“La mano nemica e la realtà del liocorno…” – Piccola “storia” delle Donne, con un po’ di Poesia…

L'approfondimento...

“La mano nemica e la realtà del liocorno…”
Piccola “storia” delle Donne, con un po' di Poesia…

 

La cosa, forse, iniziò proprio da lì. Fu creata da lì. Dalla Bibbia, dal punto in cui, nella Genesi, si legge che Dio avrebbe assopito Adamo per poi operare su di lui da moderno chirurgo, asportandogli una costola e suturando bene la parte. Con l’osso così ricavato, il Creatore mise insieme la donna, il fatto è arcinoto a credenti e non. Una metafora, certo, un parlar figurato, la scienza è un’altra cosa, ma la scienza di rado fa la mentalità.

La mentalità, invece, la fanno spesso teorie poco rigorose, dati che gli esperimenti di laboratorio non quantificano, reperti leggendari che l’archeologia non rinviene. Nella mentalità, in quella memoria collettiva che mette pietra su pietra dal primo compleanno del mondo, si sedimentano molti guasti -anche se dire guasti è già misconoscerne l’incidenza-, molti refusi di coscienza e molti lapsus di corpi, ondate di conoscenze paramentali che risalgono dagli organi -e non tutti nobili e celebrati poeticamente, come il cuore o il cervello- per tradursi in chissà quale tipo di informazione neuronale.

In qualcuno di questi gorghi dev’essere finito, un giorno o l’altro, il racconto biblico di cui sopra. Ad impadronirsene furono, non ci crederete, le donne.

Non gli uomini, le donne!

Raccontarono le une alle altre quella storia, si convinsero vicendevolmente che le cose stavano così: loro esistevano grazie all’uomo, di cui rappresentavano solo un’infima parte, una misera costola con un poco di carne cresciuta attorno. Niente di più.

È una corruzione che si confonde con la crescita e non si sa in quale punto o momento preciso abbia inizio. è il male delle donne su se stesse e su altre donne.

“La mano di una madre selvatica, incontaminata
e secca ci ha guidate vigili al dovere sociale.

La madre tua assolata è una vestale, un carceriere
che ti indica la strada verso il tuo dovere donnesco. […]

[…] quella mano è la tua nemica più dura perché è una mano di donna
che ti insegna le regole dell’uomo, la mano
attenta e dolce del padrone sulla testa tua
che è fottuta e tu non lo sai, donna mia cieca
e sorda, ardita e fiacca”

Così scrive Dacia Maraini in quell’esempio di poesia discorsiva, rabbiosa e tuttavia piena di speranza, che è la raccolta “Donne mie”. Appelli a tutte quelle donne cresciute in un mondo che ha insegnato loro la colpa, la vergogna, il pudore timido dell’educanda come ruolo da recitare senza alcuna scelta che non sia quella di passare per una poco di buono. Donne che pensano di valere poco, che riveriscono l’uomo solo perché le lascia vivere al coperto di una casa, donne che quando invecchiano diventano per tutti streghe e befane, fagotti ridicoli e fastidiosi, corpi avvizziti che aspettano la morte che venga a prenderseli.

A questo massacro somministrato in piccole dosi quotidiane, iniettate con una siringa sterile, le donne ci vanno in gruppo, come bestie al macello. Ognuna spinge l’altra, nessuna pensa mai di potersi salvare.

Ancora, rivolta alle donne, la Maraini scrive:

“[…] perché voi pensate che
la donna è fatta di fango e avete coperto
questo fango con uno strato di porcellana lucente…”

La porcellana di una moglie fedele, di una madre servizievole.

E se pur quella storia della donna nata dalla costola dell’uomo o, peggio, dal fango, non è vera, che differenza volete che faccia? Le donne la considerano tale.

“Un chiodo infilato così bene e così a fondo
dentro le viscere del tuo cervello delicato
che dopo penserai di essere nata così, cornuta,
come quello strano animale, il liocorno,
bello e mai esistito, eppure dipinto e
cantato e concimato dalle fantasie del mito…” 

Donne bambine per obbligo sociale, vergini di corpo e di testa, che guardano al mondo come a un mistero spaventevole e pericoloso. Donne come Ida Ramundo vedova Mancuso, protagonista de “La storia” di Elsa Morante. A Ida,

“[…] i soli a non farle paura, in realtà, erano stati suo padre, suo marito, e più tardi, forse, i suoi scolaretti. Tutto il resto del mondo era un’insicurezza minatoria per lei, che senza saperlo era fissa con la sua radice in chi sa quale preistoria tribale. E nei suoi grandi occhi a mandorla scuri c’era una dolcezza passiva, di una barbarie profondissima e incurabile […]”.

 

E' l’essenza di una femminilità affiorante da strati pre-sociali e pre-razionali, un percepire, senza conoscerlo scientemente, il senso di una diversità dall’uomo che, pur essendo tutta storica e non imposta dalla natura, talmente è entrata nel sangue da confondersi con esso

“[…]  la stranezza di quegli occhi ricordava l’idiozia misteriosa degli animali, i quali non con la mente, ma con un senso dei loro corpi vulnerabili, «sanno» il passato e il futuro di ogni destino. Chiamerei quel senso […] il senso del sacro: intendendosi, da loro, per sacro, il potere universale che può mangiarli e annientarli, per la loro colpa di essere nati…”

Gli attacchi epilettici di cui Ida soffre da piccola sono, secondo l’antica cultura popolare dei contadini calabresi, il segno di una maledizione, l’invasione degli spiriti maligni che -coincidenza mai smentita- si annidano di preferenza nei corpi delle donne, pur se

“[…] l’invasione, in fondo, veniva avvertita come una prova immane e senza colpa, la scelta inconsapevole di una creatura isolata che raccogliesse una tragedia collettiva…”

Donne compostissime in società, rispettabilissime tutrici dell’etichetta, ma con un fondo di inquietudine che, murata viva, può emergere all’improvviso, così in Ida, come in sua madre, vittima, anche lei, di non meglio identificati accessi isterici, da cui poi ritorna cosciente come da un sogno che ne abbia sdoppiato la personalità

“Non era lei, ma una sorta di bestiaccia sanguisuga, sua nemica, che le si aggrappava all’interno, forzandola a una recitazione pazza e incomprensibile…”

Anche alla “Maria” di Lalla Romano, rappresentante di una cultura montanara destinata a scomparire gradualmente lungo gli anni Trenta e Quaranta, serva che sa stare al suo posto, dosando i silenzi quando tutti, invece, sono curiosi, anche a lei il mondo, nelle sue immagini più vive, più incontrollabili, fa paura

“Non capivo bene cosa intendesse Pietro quando diceva che era quello, essere vergine; ma intuivo che il maestro, come le vespe, i topi, e forse anche il riso irrefrenabile della ragazza Giuseppina, erano tutte immagini di uno stesso mondo, oscuro ed urtante, per lei”

Per tante donne schiave della paura, tante altre che combattono, tante donne nuove che vogliono emanciparsi dalla vecchia immagine di donna, tramandata da madri e nonne. C’è la “Penelope alla guerra” di una delle penne femminili più combattive di sempre, Oriana Fallaci. Una Penelope che disfa la tela e smette di aspettare il suo Ulisse, prendendo invece il mare per varcare, da sola, le colonne d’Ercole.

“[…] lei partiva senza rammarico perché erano ventisei anni che mangiava cupole e verde e dolcezza e ormai aveva fame di grattacieli, di grigio, di guerra…”

Questa Penelope guarda nello specchio ciò che al mondo le interessa di più, se stessa. Si sente forte, sente di essere eccezionale, ma poi si guarda e si scopre, anche lei, fragile, con un corpo e una faccia che non le appartengono, forse troppo delicati, un cattivo equipaggiamento per la lotta dura, maschia, che sente di dover combattere.

“Della ragazza dentro lo specchio le piacevano solo i capelli perché erano biondi e in essi dimenticava di appartenere a una terra dove le donne avevano capelli neri, come sua madre, non contavano nulla, come sua madre, e piangevano, come sua madre…”

E poi la dittatura dell’immagine, da sempre, e soprattutto oggi, sui corpi delle donne, dipinta con trucchi resistenti a qualsiasi lavaggio (si veda, al riguardo, il recente libro-documentario di Lorella Zanardo “Il corpo delle donne”). Sempre bellissime, che altrimenti non si trova marito e neppure lavoro. Ben diverse erano le donne descritte da Matilde Serao ne “Il ventre di Napoli”, serve per poche lire al giorno, abitanti di vicoli stretti e fetidi, ciascuno con la sua puzza -“di cuoio vecchio, di piombo fuso, di acido nitrico, di acido solforico”-, vicoli di poca luce e molte ombre, vicoli ingombri di spazzatura e di miasmi, posti da cui la “gente pulita” si tiene alla larga, posti che la poesia la mandano a farsi benedire.

“Queste serve […] sono esseri mostruosi, la pietà è uguale alla ripugnanza che esprimono. Hanno trent’anni e ne dimostrano cinquanta,  sono curve, hanno perso i capelli, hanno i denti gialli e neri, camminano come sciancate, portano un vestito quattro anni, un grembiule sei mesi. Non si lamentano, non piangono: vanno a morire, prima di quarant’anni, all’ospedale, di perniciosa, di polmonite, di qualche orrenda malattia. […]  

Sono brutte, è vero: si trascurano, è verissimo: fanno schifo, talvolta. Ma chi tanto ama la plastica, dovrebbe entrare nel segreto di quelle esistenze, che sono un poema di martirio quotidiano, di sacrifici incalcolabili, di fatiche sopportate senza mormorare.

Gioventù, bellezza, vestiti? Ebbero un minuto di bellezza e di gioventù, furono amate e si sono maritate: dopo, il marito e la miseria, il lavoro e le busse, il travaglio e la fame…”

Francesca M

© 2011-2014 imieilibri.it

 

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