Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese

Il commento...

“Il porto di Toledo”
di Anna Maria Ortese


Claude Monet, “Impressione. Sole nascente” (1872)

“Il porto di Toledo” è un’autobiografia atipica, con il realismo trasfigurato dalla lirica, la prosa che si fonde alla poesia e il dato storico che sembra essere la radice instabile di un mondo sfumato e inconoscibile, una dimensione incerta che non trova posto nella geografia reale.

In altri termini, la Toledo raccontata dalla Ortese -per sua stessa ammissione- si trova a metà strada fra Napoli e la Spagna, fonde due Sud del mondo senza sovrapporsi completamente e concretamente a nessuno dei due.

Un romanzo monumentale, lungo più di cinquecento pagine, per raccontare una città reale e immaginaria al contempo, quella Napoli in cui Anna Maria Ortese trascorse diversi anni della sua esistenza vagabonda che, fra le difficoltà della guerra e la pressione della miseria, la porterà a spostarsi continuamente da un luogo all’altro dell’Italia (Firenze, Trieste, Venezia, Milano, Potenza e Rapallo, solo per citarne alcuni) arrivando poi anche a Tripoli, Londra e Mosca.

A proposito del libro, l’autrice scrive:

“Mi dispiace di aver scritto tanto di cose così assurde, e comunque non comprensibili, nemmeno a me stessa. Di aver liberato una persona così inesplicabile e triste. E tante altre ombre. Ma esse - e la città perduta dove camminano - non sono di qui e di nessun luogo. Devono, quindi, essere prese per sogni, o narrazioni confuse del vento... e come tali, a lettura finita, considerarle” 
(fonte: annamariaortese.iobloggo.com)

La “persona così inesplicabile e triste” liberata nel romanzo è la voce narrante, la tredicenne Damasa -alter ego dell’autrice- che racconta in prima persona la sua adolescenza vissuta prima della guerra, ripescando ricordi e ricostruendone degli altri, in quella tensione continua verso la poesia, l’assoluto e il distacco dal dato concreto che è una costante dell’opera. A favorire questo svaporarsi della realtà è proprio lo sguardo di Damasa, che “non sa il nome delle cose e soprattutto non sa nulla del tempo”, e osserva un mondo incantato e crudele, sul quale aleggia lo spettro -tutt’altro che fumoso o immaginario- della guerra.

Ritornano i lutti familiari, con la morte -nel 1933, in Martinìca- del fratello Emanuele, imbarcatosi come marinaio su una nave mercantile, e poi -nel 1937- del fratello gemello dell’autrice, ucciso in Albania; i continui spostamenti della famiglia; la pazzia della madre; e, più di tutto, l’incantesimo di quella città, Napoli, che sapeva tenere insieme i contrasti più laceranti e che per questo eserciterà sempre un profondo fascino sulla Ortese, che dirà:

“Ho abitato a lungo in una città veramente eccezionale. Qui, [...] tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, [...] tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva [...] una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si espremisero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione [...]”  
(fonte: comunitaitaliana.com.br)

Portare a termine la stesura di un’opera come questa -così visceralmente radicata nella vita della sua autrice- diventerà per la Ortese una sofferta sfida personale, che la vedrà impegnata fino agli ultimi mesi di vita in un lavoro di revisione da cui scaturirà la riedizione de “Il porto di Toledo”, pubblicata postuma da Adelphi nel 1998 (disponibile online su Amazon/laFeltrinelli/IBS/inMondadori), poco dopo la morte dell’autrice, avvenuta nello stesso anno. 

L’ossessione di lavorare sul testo nasceva forse dalla volontà della Ortese di dare a “Il porto di Toledo” una seconda possibilità -se così si può dire- dopo la prima edizione del 1975, pubblicata da Rizzoli e accolta molto freddamente dalla critica, anche a causa del linguaggio che -nella sua miscela di prosa e poesia- risultava non semplice da decifrare. Ma al di là delle particolarità linguistiche dell’opera, sul suo iniziale insuccesso dovette pesare soprattutto la posizione marginale che la Ortese occupò sempre rispetto agli ambienti intellettuali del suo tempo. Infatti, prevedendo una stroncatura per “Il porto di Toledo”, l’autrice scriveva:

“Sono stanca, distrutta, e l’idea che esca questo libro mi mette paura; la società letteraria è cattiva, stupida. Da sempre sono stata stroncata. Ogni mio libro ha provocato perfino indignazione ed io non voglio più far parte del mondo dei letterati. Non mi considero uno scrittore italiano. I letterati italiani, tranne pochissimi, hanno i difetti dei ricchi... Che orrore se (il libro) sarà frainteso”
(fonte: annamariaortese.iobloggo.com)

Francesca M

© 2012 - 2014 imieilibri.it


Anna Maria Ortese, “Il porto di Toledo” - (ri)edito da Adelphi

Disponibile online su:

- Amazon
- laFeltrinelli
- IBS
- inMondadori

 

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