Lo straniero di Albert Camus

Il commento...

“Lo straniero”
di Albert Camus


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«Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall'ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri»

Se l'uomo fosse un albero, una pianta o un qualsiasi altro essere vivente privo di quella che si dice “percezione dell'esistenza”, se fosse del tutto confuso nel fluire della vita senza riuscire a staccarsene o a credersi diverso dal magma di cui fa parte, come racconterebbe la morte? Come racconterebbe se stesso e le persone che gli stanno intorno? Probabilmente lo farebbe così: con poche parole da telegramma.

Ne “Lo straniero” (disponibile online su laFeltrinelli - IBS) Camus lo dice subito, lo dice già da queste due righe che aprono il romanzo: la condizione dello “straniero” è tutta qui; è nella voce di Meursault che rompe il silenzio a fatica e controvoglia, che sente fastidio per le domande, che non sa raccontare, perché raccontare qualcosa significa “sceglierla”, staccarla da tutto il resto, dal flusso delle cose ordinarie -o naturali- considerarla per qualche aspetto speciale e diversa. Meursault, invece, è un cattivo narratore, uno di quelli che non sanno entrare nell'interiorità e non la trasmettono. Un narratore che di interiorità non ne possiede.

L'aspetto più sconvolgente del romanzo è proprio la sua naturalità, l'assenza assoluta di tratti sconvolgenti, di tempeste interiori, di sguardi da dentro: qui lo sguardo è sempre tutto fuori, è sulle cose, sulla natura, presente in maniera troppo forte per lasciar spazio a qualcos'altro, magari all'uomo.
È la natura mediterranea dell'Africa, di Algeri, con il sole che fa sobbalzare il paesaggio rendendolo inumano e deprimente, un sole che trabocca sulla campagna e slabbra le figure, cola sul collo e sulle tempie degli uomini, fa molle l'asfalto e sotterra i morti troppo presto, prima che i vivi possano abituarsi all'idea.

“Mi aveva detto che bisognava seppellirla molto presto [la madre di Meursault, n.d.r.] perché in pianura faceva caldo, soprattutto in quel paese. […] A Parigi si resta col morto tre giorni, persino quattro, certe volte. Qui non c'è tempo: non ci si è ancora abituati all'idea, che già bisogna correr dietro al carro funebre”

Il sole, il paesaggio, la sua luce non sono lo sfondo dell'azione: ne sono gli attori protagonisti. Meglio, sono i responsabili di ciò che non succede, della mancata interiorità. Sono il caso che si sostituisce alla volontà e mette in scena i fatti senza preoccuparsi che questi abbiano delle motivazioni.
Il sole che fa vacillare ogni cosa, lo stesso sole che aveva accompagnato il corteo funebre della madre di Meursault, un giorno alla fonte -nella pace delle onde del mare che traboccano pigre le une sulle altre- preme il grilletto e fa risuonare quattro colpi secchi che s'infrangono “sulla porta della sventura”. Il sole è la casualità che uccide un uomo e mette la pistola in mano a un altro, è il rumore che rompe il silenzio, che distrugge l'equilibrio del giorno. In questa scena del crimine Meursault si ritrova invischiato senza responsabilità, come fosse un passante capitato da quelle parti per caso. Ecco il vero colpevole, il solo criminale: il caso.

“... il caso aveva già troppe malefatte sulla coscienza in quella faccenda”

Lo straniero diventa essere da studiare, cavia da laboratorio. Giudici, avvocati, giornalisti e persone comuni vogliono conoscere le motivazioni del suo gesto, vogliono sapere perché ha sparato, perché ha fatto passare qualche istante fra il primo e il secondo colpo. Lui non lo sa, non sa perché sia andato a quella fonte con una pistola in mano né perché abbia finito per usarla.

“Il presidente ha risposto che […] sarebbe stato lieto, prima di sentire il mio avvocato, che io precisassi i motivi che avevano ispirato il mio gesto. Ho detto molto in fretta, rendendomi conto di quanto ero ridicolo, che era stato a causa del sole. Nell'aula si sono uditi scoppi di risa”

Lui non sa nulla di quello sparo, nulla di ciò che prova o che dovrebbe provare. Ignora i “comportamenti affettivi corretti”.

“Mi ha chiesto se quel giorno [il giorno del funerale, n.d.r.] avevo sofferto. […] gli ho risposto che avevo un po' perduto l'abitudine di interrogare me stesso, che mi era difficile informarlo” 

Potrebbe dirsi pentito di aver ucciso un uomo, potrebbe dire che il giorno del funerale di sua madre ha represso le lacrime, ma sa che di lacrime non ce ne furono, c'era solo il caldo mortale, il sole, e il cielo che premeva addosso. Niente spazio per altro, e Meursault non vuole falsificare la realtà: lui è quello che è, un essere naturale, neutro, forse vuoto, senza attributi come solo la natura sa essere. 
Quando Raimondo sorride e gli dice “sei mio amico”, quando Maria gli chiede “mi ami? mi sposeresti?”, Meursault risponde che è la stessa cosa, ma se a loro fa piacere sarà un amico e uno sposo. A lui, in fondo, non costa nulla.

“La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha domandato se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei voleva. Allora ha voluto sapere se l'amavo. Le ho risposto […] che ciò non voleva dir nulla, ma che ero certo di non amarla. «Perché sposarmi, allora?» mi ha detto. Le ho risposto che questo non aveva alcuna importanza e che se lei ci teneva potevamo sposarci. […] voleva soltanto sapere se avrei accettato la stessa proposta se mi fosse venuta da un'altra donna cui fossi legato nello stesso modo. Io ho detto: «Naturalmente»”

La naturalezza è la chiave, non l'indifferenza. Per un attimo si sarebbe tentati di fare un parallelo fra questo straniero e il Michele de “ Gli Indifferenti” di Moravia, ma sarebbe un parallelo inappropriato, perché in Camus l'emotività appiattita non è motivo di rimpianto né di sofferenza, non è il tormento di chi si rende conto di non saper più aderire al reale e ha nostalgia dell'epoca antica, quella delle passioni forti, quando per un sentimento si ammazzava la gente, o si ammazzava se stessi. Nel suo essere straniero rispetto a un modello “romantico” -o forse solo sociale- di uomo, Meursault è perfettamente dentro la natura, confuso nel suo scorrere, come un sasso o una pietra, un essere vivente che nasce dalla terra e nella terra è ben piantato. Non c'è giudizio sulle cose c'è solo sguardo, uno sguardo neutro che registra ciò che accade, ciò che non si può evitare che accada. La morte non è crudele né triste, è solo naturale, come naturale può essere la situazione più “terribile”, vivere in un ospizio o in un carcere, dimenticare qualcuno ed esserne dimenticati. La libertà e la sua assenza, i sentimenti, perfino i legami di sangue non sono che delle abitudini, delle forme d'adattamento messe a punto dall'animale uomo, in base alla situazione in cui questi si trova a vivere.

“Al principio della mia detenzione, comunque, la cosa più dura è stata che avevo dei pensieri di uomo libero. […] Ma questo durò qualche mese soltanto. In seguito non ebbi che pensieri di prigioniero. Aspettavo la passeggiata quotidiana che facevo nel cortile della prigione, o la visita dell'avvocato. Mi arrangiavo bene col tempo che mi restava. Ho pensato spesso, allora, che se avessi dovuto vivere dentro un tronco d'albero morto, senz'altra occupazione che guardare il fiore del cielo sopra il mio capo, a poco a poco mi sarei abituato. Avrei atteso passaggi di uccelli o incontri di nubi come, lì, attendevo le strane cravatte dell'avvocato e come, in un altro mondo, aspettavo pazientemente il sabato per avere il corpo di Maria.  […] Del resto era un'idea della mamma, e lei lo ripeteva sempre, che si finisce per abituarsi a tutto”

La cosa più terribile, ciò che non si accetta e non si perdona, il motivo stesso della condanna di Meursault è proprio... l'assenza del terribile.

La mancanza di qualcosa che resista, che si sottragga al flusso del tempo, che sappia dare un aggettivo alla neutralità della natura.

Francesca M

© 2013 imieilibri.it

 

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