Novecento di Alessandro Baricco

Il commento...

“Novecento”
di Alessandro Baricco


«Lui diceva: “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”.
Lui l’aveva una… buona storia. Lui era la sua buona storia»

La storia di un uomo dal nome lunghissimo. Un nome perfetto, di quelli con cui si va lontano: Danny Boodmann T.D. Lemon “Novecento”. Ci sono dentro i limoni, quelli della scatola di cartone in cui lo trovò suo “padre”, il buon vecchio Danny Boodmann, marinaio nero di Philadelphia. Al centro due lettere appuntate -manco fosse un avvocato-, e per finire un numero, uno grosso, Novecento, per ricordare che nacque proprio nel primo anno di quel fottutissimo nuovo secolo.

Con un nome così, si va lontano. Ma Novecento non andò mai da nessuna parte.
Mai fuori dalla sua casa galleggiante
, il Virginian. Mai un passo sulla terra ferma, nel mondo di tutti.

Per quel mondo lui non esisteva: “non c’era città, parrocchia, ospedale, galera, squadra di baseball che avesse scritto da qualche parte il suo nome. Non aveva patria, non aveva data di nascita, non aveva famiglia. […] ufficialmente non era mai nato”.

Colpa di suo padre, di Danny, che temeva glielo portassero via con un tranello burocratico, una cosa di legge, di quelle che regolano il mondo della terra.

Novecento era senza identità anagrafica, senza documenti, senza Stato. Novecento era contro la legge, glielo dicevano tutti a Danny: “In culo la legge”, rispondeva sempre lui.

Novecento che vive sull’acqua, che non è mai sceso a terra, è un pianista. Non uno qualsiasi, però.

Lui fa scivolare il pianoforte come un enorme sapone nero sul mare in burrasca, e non suona le note di tutti, quelle normali, ma le sue, e si potrebbe credere che inventi sul momento -così pensa chi lo ascolta: è un genio, improvvisa-, ma la questione è più complessa, è una roba che ha a che fare con la creazione artistica, quella autentica: il fatto è che le sue note Novecento se le porta scritte addosso da sempre. Scritte dentro.

“Noi suonavamo musica, lui era qualcosa di diverso. Lui suonava… Non esisteva quella roba prima che la suonasse lui, okay?, non c’era da nessuna parte. E quando lui si alzava dal piano, non c’era più… e non c’era più per sempre…”

Che non abbia mai sceso la scaletta che lo separa dalla terra, non importa: Novecento la terra la conosce, e ha viaggiato, nell’unico modo in cui valga davvero la pena farlo, con il coinvolgimento e il desiderio, con la scoperta di chi non si limita a visitare o a osservare un paese che gli sta bello e fatto sotto gli occhi, ma lo inventa, quel paese, lo crea per sé e per gli altri

Con parole che non sono mai venute in mente a nessuno. Con una musica che non si era mai sentita prima e che ha dentro tutte le musiche del mondo, tutte insieme, quelle già scritte e quelle ancora da pensare. 

“Il mondo, magari, non l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima. In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia… Tutta scritta, addosso”  

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Un libro, come questo di Baricco (disponibile online su laFeltrinelli e IBS), che resiste alla prova rilettura, non è cosa da tutti.

Viene voglia di chiudersi in una stanza, o di piazzarsi davanti a uno specchio e recitare -anche se è un brutto termine- senza pubblico, solo per sé, la storia del pianista sull’oceano.
Dare voce a quelle parole che già la voce si portano dentro, parole nate vive, parole non da libro, finite tra due pagine più spesse e colorate, nel vincolo di una copertina, quasi per sbaglio, per un tranello.

Storia piena di sentimenti ma raccontata senza la facile retorica sentimentale, senza le metafore dei poeti dalla fantasia presa in prestito, o in affitto, dai dizionari letterari.

L’originalità delle immagini, l’efficacia delle costruzioni sintattiche, una narrazione potente, di quella potenza autentica che nasconde lo sforzo e simula la semplicità, senza bisogno di seminare a destra e a manca termini astrusi e periodi di cui non si vede la fine.

Per chi legge poco o storce il naso davanti ai libri, questo monologo di appena sessanta pagine è la prova che la letteratura fatta bene non annoia. La bellezza della parola emozionerà anche i cinici e vincerà l’indolenza dei pigri.

Come sono coinvolgenti i libri, quando si dimenticano di essere tali.

 

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