“Inetti, malattie del secolo e salute atroce”: un viaggio nei labirinti psicologici della narrativa sveviana

L'approfondimento...

“Inetti, malattie del secolo e salute atroce”
Un viaggio nei labirinti psicologici della narrativa sveviana

“Grande uomo quel nostro Freud, ma più per i romanzieri che per gli ammalati”

Il marchio dell'esclusione e della diversità è un leitmotiv che attraversa la vita dello Svevo uomo e plasma i temi di fondo dello Svevo scrittore.

Il buon Aron Hector Schmitz (questo il suo nome di battesimo) ai margini lo era sotto diversi punti di vista, a partire dall'atto di nascita, che lo vede venire alla luce a Trieste, territorio a quei tempi appartenente non all'Italia ma all'impero asburgico. Il nostro scrittore è dunque fuori dalla patria, o dentro solo per un pelo, alloggiato al crocevia di tre culture diverse -italiana, tedesca e slava- che nella sua storia si fondono alla cultura ebraica, ereditata dai genitori. Eccentrica anche la formazione culturale, poiché Svevo non studia da intellettuale ma da uomo di commercio e come dirigente d’azienda si muoverà per diversi anni, trafficando in vernici antiruggine per navi piuttosto che in penna e calamaio.

La letteratura si fa strada solo nel desiderio, alimentata da letture private e da testi lasciati chiusi in un cassetto, seppur nel periodo in cui gestisce l’azienda dei genitori della moglie, in una pagina di diario Svevo scriverà:

“Io, a quest’ora e definitivamente, ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura”

È un voler prendere le distanze da una passione che gli aveva sempre portato più umiliazioni che soddisfazioni, considerato il silenzio assoluto con cui la critica accolse i suoi primi due romanzi, “Una vita” (disponibile online su laFeltrinelli e IBS) e “Senilità” (disponibile online su laFeltrinelli e IBS), apparsi rispettivamente nel 1892 e nel 1898. Queste opere- insieme a “La coscienza di Zeno” (disponibile online su laFeltrinelli e IBS), del 1923- risentono di una forte nota autobiografica, una somiglianza tra autore e personaggi che salta immediatamente agli occhi e si coagula, come detto, proprio intorno al tema dell’esclusione.

Pur essendo cifra distintiva del vissuto biografico di Svevo, tale sentimento non può essere ridotto a malessere del singolo. In senso più ampio, si tratta di una “malattia dell’epoca” che colpisce un intero gruppo sociale, quello degli intellettuali, declassati, impoveriti economicamente e impotenti dal punto di vista sociale e psicologico.

All’interno del mondo borghese di fine ‘800 e inizi del ‘900, infatti, l’uomo di lettere non serve a nulla: il suo sapere è sorpassato da forme di conoscenza improntate al senso pratico e all’utilitarismo, mentre la realtà -troppo veloce e irrazionale- non può più essere afferrata o controllata attraverso schemi interpretativi tradizionali. È in questo contesto socio-culturale che si sviluppa una crisi del modello dell’uomo borghese, affarista spregiudicato e forte pater familias, vincitore negli affari e nella vita familiare: tale modello è l’unico a disposizione e non riuscire ad aderirvi -come accade agli intellettuali del tempo- significa diventare spettatori della vita, presenze passive e sbandate, che non vivono ma si lasciano vivere addosso.

Prende corpo così la figura dell’inetto, che Svevo sente vicina alla sua stessa condizione personale, mettendola poi al centro dei romanzi di cui è autore.

L’inetto, dunque, incarna la crisi dell’epoca nel suo vivere ai margini o in un altrove che coincide con i mondi immaginari del sogno, spesso alimentato da fantasie letterarie.

Lo stesso male esistenziale e storico (perché -appunto- non universale ma ancorato a un’epoca precisa) si trasmette per contagio dall'Alfonso Nitti di “Una vita” all'Emilio Brentani di “Senilità” fino allo Zeno Cosini de “La coscienza”, rendendoli tutti -a detta dell'autore- “fratelli carnali” (seppur nel caso di Zeno il “legame di sangue” appare per certi versi diluito).

Fratelli tra loro e fratelli con l’autore, perché la condizione dei tre -le aspirazioni deluse, le difficoltà di adattamento al corpo sociale, la declassazione dall’agio borghese- riflette in parte alcuni passaggi fondamentali della vita dell’autore, seppur quest’ultimo tratterà le sue creature letterarie sempre con un’ombra di crudele ironia, cambiando atteggiamento solo nei confronti del protagonista de “La coscienza”.

Per dare giusta collocazione ai tre romanzi di cui si è parlato, è necessario soffermarsi su un aspetto particolare del variegato e vastissimo retroterra culturale cui attinge lo scrittore: l’incontro con la psicanalisi, dalla quale Svevo è profondamente affascinato, vedendo in essa uno strumento non per curare, ma per meglio conoscere, per esplorare, la malattia dell’inettitudine. Ed ecco allora che in una lettera datata 10 dicembre 1927 e indirizzata a Valerio Jahier scriverà: “Grande uomo quel nostro Freud, ma più per i romanzieri che per gli ammalati”.

A dire il vero, le teorie freudiane Svevo le aveva già anticipate nella pratica narrativa, esplorando all’interno dei suoi romanzi le contraddizioni profonde annidate nella psiche dei personaggi, i quali emergono come portatori di falsa coscienza. Una coscienza, la loro, che senza consapevolezza e senza premeditazione mente a sé stessa, costruendosi alibi e autoinganni interpretabili come un tentativo di sopravvivenza e adattamento alla lotta per la vita.

Soprattutto in “Una vita” e “Senilità” -che costituiscono quasi un blocco unico- troviamo personaggi psicologicamente immaturi, inesperti della vita e timorosi verso questa, impegnati a deformare la realtà sotto la lente del sogno, allo scopo di renderla aderente a un ideale fatto di aria o di spirito, inesistente. Il negativo si capovolge in positivo, con la conseguenza che l'insuccesso e l'esclusione sociale vengono letti come segno di distinzione: l'inetto-intellettuale ha uno sguardo più acuto sul mondo, una sensibilità maggiore, e per tal motivo è incompreso dai gretti borghesi. Ma questi ultimi, i borghesi, se inconsciamente vengono disprezzati, più nel concreto sono fatti oggetto di emulazione: in una labirintica spirale di sentimenti contrastanti si vorrebbe somigliare a chi si disprezza, ma l'assimilazione è impossibile, per una tara quasi genetica. Il tratto in questione emerge bene nel dialogo tra Alfonso e Macario (il “rivale”), che in “Una vita” osservano il volo dei gabbiani:

“(...) Fatti proprio per pescare e per mangiare, -filosofeggiò Macario. - Quanto poco cervello occorre per pigliare pesce! [ ] Quello ch'è la sventura del pesce che finisce in bocca del gabbiano sono quelle ali, quegli occhi, e lo stomaco, l'appetito formidabile [ ]. Ma il cervello! Che cosa ci ha da fare il cervello col pigliar pesci? E lei che studia, che passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile! Chi non ha le ali necessarie quando nasce non gli crescono mai più. Chi non sa per natura piombare a tempo debito sulla preda non lo imparerà giammai e inutilmente starà a guardare come fanno gli altri, non li saprà imitare. [ ] Ed io ho le ali? - [Alfonso, n.d.r.] chiese abbozzando un sorriso. Per fare dei voli poetici sì! - rispose Macario [ ]”

Presto o tardi la realtà interviene e smaschera crudelmente la costruzione fittizia. Il reagente è la donna e, infatti, nell'incapacità di gestire il rapporto sentimentale, nella paura dell'impegno familiare e del sesso, si può individuare il riflesso di un identico affanno nell'affrontare la vita in toto.

Dinanzi alla possibilità di sposare la figlia del ricco padrone di banca -compiendo così un salto di classe e diventando un pater familias- Alfonso viene colto da un'inspiegabile paura e fugge, mentre in “Senilità” Emilio si propone di vivere un'avventura senza coinvolgimenti emotivi con la bella, disinibita e infedele Angiolina, salvo poi innamorarsene perdutamente. Nei vagheggiamenti di Emilio, Angiolina diventa la donna angelicata degli stilnovisti, dolce e accogliente come una madre, capace di dare al suo amante quella protezione di cui egli ha bisogno. Verso questa creatura innocente e ingenua -o meglio, supposta tale- l'uomo si pone come il maestro che le insegnerà la vita: peccato però che la vita Emilio la conosca non per esperienza diretta, ma solo attraverso pallidi fantasmi letterari.

Per inclinazioni filosofiche e formazione culturale, gli inetti assomigliano molto a Svevo, il quale presta loro il suo pessimismo schopenhaueriano, la sensibilità letteraria e la percezione della crudeltà della lotta per la vita ereditata dal determinismo darwiniano. L’operazione, però, ha finalità ironiche e corrosive: Svevo punta a mostrare come le grandi correnti culturali e filosofiche del secolo, filtrate attraverso la prospettiva di quei personaggi, si riducano a vuoti luoghi comuni: il pessimismo è solo mancanza di coraggio, la letteratura un alibi, e il riferimento alla forza cieca della natura e all'idea di destino un abbandono all'inerzia.

Con il terzo romanzo, “La coscienza di Zeno” - che esce nel 1923, a venticinque anni di distanza da “Senilità” - qualcosa cambia. L'inetto non è più soltanto oggetto, ma diventa anche soggetto di critica del mondo borghese: resta ancora un escluso, incapace di riconoscersi nei ruoli sociali che dovrebbe ricoprire, ma per la prima volta traspare l'ipotesi che appartenere a quella realtà di uomini solidi e dabbene non sia poi un gran privilegio. è il passaggio da una visione chiusa del mondo a una aperta, novecentesca: è la complessità del reale che rende meno netti gli schemi letterari. Ne “La coscienza” il contrasto sanità/malattia viene capovolto e la distanza tra i due termini si riduce, finché i modelli borghesi diventano i simboli di un mondo sclerotico e irrigidito in convenzioni di facciata, mentre l'inetto è portatore di un'inquietudine positiva e trasformativa, un'apertura al cambiamento che significa immersione nel flusso vitale (dal quale invece i borghesi, avendo una “forma” definita e cristallizzata, sono staccati). La vera malattia finisce per coincidere con la “salute atroce” di chi non conosce la crisi e non sa mettere in discussione l'immagine del reale che si è costruito. A tal proposito, la critica sottile e caustica dell'inetto-Zeno nei confronti dei modelli borghesi -cui egli tuttavia aspira ad aderire- emerge chiaramente in questo ritratto del padre:

“Il mio desiderio di salute m'aveva spinto a studiare il corpo umano. Egli [il padre, n.d.r], invece, aveva saputo eliminare dal suo ricordo ogni idea di quella spaventosa macchina. Per lui il cuore non pulsava [ ]. Niente movimento perché l'esperienza diceva che quanto si muoveva finiva coll'arrestarsi. Anche la terra era per lui immobile e solidamente piantata su dei cardini. [ ] M'interruppe con disgusto un giorno che gli parlai degli antipodi. Il pensiero di quella gente con la testa all'ingiù gli sconvolse lo stomaco”

La stessa amara ironia circonda il personaggio della moglie Augusta, lei che crede che la Terra giri, ma allo stesso tempo giura che anche in quel turbinio ci sono cose destinate comunque a rimanere al loro posto, come l'anello di matrimonio, le ore dei pasti e del sonno. è tutto fermo il mondo borghese, immobile. Sa chi è e non vuole essere nessun altro.

Ma per sfuggire alla malattia di una vita “inquinata alle radici” l'unico metodo è il movimento.

Reinventarsi ogni giorno, fuori da ruoli e rassicuranti certezze.

“[...] credo che in qualunque punto dell'universo ci si stabilisca si finisce coll'inquinarsi. Bisogna muoversi. La vita ha dei veleni, ma poi anche degli altri veleni che servono di contravveleni. Solo correndo si può sottrarsi ai primi e giovarsi degli altri”

Francesca M

© 2011 - 2013 imieilibri.it

 

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