Inediti in Biblioteca: seminario su Pier Paolo Pasolini e Nazim Hikmet

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Questo evento si è tenuto il 15 aprile 2011 presso Biblioteca della Camera dei Deputati (Roma), alle 17:00.
L'evento...

“Inediti in Biblioteca”

Seminario su Pier Paolo Pasolini e Nazim Hikmet

Eroi e trasgressori in poesia. Quando il verso diventa liberazione-rivoluzione. Questo il tema che sarà affrontato venerdì 15 aprile, a Roma, nel nuovo appuntamento del ciclo di seminari “Inediti in Biblioteca”, a cura di Maria Luisa Spaziani e della Universitas Montaliana di Poesia. L'incontro avrà inizio alle ore 17, presso la Biblioteca della Camera dei Deputati -sita in Palazzo San Macuto-, e sarà dedicato all'analisi di alcuni aspetti dell'opera di Pier Paolo Pasolini e Nazim Hikmet.

I successivi appuntamenti, sempre incentrati su primari esponenti della poesia italiana e internazionale del Novecento, avranno cadenza mensile e si svolgeranno nella stessa sede, la Biblioteca della Camera dei Deputati. I posti sono limitati e per prendere parte agli incontri è necessario prenotarsi inviando una e-mail all’indirizzo info@gruppocultura.it
Al momento dell’ingresso alla Camera dei Deputati sarà necessario presentare un documento di identità (ingresso consentito entro le ore 17:15).


Verso lo Stato borghese (con la “S” maiuscola, come sistema politico, e con la “s” minuscola, come modo d'essere e modello di comportamento radicato) Pasolini dichiarava apertamente di sentire un odio istintivo e profondo. Ma aggiungeva anche che con l'odio non si fa nulla e, infatti, quella sua ripulsa verso la borghesia gli rendeva impossibile parlare di essa, parlarne con gli strumenti che uno come lui poteva usare, cioè con la poesia. L'odio interrompeva ogni rapporto fra il poeta “scandaloso” e censurato e quel mondo che gli scorreva accanto come un fiume lento e freddo, silenzioso e indifferente. Il popolo, almeno, quello del sottoproletariato delle borgate romane, pur nella sua vita fatta di cose semplici e spesso volgari, di istinti bassi e di violenza, conservava pur sempre una carica vitale autentica, fresca, una nota di colore crudo ma acceso, certamente migliore del grigio dei “più evoluti”, di chi stava al potere, di chi si sentiva moderno mettendosi nel salotto una televisione. Gli anni Sessanta, per il poeta, sono anni di crisi, originata da un terribile malinteso: quello di scambiare l'avanzare del tempo con il progresso, quello di credere che l'imporsi del neo-capitalismo e della società dei consumi sia segnale di benessere, di ricchezza generalizzata. Il malinteso di credersi ricchi e di credersi in democrazia. é profeta inascoltato, Pasolini, quando riflette sulle potenzialità negative del mezzo televisivo e denuncia il fatto che quella scatola, che apparentemente dà voce a tutti e tutto ci permette di conoscere, in realtà instaura una comunicazione impari, sbilanciata sul versante dell'emittente, una comunicazione passiva, in cui dall'altra parte dello schermo -la parte del pubblico- non c'è possibilità di replica:

“Nel momento in cui qualcuno ci ascolta dal video ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico. [...] Le parole che cadono dal video cadono sempre dall'alto, anche le più democratiche, anche le più vere, anche le più sincere”
(fonte: http://www.youtube.com/watch?v=A3ACSmZTejQ). 

Un vuoto esistenziale profondo -non solo personale, ma collettivo, sociale- e l'augurio che la patria sprofondi. Ma la patria che Pasolini così duramente attacca nei componimenti de “La religione del mio tempo” non è l'Italia in toto, ma l'Italia borghese, la patria “intesa come sede di una classe dominante benpensante, ipocrita e disumana [...]”


Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo

(Alla mia nazione, dalla raccolta “La religione del mio tempo”)

 


Nazim Hikmet nacque nel 1901 a Salonicco, quella stessa città che diede i natali a Mustafa Kemal Atatürk, colui che ne avrebbe fatto il quartier generale del movimento dei Giovani Turchi, il focolaio da cui si originò la guerra greco-turca del 1919-22, conclusasi con la conquista dell'indipendenza da parte della Turchia. Rivoluzionario in poesia e negli ideali politici, affascinato dai testi di Marx e degli autori della rivoluzione sovietica, Hikmet sostenne con forza quella lotta per la libertà, s'iscrisse al partito comunista turco, condannò i massacri perpetrati dagli armeni nel periodo tra il 1915 e il 1922: non era certo la strada migliore per assicurarsi quella che si dice un'esistenza tranquilla. La polizia lo teneva d'occhio, il partito comunista venne dichiarato fuorilegge e fuorilegge era anche lui, Hikmet, che con la sua arte poetica poteva fare cose pericolose, spingere alla ribellione, all'ammutinamento. Lui era la poesia che faceva paura alla dittatura. Condannato ai lavori forzati, costretto a ripetute fughe in Russia, frequentatore abituale delle prigioni di Stato -dove una sentenza del 1938 lo condannava a scontare 28 anni di reclusione per attività anti-naziste e anti-franchiste, prima che una commissione internazionale di cui facevano parte Tristan Tzara, Pablo Picasso, Paul Robeson e Jean-Paul Sartre intervenisse ad alleggerirgli la  pena-, proprio dietro le sbarre Hikmet diede alla luce i suoi lavori migliori, tra cui la raccolta capolavoro “Poesie d'amore”, versi dedicati a figure femminili che non sono mai soltanto donne, ma sembrano assumere il volto stesso del Paese da cui il poeta fugge, la Turchia, Istanbul


“ti farei sedere sull'orlo del letto
ti metterei sotto i piedi la mia pelle di lupo
con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te
ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito
come sei bella, Dio mio, come sei bella
l'aria e l'acqua di Istanbul nel tuo sorriso
la voluttà della mia città nel tuo sguardo

L'amore esce dalla dimensione personale e non si posa più sul corpo di un solo essere umano, ma accarezza e sonda la carne di un popolo intero, giura fedeltà a un ideale, all'utopia di un Paese libero. è un sogno lontano dal realizzarsi, forse impossibile, ma è proprio quell'impossibilità, quell'assenza a farlo grande, perfetto, staccandolo dai difetti del già fatto per metterlo nella dimensione senza limiti del possibile

“Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto”

 


Per informazioni
Uff. Stampa: Francesco Comellini 349.0083494
ineditinbiblioteca@gmail.com
Ulteriori dettagli sul sito www.gruppocultura.it

 


Evento organizzato da Universitas Montaliana di Poesia e pubblicato anche qui!

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