Clandestina di Enrico Piscitelli/Federico Di Vita

Il commento...

“Clandestina”


Acquista su laFeltrinelli/IBS/inMondadori

Clandestini con permesso di soggiorno e diritto di zapping.

Portatori (in)sani di diversità. Vedono un mondo con la varicella, parlano per fotogrammi, sono alieni di periferia con le scarpe bucate, spie dei servizi segreti che vestono camicie hawaiane e occhiali da sole retrò, religiosi che vorrebbero che la statua della Madonna fosse solo roccia nella pietra, uomini che varcano paradisi separati dalla fogna da una porta blindata socchiusa.

I protagonisti di “Clandestina”, raccolta di racconti a tema, curata da Federico di Vita ed Enrico Piscitelli (edita da Effequ, disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori), non sono nelle favole e non sono eroi. Romantici? Ben poco.

Per loro l’angoscia è un cumulo di «carta igienica immacolata» ammassata nel water nella decade del mese sbagliata, e la verità «uno stick [quello del test di gravidanza, n.d.r.], gettato nel cassonetto sotto casa».

La spiritualità non li salva, e con il trascendente ce l’hanno un po’ su, perché Cristo -per loro- è un verbo che si è fatto carne con il solo scopo di allontanarli dai loro amori di pelle morbida. è un dio che si è messo in mezzo, colorando «la pelle di cenere, gli occhi di sangue». Abituati a rimuovere le distanze tra gli uomini «come si toglie il coperchio del barattolo per prendere le melanzane sott’olio», capaci di far stare due volumi nello stesso spazio, «in culo alla legge sull’impenetrabilità dei corpi», il votarsi anima e corpo a dio -spegnendo i propri peccati, e se stessi, in lui- è una forma d’amore che non sanno capire.

E allora Andrea Buoninfante, ne “La madonna dei nascosti”, ci racconta di come

«Antonio guarda il disastro indaco del cielo e pensa che sarebbe appena giusto che ne piovesse argento e non quella pioggia cretina.
In quel brano di terra, adesso, sarebbe tutto a cielo aperto se non fosse per quella pioggia. Scema come sua nonna quando gli diceva che erano le lacrime di Gesù per i peccati dell’uomo.
Pianga argento e ne faccia paradiso, pensa Antonio.
Un paradiso in cui la panchina su cui siede sia legno e ferro, le foglie foglie, la terra terra, la madonnina nella roccia, gesso nella pietra. E quella pioggia, se proprio deve essere, sia acqua!»

Si sente la necessità di tornare per terra, di mettere alla prova la scrittura nelle piccole banalità del quotidiano. Che poi la banalità e l’importanza, la bellezza e la sciatteria, sono sempre nella forma e non nella sostanza, sempre e solo -si fa per dire- nella parola, nel modo in cui si cuoce il soffritto narrativo (perché gli ingredienti sono -suppergiù- sempre quelli, ma -via a sapere- a qualcuno vien fuori un ragù, ad altri una sbobba).

Abbandonati i dialoghi sui massimi sistemi, soluzioni veramente geniali possono emergere anche dai rimasugli mediatici del nostro tempo, o dalle fredde statistiche sul precariato giovanile.

In “Cinquantuno di questi giorni” -di Francesco Sparacino-, la tv diventa incubatrice ad accelerazione per un “clandestino” concepito davanti al bazar dei consigli per gli acquisti, con una ninna nanna di sottofondo che canta

«Affrettati, […] gli incentivi statali stanno per finire»

«Chi si intende di delicatezza sceglie Foxy Lady»

«WC Net disincrostante è pronto a tornare sott’acqua»

«é un medicinale a base di benzetamina, leggere attentamente il foglio illustrativo»

L’alterazione genetica è garantita. Altro che nucleare, altro che contaminazione da radiazioni ionizzanti.
Il feto cresce, buca la placenta, rompe le acque. Nasce, dopo cinque minuti dall’amplesso; parla, dopo quarantott’ore di vita, e il primo nome che dice è Dario Laruffa, il direttore del TG2. Ingrassa, 84 chili, 91; gli vengono su capelli rossi che nel giro di pochi giorni imbiancano e cadono;   l’esplosione ormonale dell’adolescenza -dopo 17 giorni- gli provoca strani sogni che hanno per soggetto Cristina Parodi. In mezzo, Marrazzo, il transessuale Brenda, i suoi grossi orecchini a stella, Sgarbi seduto su una sedia da arbitro di tennis a gridare «Sono cose INAUDITE, INAUDITE, INAUDITE», «Uno psicologo litiga con un politico. Una soubrette litiga con un opinionista. Il pubblico applaude. Il pubblico fischia», Angelo Izzo che potrebbe avere «profili di innocenza», Veronica Lario che chiede il divorzio.
Un montaggio oggettivo, neutro, un collage di immagini che rende superfluo qualsiasi commento, capace di dire tutto senza dire nulla.

Si possono individuare all’interno della raccolta simmetrie incrociate che raggruppano i 12 racconti in coppie da sei.
Così, da “Cinquantuno di questi giorni” il tema televisivo si riversa ne “La ruota della fortuna” di Angelo Calvisi, con esiti però meno originali e il binomio sogno/realtà inserito in una parabola che termina con la scoperta -non proprio dell’acqua calda ma quasi- del grigiore e della tristezza nascoste sotto i lustrini.

La rete di un’ironia mitomane, un po’ leggendaria, pesca nelle percentuali dei giovani alle prese con la ricerca di occupazione e ne tira fuori non dati da telegiornale delle 20, ma pezzi di  ottimo surrealismo da ufficio. 

Giacomo Buratti in “Guardatelo, Marco Maccio!” crea un clandestino donchisciottesco e stranamente vittorioso: è un ex studente universitario capace di farsi assumere senza raccomandazione alcuna -solo perché ha voglia di lavorare- uno che, invitato a cena, chiede la ricetta dei crostini e fissa estasiato la libreria intavolando monologhi sul suo amore per Gogol’ e dando per scontato che il padrone di casa abbia letto anche solo qualcuno dei volumi che espone.
Chiaramente, c’è sotto del marcio e, appunto, «Marco Maccio […] se lo pronunci veloce alla fine ti esce “Marco Marcio”». La domanda è d’obbligo:

«Che ci fa, nel vostro ufficio, uno così? […] Com’è possibile che uno, un cretino, che solo quattro mesi fa faceva le fotocopie e smistava la posta e se ne andava a ficcanasare, come può essere, insomma, che uno così ora occupi la scrivania più vicina all’ufficio del capo, una scrivania uguale alla vostra?»

La risposta una sola: uno come Marcio Maccio non può esistere sul pianeta Terra. Uno come Marco Maccio è più di un clandestino: è un alieno con i superpoteri.

Dall’apprendista stregone, all’apprendista spione ne “Il crudele apprendistato di Vero Almont”, di Ernesto Baj. Iscritto al primo anno della specialistica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano e bisognoso di crediti per uno stage: questo il ritratto di Vero. Ma è una copertura, ci hanno pensato i servizi segreti.

«Inizio a stilare il reportage per cui sono stato spedito qui, in incognito, a indagare da infiltrato in una minuscola azienda italiana situata ai margini di quello che, nel mio file d’investitura, veniva definito “un sinistro fenomeno di presunto fermento culturale, con matrici anarcoidi e dagli esiti potenzialmente imprevedibili”. […] In ogni modo ho ragione di ritenere che i miei diretti superiori stavolta abbiano preso una bella cantonata: a mio avviso nell’ambito della piccola editoria, qui in Italia, sostanzialmente non è in atto alcun fenomeno dagli esiti “potenzialmente imprevedibili” […]» 


(fonte:nuiorc.com)

Un’operazione sommersa alla scoperta dei misteri della «Big Babol», casa editrice in via del Tempio sparito, con «l’immarcescibile Pirellone» -computer che impiega dai 15 ai 20 minuti per caricare il desktop- a fungere da «centro nevralgico della “rete computeristica”», e un solo libro pubblicato nell’ultimo anno.

«Come l’azienda potesse permettersi 11 tra dipendenti e collaboratori appariva un vero mistero. Devono essere state osservazioni di questo tipo ad aver attirato l’attenzione dei servizi segreti di Washington DC»

E’ l’ordinario che partorisce complotti e l’ironia ne rafforza l’assurdità. Marco Maccio e Vero Almont sembrano, se non fratelli, certamente pesci di una stessa vasca (significativo il fatto che i due racconti siano vicini nell’architettura della raccolta). Insieme a “Cinquantuno di questi giorni”, i pezzi migliori del volume.  

Ancora, i mondi clandestini possono essere colorati, a pois piccoli come spilli oppure grossi come palloni aerostatici, così ingombranti da impedire la vista, come succede ne “Il periodo Yayoi” di Matilde Quarti, storia della prigionia multicolor di Ginevra, ragazzina con «tutte le piccole nevrosi quotidiane che si confanno a una giovane donna della Milano perbene», come, ad esempio, chiamare «le lumache escargots e il coniglio lapin, ma solo quando rivestono il ruolo di portata». Nevrosi ordinarie, dunque, più una sola -straordinaria- sufficiente a conquistar la cittadinanza di clandestini: veder puntini colorati addosso alla gente e doverli scoppiare, con il rischio di ritrovarsi con un dito nella narice di un compagno di università o -peggio- nella pancia dell’ambasciatore dell’Argentina.

Un legame cromatico, di contrasto tra colore e non colore, ci porta in una «sala d’aspetto […] troppo bianca, come se qualcuno ci fosse passato sopra con la mano e avesse rubato tutti i colori, lasciando solo queste quattro pareti accecanti e le sedie crema», un «bianco […] rotto da manifesti colorati di maternità e pubblicità progresso»: qui -in “Bianca”, di Ilaria Giannini- la clandestina si chiama Sara e ha una verità sbagliata -o forse solo inopportuna- che le cresce in pancia. La tragedia ha poco di epico -per fortuna- e molto di quotidiano, di universitario, a esser precisi.

«Gli indizi della disgrazia mi sono montati dentro come piccole inquietudini senza motivo: una tazzina frantumata nell’acquaio, la gomma della bici trovata  a terra, le calze smagliate al ginocchio, durante l’esame di storia contemporanea…»

Piccoli elenchi che svecchiano stati d’animo e li raccontano nella forma di post-it attaccati sul frigo.

Più sfumato e lontano dal dato concreto, che ritorna in frammenti di memoria alternati e confusi alla soglia tra veglia e sonno, il racconto firmato dalla SIC, “Scrittura industriale collettiva”, e intitolato “Il sopralluogo”.
Una ragazza andata via dal paese, una ragazza che nessuno sa chi è, ritorna in un luogo che lei sola conosce, alla fine di una discesa in fondo al bosco, con l’autostrada a proteggerlo dalla vista del paese. Clandestinità, qui, è quella di chi sopravvive come ultimo custode di memorie e di storie cancellate dal tempo, o dalla malattia.

A voler seguire lo schema di una simmetria incrociata tra coppie di racconti, il passo successivo ci porterebbe verso altri luoghi, non strade del ricordo, ma stanze e scuole occupate dagli sfollati, quartieri con case che non hanno marciapiedi, perché in tangenziale nessuno andrebbe a fare una passeggiata e i marciapiedi non servono: sono i luoghi di “Marta” (ma anche di Luca), nel racconto di Alessandro Romeo.(fonte: dallacosta.it)

Luoghi e comunità, chiuse, con i loro codici interni. C’è “La Madonna dei nascosti”, e c’è la «Comunità per minori senza fantasia», ne “La svastica sul petto”, di Marco Montanaro. Il simbolo che non è posseduto ma possiede chi se lo appunta -o se lo tatua addosso-, il diritto d’innocenza che si perde quando si smette di sognare. Eppure c’è sempre la falla nel sistema, l’eccezione che conferma le regole, il numero che nega di non essere un uomo.

«Tipico di M-13: negare l’evidenza. Non come gli altri, no […]. Non negava per paura. Negava per convinzione, una convinzione più alta rispetto ai fatti…» 

Al senso tradizionale -o a quello più noto nell’immaginario comune- di clandestinità come condizione dell’immigrato, dello straniero, tornano due racconti: “Venerdì” di Davide Martirani, dove però -con inaspettato cambio di prospettiva- clandestino  non è la serva nera ma chi l’ha assunta, un nazista che ha donato l’eredità di famiglia alla comunità ebraica solo per fare uno sgarbo ai suoi ex compagni, un uomo che «è un buco nero, una metastasi fuori controllo»; “Luoghi comuni e feroci”, di Federico Longo, piramide di sillogismi della «tolleranza con regole», che accoglie a braccia aperte i diversi rispettosi. Cioè, quelli disposti a lavorare in nero, con stipendi da fame, senza giorni liberi e senza garanzie. Le docili bestie da lavoro, che non creano problemi.

«Non sono razzista, vedo semplicemente le differenze, cioè questi negri per esempio, loro non possono capire la nostra mentalità, la nostra cultura, il nostro modo di comportarci. Però se vengono qui devono adattarsi, devono seguire le nostre regole. E le nostre regole sono regole buone, sono regole sane, noi veniamo da una grande civiltà, i nostri popoli si sono distinti nella storia…»

Essere razzisti, insomma, è poco conveniente: si perdono tante cose

«Non sono razzista, sono andato anche a Cuba, e c’erano tutte quelle negre, non mi davano fastidio tutte quelle negrette, anzi mi piacevano quelle lì…»

Se il moralismo ha fallito, confidiamo nell’occhio. E l’occhio non mette aggettivi. Guarda. Al massimo, ride.

Francesca M

© 2011-2014 imieilibri.it


“Clandestina”, Autori Vari - Edito da Effequ

Disponibile online su:
- laFeltrinelli
- IBS
- inMondadori

 

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