La nostalgia del sublime nel ‘900

Francesca M Postato da Francesca M in Eventi > gruppi di letture/reading > happening > incontri letterari
Questo evento si è tenuto il 19 gennaio 2012 presso Casa della Poesia (Milano), alle 21:00.
L'evento...

La nostalgia del sublime nel '900

Giovedì 19 gennaio alla Casa della Poesia di Milano (presso la Palazzina Liberty di Largo Marinai d'Italia), una serata per parlare di due protagonisti della letteratura del '900, James Joyce ed Ezra Pound, osservando come le loro opere (in particolare “Ulysses” e i “Cantos”) testimoniano l'emergere di una “nostalgia del sublime”, che propone percorsi espressivi opposti a quelli del romanzo moderno, caratterizzato dalla scomparsa dello stile elevato e dalla decostruzione dei mondi mitici della tradizione letteraria.

L'evento, curato da Tomaso Kemeny, avrà inizio alle ore 21.
Ingresso libero.


Un'epopea moderna lunga una sola giornata. Se nell'antichità Omero faceva viaggiare il suo Ulisse per mare e per terra, spingendolo a incontrare creature mostruose e spesso dotate d'incredibili poteri (pensiamo a Polifemo e ai Ciclopi, alle sirene e a Circe che trasforma gli uomini in animali), nel '900 l'impresa più epica che può compiere l'uomo è avventurarsi dentro se stesso, gettando uno sguardo alla dimensione limite fra conscio e incoscio, fra comportamenti consapevoli e pensieri che affiorano senza rigore logico. Dunque, le nuove colonne d'Ercole oltre le quali spingersi sono quelle prospettate da Freud e dalla psicanalisi.

In questo contesto storico, l'Ulisse raccontato da Joyce si chiama Leopold Bloom, è un agente pubblicitario di origine ebraica sposato con Molly, una Penelope dei giorni nostri, sensuale e ben lontana dallo stereotipo classico della donna fedele e paziente. Il destino della coppia s'incrocia con quello di Stephen Dedalus, intellettuale idealista e ribelle, e poi di diversi altri personaggi secondari, le cui vicende, talora solo accennate, compongono l'ordito di un romanzo abissale, al cui interno tempo e spazio si dilatano fino a mescolare presente e passato, cosicché negli eventi di una sola giornata vengono ripercorse vite intere.

Pubblicato inizialmente a puntate sulla “Little Review” di New York (dal 1918 al 1920), “Ulysses” è un'opera complessa, addirittura monumentale, sia sotto il profilo compositivo che sotto quello linguistico. Si è già parlato di mitologia o, se si preferisce, di epica moderna, e la riprova sta nel titolo del romanzo, ma anche nei titoli dei diciotto capitoli che lo compongono e che -pur non essendo mai indicati nel testo per non interrompere la continuità della narrazione- sono ricavati dall'Odissea.

Oltre al tentativo di ridare grandiosità al romanzo moderno, riscrivendone un'architettura simbolica ispirata alla tradizione, la novità più dirompente che Joyce introduce con questo testo nel panorama della letteratura novecentesca è la tecnica dello stream of consciousness, altrimenti noto come flusso di coscienza: i pensieri dei personaggi sono appuntati sulla pagina senza che l'autore intervenga in alcun modo per ordinarli.

Si rompe la sintassi, sparisce la punteggiatura, salta ogni legame logico immediatamente visibile e le immagini si accumulano evocate da associazioni mentali spontanee. Per intenderci, qualcosa di simile alla scrittura automatica teorizzata dai surrealisti, un procedimento attraverso cui dar voce a una parte della psiche inesprimibile con il linguaggio tradizionale.

Se a ciò si aggiunge la tendenza a trasformare la parola in musica e il mescolarsi di registri diversi -medievale, biblico, epico, fiabesco, giornalistico-, si avrà la percezione di un'opera rivoluzionaria e certo non di immediata lettura.

La complessità linguistica dell' “Ulysses” è poi ereditata e portata alle estreme conseguenze nel successivo romanzo di Joyce, “Finnegans Wake”, scritto in una lingua intessuta di simboli e richiami cifrati, quasi una babele che fonde in sé tutte le lingue del mondo.

Altrettanto monumentali appaiono, sul versante della poesia, i “Cantos” di Ezra Pound, raccolta di 109 componimenti che aspirano a riproporre i modelli della summa medievale, configurandosi come una sterminata enciclopedia in versi al cui interno si affastellano riferimenti e citazioni -spesso difficili da decifrare- riconducibili alla letteratura medievale e stilnovistica ma anche a quella rinascimentale.

Innamorato della tradizione letteraria italiana e spesso in viaggio nel nostro Paese, Pound guarda soprattutto a Dante e alla sua Divina Commedia e ne fa il simbolo di un'età di perfezione tradita dall'imporsi della società capitalistico-borghese, che valuta ogni cosa attraverso i parametri dell'utile e del guadagno, distruggendo la bellezza.

Il risentimento nei confronti della propria epoca, la voglia di recuperare il passato preindustriale e la percezione di una frattura, quasi una “caduta” dal paradiso all'inferno, sono i sentimenti che percorrono le poesie di questa raccolta, alla quale Pound lavora incessantemente dal 1919 sino alla fine della sua vita, segnata anche da episodi difficili, come la reclusione in campo di concentramento e poi in un manicomio criminale a causa dell'adesione a ideologie politiche di estrema destra e alla propaganda anti-americana di cui si fece portavoce durante la seconda guerra mondiale.

Riportiamo di seguito un frammento della quarantacinquesima poesia dei “Cantos”: si tratta di un duro attacco contro l'usura, simbolo di un affarismo che corrompe l'arte e perfino i rapporti personali, una pratica “contra naturam” che distrugge ogni slancio ideale e ogni grandezza possibile.

“[...]
usura fa ruggine il cesello,
ruggine l'arte e l'artiere
corrode il filo al telaio
nessuno mai apprende ad intessere nella sua trama dell'oro;
usura contagia cancrena all'azzurro, al cremisi nega fiorami
non trova smeraldo il suo Membling
usura uccide il nascituro nel ventre
costringe l'amore del giovane in ceppi
induce paralisi ai talami, si giace
tra giovane sposa e il suo sposo
contra naturam
[...]”

 

 


Evento organizzato da Casa della Poesia di Milano e pubblicato anche qui!

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