Sly di Banana Yoshimoto

Il commento...

“Sly”
di Banana Yoshimoto


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Quando decido di rileggere un libro, in genere è perché la prima lettura mi ha fatta innamorare, oppure -e qui la scelta è molto meno ovvia e comprensibile- perché mi ha lasciata delusa. Sì, a stagioni alterne mi prende una sindrome recidiva da soccorritore di testi, e allora giù a rileggere cose che avevo lasciato a metà per i motivi più vari. 

Questa settimana in sala rilettura è arrivato “Sly” di Banana Yoshimoto (disponibile online su laFeltrinelli e IBS), mollato tre o quattro anni fa a quaranta pagine dalla fine. Mi sono detta che occorreva dargli una seconda possibilità, che a volte certi salvataggi riescono, non si sa mai.

E allora rieccomi concentrata sulle pagine di questa sorta di diario dall'Egitto in cui l'incanto paesaggistico, filtrato attraverso gli occhi e il tatto, diventa -almeno nell'ottica dei protagonisti e nelle intenzioni della scrittrice- stupore interiore, incredulità e commozione.  

C'è sapore di una cultura profondamente diversa dalla nostra e lo si percepisce in ogni pagina: le montagne di sabbia e il Nilo, come un serpente blu che solca la loro immobilità; la menta e lo zafferano, le ampolle di profumi e le frittelle dolci da mangiare con il tè; la luce arancio del tramonto, le piramidi e i templi dei faraoni; la sfinge che “sembrava in procinto di alzarsi da un momento all'altro, accovacciata sulla linea di demarcazione tra la città e quel cimitero”, un cimitero di monumenti antichissimi, in un mondo sospeso fra aldilà e aldiqua. Molto bello, molto suggestivo.

Se un giorno mi venisse in mente di aprire un'agenzia viaggi, ai clienti in cerca d'esotico darei romanzi come questo, altro che i soliti dépliant pieni zeppi di frasi da guida turistica.

Ma... un momento: nonostante il fascino dell'Oriente a me pare sempre che in questo libro manchi qualcosa. Forse è una questione di cultura: sarà che leggo da occidentale un testo tutto calato nelle credenze e nei pensieri del mondo orientale, sarà che dove io vedo poca passione ed emozioni che scorrono acquose c'è, in realtà, il distacco meditativo e la quiete di un altro orizzonte culturale.
Sarà così, forse, ma al di là degli orizzonti culturali e del contrasto Occidente/Oriente, la storia di Kiyose, Hideo e Takashi a me proprio non arriva. Eppure, quelli che gli esperti di letteratura chiamano motivi narrativamente forti o, se si preferisce, ingredienti per una storia potenzialmente buona ci sono tutti: due ragazzi e una ragazza, legati da trascorsi sentimentali (omo ed etero sessuali) ed ora amici fraterni senza la minima ombra di malizia erotica, sono costretti a fare i conti con la minaccia della sieropositività che ha già colpito uno di loro (Takashi) e che li mette di fronte a un futuro non più solo immaginato e fumoso, ma improvvisamente concreto e vicino. Un futuro terribile e a breve termine, con lo spettro di una morte che non fa sconti neppure ai giovani. Spinti dalla contingenza, i tre decidono dunque di fare quel viaggio in Egitto che rimandavano da tempo e che ora appare verosimilmente come l'ultimo viaggio da vivere insieme.

Tutto quest'elenco di “buone intenzioni” -l'idea della morte per i giovani, il futuro, il senso del tempo, la malattia, l'amicizia e l'amore- poteva portare a una storia da lacrime agli occhi e sussulti alla gola, invece porta solo -come già accennavo- a un bel diario di viaggio e a qualche saggia e profonda riflessioni sui temi portanti del libro. Anche aggiungendo le quaranta pagine che alla prima lettura avevo snobbato (stavolta, invece, ce l'ho fatta ad arrivare alla fine), l'impressione non cambia: chiudendo questo romanzo di Banana Yoshimoto le parti che mi sembrano più riuscite e che ricorderò sono alcune descrizioni del paesaggio egiziano e il riferimento alle leggende dei faraoni, tra riti funebri che preparano una nuova vita e valli in cui gli dei -presenze vive e tangibili- paiono passeggiare accanto agli uomini. Mi rimarrà anche quell'affascinante filosofia del tempo che non conosce se stesso e si ferma al presente, senza espandersi al dopo. Mi rimarranno addosso colori e profumi d'Oriente, ma Kiyose, Hideo e Takashi non entreranno nella cerchia dei miei personaggi letterari preferiti, e questo perché, appunto, non riesco a vederli che come personaggi di carta. Non persone vive di cui si racconta la storia, ma astratte costruzioni narrative messe in piedi per offrire alla scrittrice il pretesto di dire quel che le preme dire, cioè parlare della sua -sua, non dei protagonisti- esperienza di viaggio.

E allora, quando leggo che Kiyose -o chi per lei- viene colta dalla commozione e scoppia a piangere davanti al paesaggio o a un ricordo, io mi limito a leggere la sua commozione, senza sentirla e senza riuscire a entrarci dentro. Mi sembra una commozione presa e messa lì solo perché poteva starci bene, e la cosa mi irrita un bel po', perché non si può pensare che il lettore (io, in questo caso) sia uno sprovveduto che crede a qualsiasi cosa -peggio, a qualsiasi sentimento- sol perché gli viene detto. Non mi basta leggere che X era commosso, innamorato o odiava Tizio o Caio: l'odio, l'amore, il dolore e la nostalgia, in un romanzo ben scritto, io pretendo di vederli, anzi, di toccarli. Qui, invece, si vedono solo tramonti e parole, parole spesso di una banalità disarmante, simili ad aforismi di saggezza popolare. Solo per fare un esempio, quando Takashi rivela di essere sieropositivo tutto ciò che Hideo riesce a dire per esprimergli la sua vicinanza è: “Non ti preoccupare, staremo insieme fino alla fine”, per chiudere con un “Quando si muore si è sempre soli e la morte tocca a tutti, senza eccezioni”. E allora sì che mi vengono i brividi, ma l'emozione non c'entra nulla. Poco conta, poi, se la voce narrante, quasi intuendo la mia irritazione commenti: “Qualsiasi cosa venisse spontanea dal suo animo [l'animo di Hideo, n.d.r.], per quanto scontata, non suonava mai falsa ed era gradevole a sentirsi”. Forse un po' di più -ma sempre troppo poco nel bilancio complessivo- conta il fatto che il narratore aggiunga che i pensieri banali sono il modo attraverso cui i giovani tentano di respingere l'idea della morte. Tutte queste attenuanti io posso prenderle in considerazione, ma il linguaggio scipito, le parole che ronzano come mosche sulle cose senza scavarle dentro, questo no, in un romanzo non lo perdono.

 

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