“Le notti sembravano di luna” – reportage

Il reportage...

“Le notti sembravano di luna” - reportage

Di seguito, il resoconto dell'incontro di presentazione di “Le notti sembravano di luna” di Laura Bosio.

L’incontro si è svolto a Pavia, lo scorso 15 marzo 2012, presso il Collegio Universitario Santa Caterina.

«Sì, comincio a vederla, non credevo nemmeno esistesse più, o fosse mai esistita. Una bambina dimenticata, diventata un mistero»

Giovedì 15 marzo al Collegio Santa Caterina - in un incontro pensato per gli studenti del master in “Professioni e prodotti dell'editoria”, ma aperto anche al pubblico esterno - si è parlato di infanzia, di ricordi, perfino di fiabe, quelle che hanno per protagoniste persone vere, però, principesse, castelli e oggetti magici che - a ben guardare - sono figure comuni e quotidiane: una bambina con il suo sogno, una casa popolare in una piccola città di pianura, una bicicletta a far da tappeto magico, per fughe in riva al fiume piuttosto che fra le stelle.

Quello che Laura Bosio ha presentato in serata - “Le notti sembravano di luna”  (edito da Longanesi)- è un libro che, a colpo d'occhio, non avrei detto essere propriamente nelle mie corde.

Storie di sentimenti, familiari, nostalgiche, un po' melense. E la bambina bionda coi calzoncini gialli che campeggia in copertina non contribuiva a levarmi questa sensazione: fa un po' troppo Mulino Bianco. Ma, perplessità iniziali a parte, il libro l’ho letto, e ci ho trovato degli elementi interessanti. Non è tutto scontato come immaginavo, non mancano spunti di originalità e personaggi che lasciano trasparire una bizzarria di fondo nelle loro vite apparentemente borghesi e omologate.

Arriva l'autrice, accompagnata da Valentina Fortichiari, che introduce la presentazione.

Si comincia mettendo in evidenza il centro del romanzo, che ruota intorno al rapporto fra Caterina e i genitori, un padre e una madre molto diversi nel modo di comunicare gli affetti - espansivo il primo, chiusa e per certi versi anaffettiva la seconda -, ma anche - a mio parere - molto simili in quell'inquietudine che si trascinano dietro come un gatto pigro, che soffia e non graffia.

Ma chi sono il padre e la madre di Caterina, e chi dei due cattura di più? La donna che si vestirebbe sempre di nastri e l'uomo che dai balconi parla agli orti: così, in estrema sintesi, i personaggi, come li racconta l'autrice. Adele - la madre - è la summa di contraddizioni interiori e sociali allo stesso tempo, è donna nata poverissima e instradata verso l'agiatezza borghese grazie al matrimonio con il caporeparto di una litografia. Per la figlia vorrebbe lo stesso universo di tranquillità borghese, che sa essere la sola garanzia possibile di benessere, pur se non può evitare di sentirlo come una gabbia. Dorata, certo, ma pur sempre una gabbia. E allora lei, Adele, da brava sarta si cuce addosso un ruolo che non è il suo, insieme ai golfini girocollo da signora bene, che - se potesse, se non fosse sconveniente - sostituirebbe con nastri colorati ed estrosi, eccentrici come eccentrica è lei, pur se non vuole ammetterlo.

Le sue sono le contraddizioni di un'epoca che attraversa il boom economico e quella rivoluzione dei modelli culturali che prepara il clima del Sessantotto. E Caterina assorbe tutto.

Ascolta l'audio con le parole dell'autrice...

Questa madre che poco sa amare e farsi amare (“Io non parteggio per lei” - dice la Fortichiari - “Amo più il padre”) è un motore forte della storia, un cuore, uno dei tanti presenti in queste pagine, per usare ancora le parole della relatrice. è il genitore-eroe, un po' idolo un po' mito - fa notare la Bosio -, una sorta di gigante perfetto e idealizzato, per quel processo di trasfigurazione di cui sempre i bambini fanno oggetto la realtà che li circonda, cominciando dai loro genitori. E pur se Adele è assente e fredda, pur se non elargisce troppe coccole, Caterina non può farne a meno, continuando a rivolgersi a lei con un desiderio smisurato di piacerle, di carpirne l'affetto, o un bacio, o un abbraccio.

E poi c'è il padre, di certo più affettuoso verso la figlia, ma anche lui, in fin dei conti, uomo problematico e inquieto. In fabbrica ha fatto carriera, ma le ingiustizie di quell'ambiente non ha smesso di vederle: vorrebbe denunciarle, cambiare il mondo e recuperare - forse anche insegnare - il senso vero della democrazia. Finisce per farlo solo a parole, nei comizi declamati sul balcone di casa, davanti a una platea di ortaggi e verdure. La sorte grottesca di un rivoluzionario mancato, e sono d'accordo con l'autrice quando le sento dire che considera questo uno spunto narrativo irresistibile, una di quelle trovate originali di cui parlavo all'inizio.

Mi sembra di vederlo questo Che Guevara da condominio, questo rosso compagno di rivoluzioni fatte dietro una ringhiera. Bé, è letteratura, certo, è romanzo... e poi, no, scopro che non è solo questo, che l'immagine viene da un fatto reale, un aneddoto risalente agli anni '30. Mentre ascolto il racconto della Bosio, penso a mio nonno, alle sue storie di guerra - pur se la guerra qui non c'entra -, alla sua dialettica ciceroniana e ipnotizzante...

“Un giorno direte: aveva ragione quell'uomo che parlava dal balcone delle case rosse”

Al termine dell'incontro -grazie a “imieilibri.it”- potrò rivolgere alcune domande all'autrice. Le ho appuntate a matita sul block-notes durante l’attesa. L'autobiografia, quanta ce n'è nel libro: questo è d'obbligo chiederlo e poi rompe il ghiaccio.

“... la bicicletta come simbolo della fuga... Quanto la bambina Laura assomiglia a Caterina? Quanto è autobiografica questa vicenda? Scusa se la domanda suona indiscreta...”

Ecco, domanda bruciata. La Fortichiari mi precede. Lo dicevo che il punto era imprescindibile...

Peccato, perché ora che sento la risposta capisco che la domanda non era scontata come credevo: potevo giocarmela, ma pazienza... In queste pagine - dice l'autrice - l'autobiografia è generale, soffusa: è un clima, non un personaggio. Autobiografica, insomma, è la voglia di recuperare la stagione dell'infanzia, di ricostruirla attraverso un mosaico di ricordi; mentre le somiglianze fra chi scrive e la protagonista sono meno marcate di quanto si sarebbe portati a credere: “Io ero una bambina timida, tutt'altro che intraprendente come Caterina. Mi piaceva molto andare in bici, questo sì, ma non avevo mai pensato di diventare un corridore...”, racconta la Bosio, aggiungendo però che nella tenacia di Caterina, nel suo continuo allenarsi per migliorare i tempi, per andar sempre più veloce, per diventare una campionessa, rivede un po' se stessa e il suo lavoro, quello della scrittura, che di tenacia e costanza non ne richiede certo meno.

Si passa poi ai riferimenti letterari, ai “modelli”, diciamo così: secondo la Fortichiari ne “Le notti sembravano di luna” c'è un po' del “Lessico familiare” di Natalia Ginzburg e di “Infanzia” di Nathalie Sarraute (di cui una frase è citata a inizio volume, come un promemoria o un debito d'ispirazione: “Allora, hai proprio deciso di fare una cosa simile? Rievocare i tuoi ricordi d'infanzia... è questo che vuoi, poche storie”. E pare che - altro aneddoto - “Poche storie” sia stato uno dei titoli proposti quando il volume arrivò in casa editrice...). Ma tra i modelli - o gli ispiratori -c'è anche Bruno Schulz, con il suo “Le botteghe color cannella”: è Laura Bosio a ricordarlo, per quell'idea del ritorno all'infanzia come “ritorno di Ulisse”, qualcosa di diverso dalla nostalgia, qualcosa come un rendersi conto che era proprio quella - l'infanzia - l'età geniale, quando il mondo è una continua scoperta e non c'è nulla che si sottragga alla curiosità, nulla che lasci indifferenti...

La fine dell'incontro si sta avvicinando. Il pubblico in sala (si tratta per la maggior parte di studenti del master di cui parlavo) da questa serata si aspetta qualcosa di più della semplice presentazione di un libro : nel libro - cioè, nella materialità delle parole, nel lavoro di costruzione del testo, diciamo anche del “prodotto”, ma suona malissimo - ci vuole entrare. è un pubblico di lettori non tradizionali, lettori che sognano di diventare addetti ai lavori.

E non dev'essere casuale che per l'occasione sia stata invitata proprio Laura Bosio, la quale - oltre a scrivere - si occupa di editing e con il suo lavoro ha aiutato molti scrittori - “Davvero un gran numero”, confessa - ad acquisire una maggior consapevolezza di scrittura.

“Il segreto è leggere i libri e capire cosa vogliono dire”, spiega l'autrice. “è così che si può aiutare un libro potenzialmente buono a diventare migliore, e un occhio esterno, per questo scopo, è fondamentale: io, ad esempio, faccio editing sui testi degli altri, ma non sarei in grado di farlo per un mio libro”

E prosegue: 

“Perché mi piace questo lavoro? Perché ti permette di entrare nei personaggi e nelle loro storie per il tramite delle parole, che io amo. Insomma, fare editing è un modo per abitare altri mondi”

Se mi avessero chiesto perché spero di poter lavorare in una casa editrice, occupandomi del “cammino di un testo” verso il suo farsi libro, probabilmente avrei spiegato la cosa - o avrei cercato di farlo - usando termini simili. Non c'è niente da fare, la scrittura si porta dietro quest'aura di magia, un po' romantica e chissà quanto reale (le logiche editoriali sono ben altra cosa...), ma che importa? Senza affascinarsi, non si muove passo.

La chiusura, allora, è affidata proprio al senso della scrittura, più strumento di conoscenza che di “terapia” - dice ancora l'autrice -, un modo per ordinare le idee, per “pensar meglio”.

La bicicletta di Caterina è un po' la penna dello scrittore: sempre in movimento, perché “gli uomini non hanno radici, ma gambe e piedi, e necessitano di cambiamenti”.

Come una corsa in bicicletta, la scrittura è libertà, ma anche fatica muscolare, e lo scrittore - i romantici si rassegnino - è un artigiano paziente che deve “saper sopportare anche l'ineleganza del sudore”, conclude la Bosio.

A tu per tu con l'autrice
Le mie domande appuntate a matita, non le ho dimenticate. Hanno accumulato cancellature e scarabocchi, ma sono ancora qui. L'autrice firma qualche copia, saluta i presenti. Io aspetto con queste tracce di grafite in mano.

Laura è gentilissima e al termine del giro di saluti mi concede qualche minuto. Solo due domande, non voglio approfittare troppo della sua disponibilità.

Parto chiedendole che sapore ha questa storia strutturata come una fiaba, con la città-castello, la bambina principessa e il fiume abitato da pescatori e cercatori d'oro. “[...] nella fiaba vince il matto”, si legge nella penultima pagina del libro. Ma poi Caterina abbandona il suo sogno, e io non sono tanto sicura che quel matto vinca, non so se questa fiaba abbia più il senso della perdita o del recupero. Allora lascio che sia Laura a spiegarmi meglio le intenzioni del romanzo:

“Credo che i sapori siano tanti, non uno solo. Se dovessi dire qual è quello che prevale, direi che si tratta di un buon sapore: un sapore che è senso di ritorno, possibilità di recupero a un altro giro della spirale. Mi interessava che questo tono di fiaba si sentisse, e che fosse forte, perché credo che sia qualcosa di connaturato all'infanzia e perché permette di tenere insieme registri, modalità e sapori diversi, armonizzando - come nelle fiabe si riesce a fare - tutte le varie sfumature e gradazioni della vita, dal pericolo allo spavento, dalla forza all'energia, passando per la scoperta, l'incanto e la disillusione”

Questo è un romanzo di buoni sentimenti. Per fortuna, gli mancano molti difetti del genere, l'ho già detto. Ma il tono di fondo non cambia (pur se Laura su questo punto mi contraddice). E anche in un romanzo così - in tutti i romanzi - io faccio il tifo per i personaggi irrisolti, per i tipi problematici. Per il padre che parla agli orti, per la madre che si vestirebbe di nastri e non dimostra l'amore, per il nonno ex partigiano che costruisce fisarmoniche. Chiedo a Laura perché a un certo punto questi personaggi smettono di ribellarsi, perché protestano sempre a mezza voce, mai con azioni concrete. Io vorrei vederli spaccare il mondo, rovesciar gli schemi, ribellarsi senza farsi risucchiare dalla routine. Li vorrei eroi più ingenui e disposti a rovinarsi del tutto, credo.
Parliamo di queste rivoluzioni incomplete, e lei mi dice che è un problema di epoca (quella in cui è ambientato il romanzo, la metà degli anni Sessanta), ma anche di crescita: si cambia, e cambia il modo di lottare

“Non so se sia un romanzo di buoni sentimenti, come lo hai definito. Il padre che fa comizi notturni agli orti, o la madre irrequieta, contraddittoria, anche violenta, sono buoni? Io direi che non sono belli e buoni come morale corrente e stereotipi vorrebbero, sono piuttosto come la vita li ha voluti. Sì, è vero, sono dei ribelli a metà. Ma vivono come compressi in un mondo che ha voglia di espandersi e non riesce ancora del tutto a farlo, è un dato storico del periodo. Però credo che qualcosa di simile si ritrovi anche nelle nostre, di vite: insomma, succede solo idealmente che qualcuno trascorra tutta l'esistenza a intestardirsi sempre sulle stesse questioni, senza cambiare mai la forma o gli obiettivi della propria protesta, o del proprio stare al mondo. Ma, attenzione, cambiare, a volte rinunciare, non significa necessariamente arrendersi. Caterina, ad esempio, abbandona il sogno di diventare un corridore, ma quell'energia dell'infanzia non sparisce: la donna adulta la va a recuperare (è la dimostrazione che dall'infanzia si tirano fuori “prodigi concreti”, come scrivo nel libro)”

Sì, lo scrive nelle ultime pagine, che aveva anche letto durante l'incontro (di seguito il video), aggiungendo:

“Possiamo svelarla la fine [il fatto che l'interlocutore cui si rivolge Caterina è il fratello mai nato, n.d.r.], tanto non è un giallo, anche se non manca il mistero…”

Mentre, tornando alla nostra conversazione, conclude:

“Così il padre, dopo aver fatto i suoi comizi agli orti e aver vissuto quella vicenda drammatica - e per certi versi terribilmente comica - cui la bambina assiste (l'esser preso a calci durante un corteo del sindacato), s'impegnerà in modo diverso: prenderà la strada del lavoro sindacale, combatterà insieme agli altri, anziché continuare a essere il solitario che esplode nel silenzio della notte, inascoltato. Nel romanzo racconto questa scelta usando come espediente narrativo una fiaba di Leo Lionni, che parla dei pesci rossi che, per evitare di essere mangiati da altri pesci più grandi, decidono di unirsi, di fare squadra, e formano allora un unico grande pesce, che spaventerà tutti gli altri e permetterà loro di vivere più tranquilli. Caterina e il papà si sentono proprio così: due pesci rossi che escono dalla solitudine e abbandonano le forme originali della loro ribellione per entrare in qualcosa di più grande, per combattere al fianco degli altri. Giungere a patti con il proprio desiderio di libertà, trovare per questo altre forme - come vedi - non significa rinunciare alla lotta...”

Francesca M

(25 aprile 2012)

© 2012 imieilibri.it

 

 

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