Se questo è un uomo di Primo Levi

Il commento...

“Se questo è un uomo”
di Primo Levi


Riccardo Battigelli - “Per non Dimenticare” (1944)

«La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana»

Se ci venisse chiesto in che modo si può annientare un essere umano, noi uomini della società civile probabilmente risponderemmo “infliggendogli una terribile sofferenza” e, nel dirlo, ci troveremmo tacitamente d’accordo sul fatto che la sofferenza in questione debba avere a che fare con l’anima. Penseremmo alla libertà negata, alla perdita degli affetti, alla solitudine, alla morte delle persone amate, perché sempre -fateci caso- il male cui sappiamo pensare è un male che passa dalla mente e lì si ferma. Un male interiore e intellettuale, che del corpo non si cura. Sì, perché per la nostra società il corpo è qualcosa di basso, di volgare, di poco degno, certo non la sede dell’essere umano, e le malattie, le sofferenze, le disgrazie del corpo paiono non in grado di distruggere un uomo, forse perché ritenute sedabili dalla scienza o dalla volontà. L’uomo che soffre fisicamente è ancora un uomo, anzi, è un uomo più grande, così pensiamo, rassicurati da quel luogo comune che ci permette di accettare la sofferenza riscattandola come fonte di elevazione spirituale.

Ora, la tragedia dell’Olocausto che Primo Levi racconta in “Se questo è un uomo” è la tragedia di un male che germoglia dal corpo, dalla pelle grigia, dagli occhi bianchi, dai crani rasati, dalle viscere gonfie di liquidi, dai piedi piagati, e parte, per questa strada all’annientamento dell’uomo.

I tedeschi crearono una nuova specie vivente, quella degli “uomini a righe”, fantocci di fango che marciavano al ritmo di fanfara e si chiamavano tra loro non più con il nome -che era un ricordo lontano e favoloso, quasi il residuo di una vita precedente-, ma con il numero di matricola tatuato a inchiostro sul polso.

A questi uomini erano stati tolti il nome, gli abiti, le scarpe, i capelli, la casa, le abitudini, qualsiasi oggetto personale, in modo che si trasformassero, da persone, in cose o in bestie. Uno sterminato gregge anonimo, intercambiabile e irriconoscibile, senza storia e senza volontà, con una sola risposta, sempre identica, per qualsiasi ordine: “Jawohl”, “Sì”.

Questi uomini non sono più tali: sono esseri non afferrabili neppure dalla sensibilità più spiccata, esseri delle cui storie gli uomini comuni parlano con molte imprecisioni, trasferendo su una realtà altra i moduli interpretativi del proprio mondo.

Quali sentimenti provarono i prigionieri di un Lager?

La risposta è che, escludendo rari momenti di lucidità e individui di tempra superiore rispetto alla norma, quei prigionieri non sentivano nulla. Non erano tormentati e angosciati come potremmo immaginarceli, neppure la morte annunciata delle selezioni riusciva a scuotere le loro giornate, e le speranze del futuro non erano speranze di tornare a casa o di uscire di lì, ma speranza di trovare un tozzo di pane in più o una zuppa non troppo liquida, speranza di non essere picchiati e di non dover trasportare carichi troppo pesanti. 

La parola “Selekcja”, “selezione” diventa col passare dei giorni un’ossessione che aleggia sulle teste di tutti e le perseguita. Tuttavia, scrive Levi:  

«Non si può dire che ne risulti un’ondata di abbattimento. Il nostro morale collettivo è troppo inarticolato e piatto per essere instabile. La lotta contro la fame, il freddo e il lavoro lascia poco margine per il pensiero, anche se si tratta di questo pensiero [la morte, n.d.r.]. Ciascuno reagisce a modo suo, ma quasi nessuno con quegli atteggiamenti che sembrerebbero più plausibili perché sono realistici, e cioè con la rassegnazione o con la disperazione»

E ancora:
«In vari modi dunque, anche questi giorni di vigilia [della morte, n.d.r.], che raccontati sembra dovessero essere tormentosi al di là di ogni limite umano, passano non molto diversamente dagli altri giorni. La disciplina del Lager e della Buna non sono in alcun modo allentate, il lavoro, il freddo e la fame sono sufficienti a impegnare senza residui le nostre attenzioni»

Per soffrire al modo degli uomini liberi, cioè con un coinvolgimento di sentimenti, è necessario conservare la coscienza del proprio stato, ma quando il corpo è spinto oltre i limiti di resistenza, quando i disagi materiali della fame, della sete, delle malattie non curate e del gelo si fanno pressanti, opprimenti, l’uomo retrocederà allo stato primordiale delle bestie e accetterà ogni cosa, persino la morte, non già per rassegnazione meditata, ma per torpida indifferenza.

La vita in Lager è una guerra che si combatte da soli, in mezzo a schiene voltate, dove tutti sono nemici pronti ad abbattere l’altro nei momenti di debolezza.
E anche là dove non c’è cattiveria, non si riesce comunque a salvare dall’indifferenza un genuino amore verso il prossimo. Parlando con un compagno, Levi gli racconta di averlo sognato, di aver sognato che quello veniva a fargli visita nella sua casa, da uomo libero, e che poi, insieme, festeggiavano il ritorno alla libertà con un gran banchetto: è una bugia che serve a mentire a se stessi, a dare a sé e all’altro una speranza in cui non si crede

«Povero sciocco Kraus. Se sapesse che non è vero, che non ho sognato proprio niente di lui, che per me anche lui è niente, fuorché in un breve momento, niente come tutto è niente quaggiù, se non la fame dentro, e il freddo e la pioggia intorno»

Non si può pensare all’altro quando la fame domina i sogni, quando il proprio mangiare non è più quello degli uomini, non “essen” -dicono i tedeschi- ma “fressen”, il mangiare delle bestie.

«accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso»

Qualcosa riesce a salvarsi, come l’amicizia di Levi con Alberto, che morirà pochi giorni prima della liberazione del campo, o con il civile Lorenzo, che conserva un’umanità “pura e incontaminata” e riesce ad essere ancora un uomo, fuori da quel mondo di negazione. Ma si tratta di eccezioni che come tali vanno considerate: non si può pensare che bastino a modificare le leggi del Lager.

Senza la retorica dei buoni sentimenti, Primo Levi racconta la dimensione, tutta umana e tutta terrena, della costruzione tedesca del Lager, un contro-Stato, un mondo parallelo con le sue leggi spietate e conseguenti, con le sue proibizioni infinite.

Qui, entro il filo spinato, non valgono i giudizi morali del mondo civile: il bene e il male assumono connotazioni impensate, non c’è infamia nel rubare e non è assurdo continuare a dormire, indifferenti, sapendo di avere accanto un cadavere. Il linguaggio comune è nato in un altro mondo, partorito da altri uomini, e resta attaccato alla lingua di questi uomini, gli uomini del Lager, come un significante vuoto, un corpo cavato da dentro, senza sangue e senza un significato che lo riempia

«Come questa nostra fame non è la sensazione di chi ha saltato un pasto, così il nostro modo di aver freddo esigerebbe un nome particolare. Noi diciamo “fame”, diciamo “stanchezza”, “paura” e “dolore”, diciamo “inverno”, e sono altre cose. Sono parole libere, create e usate da uomini liberi che vivano, godendo e soffrendo, nelle loro case. Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato; e di questo si sente il bisogno per spiegare cosa è lavorare l’intera giornata nel vento, sotto zero, con solo addosso camicia, mutande, giacca e brache di tela, e in corpo debolezza e fame e consapevolezza della fine che viene»

Francesca M

© 2011 - 2014 imieilibri.it


Primo Levi, “Se questo è un uomo”

Diverse edizioni disponibili online su:

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