Per Italo Svevo a centocinquanta anni dalla nascita

Francesca M Postato da Francesca M in Eventi > incontri letterari
Questo evento si è tenuto il 9 aprile 2011 presso Auditorium dell'Ente Cassa di Risparmio, via Folco Portinari 5 (Firenze), alle 17:00.
L'evento...

Per Italo Svevo a centocinquanta anni dalla nascita

Era il 1861: il 19 dicembre di quell'anno, in una terra di confine come Trieste -allora territorio dell'Impero asburgico- contenitore di lingue, di culture e di popoli, ponte verso lo splendente mondo della Mitteleuropa, nasceva Aron Hector Schmitz, più noto alle cronache letterarie con lo pseudonimo di Italo Svevo. A Firenze, sabato 9 aprile, in un incontro che avrà inizio alle ore 17 presso l'Auditorium dell’Ente Cassa di Risparmio (in Via Folco Portinari 5) si ricorda l'opera di quest'autore, il cui valore fu a lungo misconosciuto, con una serata dal titolo “Per Italo Svevo a centocinquanta anni dalla nascita”.

L'evento è promosso dalla "Fondazione Il Fiore" e rientra nell'ambito della “Settimana della Cultura 2011”.

Dopo l'apertura affidata ai saluti di Maria Grazia Beverini Del Santo, Presidente della “Fondazione Il Fiore”, la parola passerà a Marco Marchi, protagonista di un intervento intitolato “Un triestino a Firenze”. A Seguire, Giuseppe Antignati leggerà brani tratti da opere dello scrittore triestino nel reading teatrale “Voci di Italo Svevo, spettacolo scritto dallo stesso Marco Marchi, con le musiche di Franz Schubert e i contributi video di Marco Ulivieri.

Per informazioni telefonate al numero 055.224774 
o visitate il sito www.fondazioneilfiore.it


Tra Italo Svevo e la letteratura per lungo tempo si intromise la realtà. E la realtà si chiamava necessità economica, si chiamava banca, industria, e poi famiglia. Gli obblighi del padre e gli obblighi del manager, le cose concrete della vita di un cittadino dabbene che aveva fatto studi di tipo commerciale, ammucchiando però nei cassetti prove narrative di novelle e un romanzo - “Una vita”- che pubblicherà poi nel 1892, a sue spese, senza ottenere né lodi né biasimo dalla critica, ma solo la sterile indifferenza e il silenzio che si riserva ai dilettanti (o a quelli considerati tali). La letteratura venne allontanata dal registro dei conti e dagli inventari di merci: bisognava isolarla, metterla in quarantena, come pericoloso focolaio di una malattia che si potrebbe chiamare “non aderenza al corpo sociale”. E così nel 1902, l'uomo, ora manager, che nei suoi scritti si firmava Italo Svevo, in una pagina di diario si sfogava dicendo: “Io, a quest'ora e definitivamente, ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura”.

Ma la letteratura è un male recidivo e cronico, con incubazioni pazienti. E se poi si incontrano altri “malati” colpiti dallo stesso male -come James Joyce- e questi ci convincono a non curarci, anzi, a considerare il morbo come un talento, bé, allora la strada verso la ricaduta è spianata. Accadde così che il buon Aron Hector Schmitz -il manager- non seppe togliere la parola -e la penna- a quel suo alter ego che di nome faceva Italo Svevo e che finì per pubblicare altri due romanzi, “Senilità” e “La coscienza di Zeno, conquistando, alla fine, larga fama in Francia e riconoscimenti entusiasti non solo dal già citato Joyce, ma anche da un giovane poeta italiano, tale Eugenio Montale.

Erano i romanzi degli “inetti” , gli uomini che guardano la vita da dietro un vetro fatto di vagheggiamenti letterari e alibi costruiti a tavolino, vite in cui gli amori sono pieni e spirituali, le anime pure, e gli incapaci privilegiati, diversi e perciò incompresi dai borghesi gretti e affaristi. I protagonisti di queste vite da megalomani sono Alfonso Nitti, Emilio Brentani e poi Zeno Cosini, al centro di tentativi di scalata sociale che essi, però, non assecondano o favoriscono in alcun modo e, anzi, quando passa il treno giusto, non ci saltano sopra ma si fermano a guardarlo mentre attraversa la pianura con il fumo che gli sbuffa dietro.

Uomini che vorrebbero ma non possono.
Borghesi declassati, artisti falliti.

Vorrebbero un buon padre borghese che li adotti e trasmetta loro un po' dei suoi geni e del suo sangue.
Vorrebbero un posto di lavoro in banca.
Vorrebbero liberarsi dal vizio del fumo e spegnere la sigaretta, ma continuano a tener accesa la nevrosi.

 


 

 


Evento organizzato da Fondazione Il Fiore

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