Il viaggiatore spaesato di Giorgio Bocca

Il commento...

“Il viaggiatore spaesato”
di Giorgio Bocca

Premetto: non ho letto nessun altro libro di Giorgio Bocca (a differenza invece di quanto ho fatto con i suoi articoli).

Ho preso questo volumetto dalla libreria per rilassarmi dopo una lettura non facilissima. Mi ha attirato il titolo. Dopo aver finito di leggere la quarta di copertina, ho deciso di andare oltre a quell’aggettivo - “spaesato”- per capire come, chi ha esercitato la professione di giornalista -che sarebbe il mio ideale, anche se non realizzabile per svariati motivi… ma provo ad avvicinarmici il più possibile!- ha vissuto i cambiamenti epocali di questi ultimi anni, trovandosi ad avere a che fare, da un giorno all’altro, con oggetti che per me rappresentano la quotidianità.  

“Il viaggiatore spaesato” di Giorgio Bocca è un reportage che il grande giornalista italiano ha scritto nel 1997.

Un reportage molto particolare, dal momento che, come è chiaro dal titolo, si tratta di un viaggio alla riscoperta delle proprie radici sia geografiche sia culturali, per dare senso a dei cambiamenti di natura profonda, di tipo sia tecnologico sia sociale, che hanno investito in maniera potente la sua figura di giornalista, il suo percorso professionale e umano nato durante il periodo della Resistenza. 

A questo proposito, ritengo che mi è rimasto molto significativo un passo delle prime pagine del libro:

“Ho scritto da qualche parte che vorrei trovare un lago fermo, un cielo fermo, una montagna ferma, ma mentire a se stessi è inutile, quella immobilità è la morte, dopo pochi giorni la solitudine, il silenzio, il riposo diventano una tortura, devi rincorrere quelli che stanno correndo non si sa dove, ignorando la tua esistenza, ma se non stai nel gruppo sei finito”

Queste righe, secondo me, rappresentano in maniera emblematica lo spirito del reportage, ed esprimono una sorta di rassegnazione al cambiamento epocale della tecnologia, che in quegli anni cominciava ad assumere un ruolo pervasivo nella vita degli italiani.

A mio avviso, si può dire che questo libro rappresenti in qualche modo l’addio a un modo di fare giornalismo che prevedeva il contatto diretto con le fonti, il rischio della propria vita, e il lavoro profondo sulla trasmissione delle informazioni.

La figura del “viaggiatore spaesato” mi è sembrata assimilabile al giornalista che ha visto dei cambiamenti di fortissima portata nell’esercizio della sua professione, cambiamenti che, inevitabilmente, sono legati al rapporto tra generazioni (interessanti le considerazioni sulla scelta di vita della figlia Nicoletta, trasferitasi a vivere nelle Langhe in una fattoria) e le proprie radici culturali.

Il giornalista piemontese rielabora la propria identità culturale in un capitolo dedicato al concetto di “piemontesismo”, chiamando in causa le opinioni di due intellettuali di primo piano come Lalla Romano e Umberto Eco. 

Nel libro, la carriera di Bocca e alcune sue vicende personali vengono passate in rassegna con un linguaggio caratterizzato da grande cura e altrettanta immediatezza, aprendosi ogni tanto a considerazioni eminentemente politiche, che, a differenza di altre opere del giornalista piemontese, non hanno qui un grande spazio.

Il viaggio di Giorgio Bocca si conclude con un paragrafo intitolato “Congedo”. Si tratta di una pagina e mezzo che, a mio parere, è ho goduto come un capolavoro di razionalità e chiarezza sulla situazione degli ultimi anni ’90, e sui suoi legami con gli avvenimenti più importanti successivi al II dopoguerra.

Si parla di “cittadino-cliente”, in anni in cui i social media erano ancora lontani addirittura dall’essere inventati. Oggi, dopo più di un decennio, il “cittadino – cliente” con un movimento del dito riesce ad accedere a un numero sterminato di informazioni. 
Forse è meno “cliente” del fruitore degli anni ’90, per il quale internet era ancora terreno misterioso? 
Direi quasi sicuramente di sì. Meno cliente, e  più attivo a livello di creazione dell’informazione. 

Il mio è l’ottimismo di chi pensa che internet salverà l’informazione e, in non molti anni, riuscirà a ricreare la possibilità di lavorare a grandi reportage in stile “Europeo”. Ho fiducia nella sete di conoscenza di chi ama l’informazione globale, e avere sempre con sé un occhio aperto sul mondo e sui cambiamenti più importanti.

Cosa possiamo imparare allora dalla generazione di Bocca, che ha visto i migliori anni di quel giornalismo? Senza dubbio l’entusiasmo, l’amore per gli ideali che è il più grande motore per partire alla  scoperta della bellezza, e della complessità, che ogni giorno abbiamo attorno.

Ho trovato il punto di vista di Bocca un po’ troppo apocalittico e pessimista. Nelle precedenti righe ho espresso il mio parere sul ruolo delle nuove tecnologie, ma si tratta solo di un punto di vista. Siamo solo all’inizio di un giro di boa –forse- senza ritorno, e credo che ci voglia ancora qualche anno per osservare questo fenomeno con un minimo di obiettività, e capire davvero cosa ha dato e cosa ha tolto all’informazione, e ai “viaggiatori” che la amano, e la propongono al mondo con dedizione e rispetto.

 

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  • admin

    margherita dice,

    Buona recensione, incuriosisce spingendo alla lettura. Non conosco Bocca nemmeno come giornalista, può essere un’esperienza interessante. Grazie.


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