Gli indifferenti di Alberto Moravia

Il commento...

“Gli indifferenti”
di Alberto Moravia


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Quando manca la passione non cè nulla da fare. Non si va da nessuna parte, o meglio, si va sempre  e solo dalla stessa parte.
Non si può essere figli, né fratelli, neppure amanti, non si può tirare uno schiaffo a un uomo, non lo si può uccidere. Niente si può fare senza passione.
 

E di passioni vere, forti, nel mondo de “Gli indifferenti” di Alberto Moravia non ce ne sono. Ma il problema non è questo: il problema è rendersene conto. Confrontare nella propria testa quello che cè a quello che potrebbe esserci, leggere alla lettera la realtà e capire che fra la lettera e il significato, fra la parola che si dice e ciò che con essa si vuole intendere esiste una relazione capovolta, o non ne esiste alcuna.

 «Come doveva esser bello il mondo” pensava [Michele, ndr] con un rimpianto ironico, quando un marito tradito poteva gridare a sua moglie: “Moglie scellerata; paga con la vita il fio delle tue colpe” e, quel ch’è più forte, pensar tali parole, e poi avventarsi, ammazzare mogli, amanti, parenti e tutti quanti, e restare senza punizione e senza rimorso: quando al pensiero seguiva l’azione: “ti odio” e zac! Un colpo di pugnale […]»

Pensare davvero le parole. Trasformarle da segni verbali in azioni. Credere che con ciò che si dice si possa agire sul mondo, far del male a qualcuno, produrre effetti veri e reali, tangibili, sulla carne - e la vita - degli uomini. È qualcosa di simile al “pensiero magico” dei bambini, e, non a caso, come un “bambino mal convinto” si rivolge Michele alla sorella, quando le chiede, già conoscendo la risposta, se ha davvero deciso di darsi a Leo: “E così Carla, lo sposerai?”. Cerca di convincerla a lasciare l’amante di sua madre, le paventa la possibilità che oltre quello squallore sia possibile un’altra vita, ma Carla -che ormai sembra diventata adulta per il tramite di quello che Sanguineti definisce un “rito di iniziazione, con tutto il suo cerimoniale crudamente sessuale”- ribatte avanzando una richiesta concreta, di fronte alla quale Michele risponde titubante, come se gli franasse la terra sotto i piedi:

«[...] un triste, meschino bisogno di realtà la possedeva:
“E in cambio” domandò con voce aspra “cosa ne avrei?”
“Cosa ne avresti?” Egli la guardò […] “Cosa ne avresti?... saresti libera... libera di farti una nuova vita” »

Nel mondo degli adulti si agisce per scopi pratici. La libertà e il cambiamento sono parole, e non significano nulla. Certo, magari si dicono -le dice la stessa Carla, ossessionata da quell’urgenza di cambiare anche passando attraverso la rovina personale-, ma appartengono a fasi particolari della vita: sono - parafrasando Sanguineti nell’introduzione all’edizione  Bompiani dell’opera - come quei rigurgiti di ribellione circoscritti alla giovinezza, fantasticherie poetiche, bambinate, cui nessuno da piccolo è immune, come non si è immuni dalle malattie esantematiche.
Con il tempo
, però, si finisce per “guarire”: si comprende che la vita vera è “senza aggettivi”, una “cosa”, un esistente neutro, né bello né brutto, sul quale la gente pratica non perde tempo a ricamarci teorie.
E infatti, ascoltando la proposta di Michele alla sorella, nella stessa scena,

«Leo sorrideva, sicuro: “Delle parole” ripeteva; “la vita non è né nuova né vecchia, è quello che è”»  

Il tratto che rende Michele un escluso, un diverso rispetto alla componente umana che lo circonda, è la sua ostinazione di voler attribuire alle parole un significato letterale: si sente condannato per la sua poca fede, per la scarsa sincerità, per l’assenza di sentimenti veri e forti, ma quei sentimenti, in realtà, esistono solo a livello di costruzione verbale e nessuno degli uomini “normali” -i borghesi inseriti tranquillamente nel meccanismo sociale, senza tormenti di coscienza che vadano a incresparne l’interiorità- li possiede sul serio. L’amore -e poi il miraggio di libertà, la promessa di una nuova vita- non sono altro che metafore romantiche per intendere, ad esempio, l’andare a letto, etichette che si usano convenzionalmente, sulla base di un accordo tacito e inespresso che la maggior parte della gente non accetterebbe di confessare, ma che, tuttavia, esiste ed opera come un collante molto forte.

Ora, Michele slega il linguaggio da quel sistema di sottintesi che lo rendono funzionale alle azioni, al comportamento, alla sopravvivenza di un certo gruppo sociale. Prende le parole “amore” e “odio”, ci riflette sopra, ci guarda dentro, le legge nel loro significato letterale, poi osserva la realtà che gli sta intorno, le persone con cui si trova a dover vivere, e fa una scoperta semplice eppure radicale: non c’è corrispondenza. Nel momento in cui accade questo, nel momento in cui si rompe il linguaggio, scoprendolo falso, non si può più tornare indietro.

«L’uomo che egli doveva odiare, Leo, non si faceva abbastanza odiare; la donna che doveva amare, Lisa, era falsa, mascherava con dei sentimentalismi intollerabili delle voglie troppo semplici ed era impossibile amarla […] “Non è questa la mia vita” pensò ancora con convinzione; “ma allora?”»

La domanda resta senza risposta: a quell’esistenza non c’è alternativa. L’unica scelta è tra mantenere la propria purezza e condannarsi così a diventare spettatori della vita, oppure cercare di rientrare nell’esistente, di riadattarsi. Di vivere e agire come tutti gli altri uomini, insomma. E Michele tenta questa seconda strada, perché “ogni volta che osservava la mobilità e la continua agitazione della vita, la propria inerzia gli incuteva spavento”. 
Ma quest’apprendistato da uomo normale si risolve in un fallimento e avvolgerà il ragazzo in una catena infinita di possibilità perdute e occasioni non colte, occasioni di amare, di odiare, di arrabbiarsi sul serio, di reagire e difendere valori e ruoli in cui è ormai impossibile riuscire a credere. In un episodio, Michele attacca Leo ripetendo le parole di un acceso litigio tra due sconosciuti, cui aveva assistito un giorno sul tram. “Era così che bisognava litigare”, ma i toni non sono quelli giusti, e neppure i tempi. è una recita venuta male, tutta da riscrivere, se solo si potesse. Ma non si può, perché le passioni non si insegnano e non si mettono in scena.

La noia, lo svuotamento, la percezione di un’irrimediabile assenza di senso sono cose che non si comunicano agli altri, perché tra la loro lingua e quella del diverso, di Michele, c’è una distanza incolmabile, che sotto la patina degli stessi significanti veicola mondi e sistemi di significati che non possono comprendersi.

«[...] avrebbe voluto lasciare questa commedia, inginocchiarsi davanti a Lisa come davanti alla donna che si ama, e dir tutta la verità: “Lisa, io non sono sincero: non m’importa nulla di mia sorella, non m’importa nulla di nessuno... Lisa, come debbo fare?” Ma Lisa non era la donna amata e non l’avrebbe compreso; come tutti gli altri ella esigeva da lui un atteggiamento necessario e naturale»

Impossibile la comunicazione, impossibile anche l’imitazione. Mancano i modelli: non c’è nessun uomo in carne ed ossa, nessun uomo del suo mondo cui Michele possa ispirarsi per ritrovare dentro di sé quei sentimenti veri e forti cui anela. Il motivo è semplice: quei sentimenti non possono che svilupparsi ed esaurirsi nella fantasticheria, e se da essa uscissero subirebbero necessariamente un processo di corruzione.

«Ora il suo spirito maligno lo tormentava: “[...] Credi tu che diventare un vero fratello, un vero figlio, un vero amante, un vero uomo qualunque, egoista e logico come ce ne sono tanti, significherebbe un progresso di fronte alle tue presenti condizioni? [...] non ti pare che sarebbe una vigliaccheria da parte tua diventare come tutti gli altri?»

Diventare come tutti gli altri non significherebbe guarire dall’indifferenza, perché questa non è un male strettamente personale, del singolo, ma una sorta di male storico esteso a un’intera classe sociale, quella borghese. Lo stesso titolo del romanzo, non a caso al plurale -”Gli indifferenti”, piuttosto che “L’indifferente”- fa comprendere come la differenza che intercorre tra Michele e la gente che lo circonda sia una differenza che non si gioca sul piano emotivo -sentimenti deboli (o nulli) Vs sentimenti forti-, quanto su quello della consapevolezza: i sentimenti, insomma, non ci sono né da una parte né dall’altra, ma soltanto Michele ne ha coscienza.

Raggiungere la fede e la sincerità in questo mondo reale, fuori dal sogno, equivarrebbe a spegnere la propria voce interiore, non confrontare l’esistente a una dimensione altra.

Per avvicinarsi all’odio o all’amore bisogna abbassare la posta, accontentarsi di sentimenti fac-simile, rileggere l’ideale nella realtà in cui ci si trova e creare un altro sistema di valori.

Gli uomini, infatti, non sono appassionati eroi di tragedie classiche -non nel mondo borghese, almeno- ma piccoli fantocci come quelli della pubblicità, che trovano lo scopo della propria vita e le ragioni della propria felicità nel testare le qualità del rasoio da barba con cui si radono.

«A che cosa servirebbe aver fede?” Era una risposta scoraggiante: “Servirebbe” significava il fantoccio “ad avere una lama, una felicità come la mia, come quella di tutti gli altri, di umile, stupida origine, ma scintillante... e poi l’essenziale è che rade”. Era la stessa risposta che gli avrebbe dato una di quelle tante persone dabbene: “Fai come me... e diventerai come me”, mettendo la propria persona stupida, goffa, volgare, come un esempio, come uno scopo da raggiungere in cima alla dura montagna dei suoi pensieri e delle sue rinunzie. “Ecco a cosa servirebbe” insisteva il suo spirito maligno, “servirebbe a diventare un fantoccio stupido e roseo come questo qui»

Francesca M

© 2011 - 2014 imieilibri.it


Alberto Moravia, “Gli indifferenti”

Disponibile online su: 

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