Il crollo di Chinua Achebe

Il commento...

“Il crollo”

“Fino a quando i leoni avranno i loro storiografi la storia della caccia continuerà a glorificare il cacciatore” (Proverbio Ibo, Nigeria)

Ho scelto di parlare de Il crollo di Chinua Achebe per due ragioni sostanziali: per parlare di una cultura ancora poco conosciuta ai più e soprattutto poco riconosciuta; e per parlare di come un incontro di culture può generare uno scontro.

“Il crollo” racconta la storia di Okonkwo, un uomo che si distingue nella propria comunità per forza, tenacia e successo. Sono queste le qualità che gli permettono di raggiungere i titoli prestigiosi del suo villaggio nonostante la giovane età, e gli consentono di essere rispettato ed ascoltato anche dai più anziani. Infatti, nella cultura Ibo -Nigeria sud-orientale- non è indispensabile essere anziani per rivestire le cariche più alte: l’età è rispettata, ma il successo viene riverito. Come recita il proverbio:

“As the elders said, if a child washed his hands he could eat with kings”/“Come dicono gli anziani, se un bambino si è lavato le mani, può sedersi a mangiare con i re”
(fonte:
http://www.glpinc.org/Classroom Activities/Nigeria Articles/Things Fall Apart-Chinua Achebe.htm)

E Okonknwo, continua il testo, le mani se le era chiaramente lavate. Il meccanismo che ha portato il protagonista ad essere un vincente nella vita ha inizio dalla debolezza del padre, che era l’esatto opposto del figlio. Ciò che spicca è quindi come nella cultura ibo non importa da dove tu venga e quali siano le tue origini: tu sei quello che decidi di essere, e quello che decidi di essere lo dimostri con la tua stessa vita. Okonkwo aveva deciso di essere un guerriero, sia nel senso letterario che più ampio della parola.

Va aggiunto però che per gli Ibo il successo va perseguito senza andare contro il proprio chi, una sorta di dio personale, una presenza non carnale che rappresenta il proprio essere spirituale mandato da Chukwu, la divinità superiore, al momento della nascita. è molto interessante notare, attraverso lo svilupparsi delle vicende, come l’individuo sia sempre in equilibrio dinamico con la società: le regole sono ben precise e rispettate da tutti in maniera impeccabile, le punizioni per chi le infrange sono dure, ma quelle leggi non sono mai fisse e invariabili. Ogni volta che la comunità, rappresentata dai più anziani e dai più onorevoli (nel vero senso della parola) uomini del villaggio si trova in una situazione nuova le regole vi si adattano e cercano la migliore forma possibile in virtù del bene comune.

Ci sono però dei chiari segnali, all’interno del testo, di come si inizino ad intravvedere delle incrinature in un sistema così delicato. Alcuni riti appaiono non solo violenti, ma anche ingiusti, e sono gli stessi uomini del villaggio a rendersene conto. Chi invece sembra non volersi piegare alla dinamicità del tempo è proprio Okonkwo: l’eroe tragico di questa storia è allo stesso tempo il simbolo di una tensione fra vecchio e nuovo che non trova soluzione, e conduce quindi ad una rottura. Ciò che più mi sembra interessante è notare che tutte queste dinamiche si svolgono all’interno della comunità, e che quindi per la prima volta, forse, ci sia finalmente una testimonianza di come la storia di una popolazione africana sia una storia mobile, in movimento, una storia di continue modifiche, fratture e riassestamenti. Insomma, una Storia con la lettera maiuscola, e non una mera appendice che si materializza nel capitolo “L’età del colonialismo” nei libri di storia occidentali. Finalmente al leone è stata tolta la penna.

Ritornando alle vicende del romanzo, è inoltre interessante soffermarsi sull’incontro e scontro culturale che in esso viene descritto. Quando i britannici arrivano nel villaggio di Okonkwo, Umuofia, portano con sé notevoli cambiamenti. Arrivano con la religione cristiana ed iniziano a guadagnare sempre più fedeli tra la gente del luogo. Gli altri Ibo sono sconvolti: quali sono i poteri di questi stranieri? Il villaggio comincia a separarsi: c’è chi abbraccia il Cristianesimo, e chi invece già preannuncia la fine della propria gente. Nessuno riesce però a capire come comportarsi, quale decisione prendere: lo straniero non è arrivato soltanto con la croce, ma anche con delle leggi diverse, nuove, che sono in contrasto con quelle che già esistono ma che lui non vuole -o non ha voluto- vedere. E così vengono infrante regole antiche, ognuna con un suo perché, senza un vero perché. E cominciano a correre voci che chi si ribella rischia la vita. Okonkwo ovviamente non ci sta, non può vedere la propria gente perdere il controllo della sua terra e della sua autonomia senza reagire: cerca di opporsi, però viene imprigionato e picchiato a sangue. Torna al villaggio ma, quando si rende conto di essere vittima di un vortice più grande di lui, si toglie la vita.


Voglio sottolineare che per gli Ibo il suicidio è il peggior crimine che si possa commettere, è considerato un sacrilegio. Non esistono, per gli Ibo, difficoltà abbastanza grandi da poter concepire l’atto di togliersi la vita, che si traduce in un’offesa contro la Terra. Il suicidio, considerato anche più grave dell’omicidio, è un’onta per la famiglia, per il villaggio e anche per la città del suicida. Qual è allora il motivo per cui Okonkwo, emblema dell’osservanza più pura delle regole Ibo, sceglie una morte “sbagliata”? Scelgo di rispondere con una prima versione, quella data dalle parole del Commissario distrettuale, etnologo dilettante che nel romanzo sta per scrivere un progetto culturale imperialista. Il funzionario, davanti al sacrificio di Okonkwo, pensa di dedicare all’avvenimento un “paragrafo di dimensioni ragionevoli”, al massimo. Ed ecco la frase, lapidaria, che rispecchia i suoi pensieri davanti al corpo di Okonkwo:

“Aveva già scelto il titolo [del suo libro] dopo averci pensato a lungo: ‘La pacificazione delle popolazioni primitive del basso Niger’”
(fonte: http://www.rivistapaginauno.it/eroeprecoloniale.php)

Ecco invece un’interpretazione generale delle vicende del villaggio di Umuofia data dallo scrittore attraverso le parole di Obierika, uno dei personaggi principali del romanzo:

“Come pensi che possiamo combattere quando i nostri stessi fratelli si sono rivoltati contro di noi? L'uomo bianco è molto astuto. è venuto adagio e in pace con la sua religione. Noi ridevamo della sua follia e gli abbiamo permesso di restare. Adesso ha conquistato i nostri fratelli e il nostro clan non può più essere quello di prima. Ha messo un coltello tra le cose che ci tenevano uniti e noi siamo crollati giù”
(fonte: http://www.rivistapaginauno.it/eroeprecoloniale.php)

Okonkwo non è riuscito ad adattarsi ai cambiamenti che già erano in atto all’interno della sua società prima dell’arrivo dell’uomo bianco, e vi si era sempre opposto con la forza. Ora che la sua forza non gli può bastare ha ceduto all’impossibilità di contrastare gli eventi che lo sovrastano. è in un certo senso la vittima sacrificale di un intero sistema sotto pressione.

Vorrei chiudere con una breve riflessione sulle parole del Commissario distrettuale, emblema di un modo di pensare che non appartiene soltanto alla storia passata. Quella frase racchiude in sé un modo tipicamente occidentale di ragionare in maniera autoreferenziale: non c’è mai, nel libro, una disponibilità a capire l’Altro, non c’è mai un tentativo di capire cosa c’è prima dell’arrivo dell’ “uomo in missione per conto della civiltà” . Il presupposto da cui parte l’uomo bianco è semplice: prima di noi, il Nulla. La missione colonizzatrice si gonfia infatti dell’idea che ci sia il bisogno di portare qualcosa laddove non c’è niente, come se il continente africano fosse un vaso da riempire. Ma era veramente priva di leggi quella società? E l’uomo bianco, ha davvero portato l’ordine dove regnava il disordine?

Questo romanzo è una buona occasione per riflettere su come ci siano sempre più punti di vista da cui guardare la Storia, e su come non ci sia mai una parte attiva ed una passiva. Entrambe concorrono al risultato finale, quello che troviamo scritto -purtroppo ancora in parte- tra le pagine dei libri.

Non posso che chiudere come ho iniziato, con un proverbio, sale della conversazione presso gli Ibo:

“Until the lions have their own historians, the history of the hunt will always glorify the hunter”/“Fino a quando i leoni avranno i loro storiografi, la storia della caccia continuerà a glorificare il cacciatore”

 


Chinua Achebe (1930) è uno scrittore, saggista, critico letterario e poeta nigeriano.

Viene considerato il padre della letteratura africana moderna in lingua inglese. Il suo capolavoro, “Il crollo” (Things Fall Apart, 1958) è una pietra miliare del genere; viene studiato nelle scuole di numerosi paesi africani ed è stato tradotto in oltre 50 lingue. Gran parte dell'opera di Achebe è incentrata sulla denuncia della catastrofe culturale portata in Nigeria prima dal colonialismo e poi dai regimi corrotti succedutisi dopo l'indipendenza.

Achebe ha ricevuto lauree honoris causa da più di 30 università di diversi paesi, inclusi Regno Unito, Canada, Sudafrica, Nigeria e Stati Uniti. Per la sua opera ha ricevuto innumerevoli premi letterari, tra cui il Commonwealth Poetry Prize, il New Statesman Jock Campbell Prize, il Margaret Wrong Prize, il Nigerian National Trophy e il Nigerian National Merit Award.

Dal 2009 insegna Studi Africani presso la Brown University di Providence, a Rhode Island (USA).


 

 

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