Ulisse di James Joyce

Il commento...

“Ulisse”
di James Joyce

“Ogni vita è una moltitudine di giorni, un giorno dopo l’altro. Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi.”


Giorgio De Chirico, “L'enigma dell'oracolo”

Un'epopea moderna lunga una sola giornata.

Se nell'antichità Omero faceva viaggiare il suo Ulisse per mare e per terra, spingendolo a incontrare creature mostruose e spesso dotate d'incredibili poteri (pensiamo a Polifemo e ai Ciclopi, alle sirene e a Circe che trasforma gli uomini in animali), nel '900 l'impresa più epica che può compiere l'uomo è avventurarsi dentro se stesso, gettando uno sguardo alla dimensione limite fra conscio e incoscio, fra comportamenti consapevoli e pensieri che affiorano senza rigore logico. Dunque, le nuove colonne d'Ercole oltre le quali spingersi sono quelle prospettate da Freud e dalla psicanalisi.

In questo contesto storico, l'“Ulisse” raccontato da James Joyce si chiama Leopold Bloom, è un agente pubblicitario di origine ebraica sposato con Molly, una Penelope dei giorni nostri, sensuale e ben lontana dallo stereotipo classico della donna fedele e paziente.
Il destino della coppia s'incrocia con quello di Stephen Dedalus, intellettuale idealista e ribelle, e poi di diversi altri personaggi secondari, le cui vicende, talora solo accennate, compongono l'ordito di un romanzo abissale, al cui interno tempo e spazio si dilatano fino a mescolare presente e passato, cosicché negli eventi di una sola giornata vengono ripercorse vite intere.

Pubblicato inizialmente a puntate sulla “Little Review” di New York (dal 1918 al 1920), “Ulysses” è un'opera complessa, addirittura monumentale, sia sotto il profilo compositivo che sotto quello linguistico.

Si è già parlato di mitologia o, se si preferisce, di epica moderna, e la riprova sta nel titolo del romanzo, ma anche nei titoli dei diciotto capitoli che lo compongono e che -pur non essendo mai indicati nel testo per non interrompere la continuità della narrazione- sono ricavati dall'Odissea.

Oltre al tentativo di ridare grandiosità al romanzo moderno, riscrivendone un'architettura simbolica ispirata alla tradizione, la novità più dirompente che Joyce introduce con questo testo nel panorama della letteratura novecentesca è la tecnica dello stream of consciousness, altrimenti noto come flusso di coscienza: i pensieri dei personaggi sono appuntati sulla pagina senza che l'autore intervenga in alcun modo per ordinarli.

Si rompe la sintassi, sparisce la punteggiatura, salta ogni legame logico immediatamente visibile e le immagini si accumulano evocate da associazioni mentali spontanee. Per intenderci, qualcosa di simile alla scrittura automatica teorizzata dai surrealisti, un procedimento attraverso cui dar voce a una parte della psiche inesprimibile con il linguaggio tradizionale.

Se a ciò si aggiunge la tendenza a trasformare la parola in musica e il mescolarsi di registri diversi -medievale, biblico, epico, fiabesco, giornalistico-, si avrà la percezione di un'opera rivoluzionaria e certo non di immediata lettura.

“Or dunque, uomo, chiunque tu sia, guarda a quella fine estrema che è la tua morte e alla polvere che afferra ognuno che sia nato di donna perchè come egli uscì ignudo dal grembo della madre così ignudo dovrà egli dipartirsi alla fine per andarsene come venne.”

La complessità linguistica dell'“Ulysses” è poi ereditata e portata alle estreme conseguenze nel successivo romanzo di Joyce, “Finnegans Wake”, scritto in una lingua intessuta di simboli e richiami cifrati, quasi una babele che fonde in sé tutte le lingue del mondo.

Francesca M

© 2012-2014 imieilibri.it


“Ulisse” di James Joyce disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori

 

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