabras il 3 giugno del 1972. Ha avuto una formazione cattolica, è stata animatrice ed educatrice nell’Azione Cattolica e referente regionale del Settore Giovani. Le sue esperienze lavorative sono varie: venditrice di multiproprietà, operatore fiscale, dirigente amministrativo di una centrale termoelettrica e portiere notturno.
Dopo il suo primo libro “Il mondo deve sapere, romanzo tragicomico di una telefonista precaria”, che tratta la realtà degli operatori di telemarketing che lavorano nei call center, ha scritto il pluripremiato “Accabadora”, “Viaggio in Sardegna. Unidici percorsi nell’isola che non si vede” e “Ave Mary. E la chiesa inventò la donna”.

 

 

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