Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini

Il commento...

“Scritti corsari”
di Pier Paolo Pasolini


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Una raccolta eterogenea di articoli apparsi fra il 1973 e il 1975, prevalentemente sul Corriere della Sera, ma anche su altre testate: questa la fisionomia degli “Scritti corsari” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori) di Pier Paolo Pasolini, pubblicati postumi, a pochi mesi dalla tragica -e ancora poco chiara- morte del loro autore (al riguardo, leggi un approfondimento qui).

Fra i vari frammenti, un filo conduttore che sta al lettore trovare e dipanare, senza pretesa di mettere tutto in ordine -il libro, le idee, il mondo-, ma con la convinzione che, se qualcosa di stabile esiste, se una fede ancora si può professare, quella è la fede nel dubbio, nel continuo interrogarsi anche sugli inattaccabili simboli del mito del progresso.

Fra gli anni '60 e '70 in Italia era accaduto -e stava accadendo- qualcosa come un passaggio epocale: non era solo la rivoluzione studentesca, l'autunno caldo, il '68; non erano solo gli anni di piombo, il terrorismo, le stragi di Stato; era l'avanzata di un potere nuovo,  una forma di civiltà radicalmente diversa, che avrebbe cancellato il vecchio modo di intendere la politica e il vivere sociale. Quel potere si chiamava società dei consumi e stava riuscendo là dove anni di storia e di manovre politiche avevano fallito, cioè nella capacità di unificare l'Italia: peccato però che l'unificazione significasse soffocare il ricchissimo patrimonio di culture locali che aveva caratterizzato il mondo contadino e che ora si ritrovava appiattito dal potere livellante dell'industrialismo, la cui voce sempre più martellante arrivava ovunque grazie alla rivoluzione del sistema dell'informazione.

Televisione e slogan pubblicitari apparivano come strumenti democratici di diffusione delle conoscenze, e miracolose chiavi di volta per la conquista del benessere- simboleggiato dal frigorifero in casa o dalla macchina nuova- e della libertà, che consisteva, in fin dei conti, nel contestare i dogmi sociali indossando le uniformi richieste dalle mode del momento (su tutte, capelli lunghi e jeans). A ben vedere, dunque, la nuova democrazia del consumismo era peggiore dei vecchi sistemi totalitari. Peggiore del fascismo che, in quanto a potere di controllo sulle masse, in realtà non aveva fatto altro che dare ordini formali ed esteriori, senza nessuna capacità di manipolare le coscienze così a fondo come faceva la televisione.

“Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre”
(dall'articolo “Sfida ai dirigenti della televisione”, su il “Corriere della Sera” del 9 dicembre 1973. In “Scritti corsari” con il titolo “Acculturazione e acculturazione”)

Che si fosse davanti non all'ennesima trasformazione di un determinato modello sociale, ma alla sua sostituzione con qualcosa di radicalmente diverso, ben pochi se ne accorsero. Fra questi, alcuni intellettuali, che intravedevano il formarsi di un mondo perfettamente uniforme e omologato, nato dalla cancellazione di ogni particolarità culturale e individuale (“la scomparsa delle lucciole”, diceva con una metafora Pasolini). Per rafforzare il suo controllo centralistico, il nuovo potere non aveva più bisogno dei tradizionali aggregatori sociali, un tempo rappresentati dalla famiglia, dal sentimento della patria, soprattutto dalla religione e dalla Chiesa. 

“Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l'intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.
L'antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l'unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo [...]”

(dall'articolo “Sfida ai dirigenti della televisione”, sul “Corriere della Sera” del 9 dicembre 1973. In “Scritti corsari” con il titolo “Acculturazione e acculturazione”)

Del tutto incapace di comprendere la portata del cambiamento, invece, la classe politica:

“Gli uomini del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo di amministrarselo e soprattutto di manipolarselo. Non si sono accorti che esso era "altro": incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltà”
(da “Il vuoto del potere in Italia”, sul “Corriere della Sera” del 1° febbraio 1975. In “Scritti corsari” con il titolo “L'articolo delle lucciole”)

E lo stesso grado di cecità affligge anche i tanti giovani figli della rivoluzione del '68, in lotta perenne con i padri, con lo Stato, le regole, con un consumismo che -dicono- gli ha nauseati. La loro è una protesta non verbale, urlata senza parole, con un ritorno al “linguaggio della presenza fisica” che rappresenta il modo più primitivo -e meno umano- di comunicare: le idee, non più formulate razionalmente, diventano un jeans da indossare o lunghe chiome da agitare al vento. Destra e Sinistra si confondono, le ideologie si mescolano fino a diventare una poltiglia indistinguibile. Restano i segni esteriori che dovevano veicolarle. Restano quelli, e sotto di loro niente di diverso da un omologante dogma pubblicitario. 

“[...] la condanna radicale e indiscriminata che essi [i giovani, n.d.r.] hanno pronunciato contro i loro padri [...] alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l'isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico. Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico - sia pur drammatico ed estremizzato - essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, «superare» i padri. Invece l'isolamento in cui si sono chiusi - come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù - li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato - fatalmente - un regresso. Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre.
Ora così i capelli lunghi dicono, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, le «cose» della televisione o delle réclames dei prodotti, dove è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia i capelli lunghi: fatto che, oggi, sarebbe scandaloso per il potere”

(dall'articolo “Contro i capelli lunghi”, sul “Corriere della Sera” del 7 gennaio 1973. In “Scritti corsari” con il titolo “Il discorso dei capelli”)

Francesca M

© 2012 - 2014 imieilibri.it


Pier Paolo Pasolini, “Scritti corsari” - Edito da Garzanti

Disponibile online su:
- laFeltrinelli
- IBS
- inMondadori

 

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