Le radici pagane del Natale di Elena Savino

Il commento...

“Le radici pagane del Natale”
di Elena Savino

“Il nostro territorio pullula di presenze divine, a tal punto che si incontra più facilmente un dio che un uomo…”

Ora, non è per rovinare la festa a qualcuno o per essere antireligiosi nel momento sbagliato, ma se si vuole indagare sulle origini del Natale, allora una cosa bisogna pur dirla, anche se la macchina oramai non si può più fermare: il 25 dicembre non è il compleanno di Gesù.

Questo leggiamo sulla copertina de “Le radici pagane del Natale”, pamphlet che Elena Savino scrive a quattro mani -come lei stessa afferma nella breve nota introduttiva- con Fabrizio Ponzetta, co-autore non dichiarato dell’opera. Il libro -poco meno di 100 pagine (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori)- nasce, a detta dell’autrice, quasi per scherzo e non ha la pretesa di tessere una rigorosa indagine storica sulle origini del Cristianesimo, quanto, piuttosto, di suscitare interrogativi e alimentare curiosità su una delle tradizioni più radicate dell’Occidente cristiano.

Questo libro non è una polemica sul Natale. Non è neppure la voce saccente del razionalismo contro l’ingenuità dei credenti. È, semplicemente, uno sguardo apartitico sul modo in cui il Cristianesimo -e il Natale- nacque. Per capire da dove tutto è partito. Per capire come si costruiscono, nei secoli e nei millenni, le tradizioni.

Il viaggio ci porta lontano, nella Roma dei primi secoli dopo Cristo. È la Roma politeista che ha dei per tutti i gusti, alcuni presi dall’Oriente -come Mitra e Iside-, altri assimilati dai popoli che via via entrano a far parte dell’Impero. I culti più diversi convivono pacificamente in uno spazio in cui, faceva notare Petronio, ci sono quasi più dei che uomini

Il Cristianesimo si innesta qui, sullo sfondo di una religiosità multiforme che verrà poi ricondotta all’unità. Dai molti dei al solo Dio, nel giro di pochi secoli. L’evidenza della “vera” religione, portata dalla parola del Messia, s’impone sui falsi culti. Tutti si convertono. In massa. In realtà, le cose non stanno propriamente così e il passaggio dall’uno all’altro sistema culturale non fu un semplice voltare pagina a un momento convenuto.

I vecchi riti “pagani”, come vennero definiti con accezione negativa da certa apologetica cristiana, erano componenti ineliminabili della mentalità dei popoli primitivi, che si trovavano a vivere all’interno di un ciclo naturale dominato da leggi incomprensibili. La Natura era un grande e pericoloso mistero, capace in qualsiasi momento di decidere della vita o della morte dell’uomo, il quale, non potendo controllare queste forze che minacciavano di cancellarlo senza motivo dalla faccia della Terra, cercava di ottenerne la benevolenza attraverso il rito. Divinità del mondo pagano (che non è il mondo cattivo o blasfemo dei non credenti, ma, semplicemente, il mondo delle campagne) diventano il sole, la pioggia, la luna, la terra, cioè quelle presenze che hanno un’incidenza diretta nella vita materiale.

Il Cristianesimo, insomma, fece la sua comparsa in un periodo in cui gli uomini che più che a salvarsi l’anima puntavano, primariamente, a salvarsi la pelle. La religione c’entrava poco: era una questione di sopravvivenza.

Per il nuovo Dio fatto uomo -vero e giusto finché si vuole- avere la meglio sui concorrenti non fu certo semplice. Così, dopo tentativi non risolutivi di sradicamento dei vecchi culti precristiani, la Chiesa comprese che il “nemico”, impossibile da sconfiggere, andava imitato. L’imitazione, ben inteso, non toccava il contenuto del messaggio cristiano, ma interessava soltanto le manifestazioni esteriori del culto, che vennero mutuate dal mondo pagano.

Queste premesse sono fondamentali per capire per quale motivo il Natale venga festeggiato il 25 dicembre, anziché in un qualsiasi altro giorno dell’anno. Perché la notte del 25 è nato Gesù, dicono i cristiani (alcuni di loro). In realtà, nei Vangeli non c’è alcun riferimento alla data di nascita del Salvatore, niente che riporti al 25 dicembre o ad altri giorni, tant’è vero che nei primi tre secoli del Cristianesimo si tentò a più riprese di individuare la fatidica data, senza peraltro giungere a decisioni unanimi.

Il Natale come festa cristiana nasce nel 330 d.C., per volontà dell’imperatore Costantino, e viene ratificato ufficialmente sette anni dopo da Papa Giulio I. In precedenza, i popoli dell’Impero festeggiavano il 25 dicembre come giorno di nascita del Sol Invictus, il Sole Invincibile che dopo tre giorni di morte apparente rinasce dalle tenebre (e si noti che tre giorni è anche il tempo impiegato da Gesù per risorgere).

Questa tradizione trova la sua origine nell’osservazione del moto del Sole, che nei giorni che vanno dal 22 al 24 dicembre raggiunge il punto di massima distanza dall’Equatore, con la conseguenza che, nel nostro emisfero, si registrano la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. è quello che oggi conosciamo come  solstizio (letteralmente “sole fermo”) d’inverno e che in passato era interpretato come morte del Sole. Dopo il buio del solstizio, il 25 dicembre l’astro torna alla sua vitalità e per i popoli antichi era festa grande.

Ora, far coincidere la nascita di Cristo con la celebrazione del Sol Invictus significava preparare un passaggio non traumatico dal vecchio al nuovo, “riciclando” con nuovi significati una data dall’alto valore simbolico per tutti i popoli dell’Impero (e non solo dell’Impero) e assicurando così al culto cristiano una vasta partecipazione popolare.

Quando nel V secolo Leone Magno dice “Il Figlio di Dio, nella pienezza dei tempi che il disegno divino, profondo e imperscrutabile, aveva prefisso, ha assunto la natura del genere umano per riconciliarla al suo Creatore […]”, si potrebbe ribattere che a decidere il tempo della nascita di Cristo -il giorno, almeno- non fu la Provvidenza, ma furono i pagani.

La mediazione ebbe i suoi frutti e con il passare del tempo la festa del Sole scomparve dalla memoria collettiva per lasciar spazio al Natale di Gesù. Di questi pagani, pur sconfitti e dimenticati, pare non ci si possa proprio liberare.

Da loro, dai pagani, viene anche l’usanza dello scambio dei doni, inserita nella celebrazione dei Saturnali (dal 17 al 23 dicembre), che anticipavano il Natale del Sole. I giorni di festa dedicati a Saturno erano caratterizzati dal tentativo di far rivivere i fasti dell’età dell’oro, un’epoca pre-cosmica di pienezza vitale, sottratta alle convenzioni della cultura ufficiale. Accadeva, dunque, che all’ordine sociale basato sulla gerarchia subentrasse un nuovo ordine basato sulla reciprocità e tutti, allora, potevano fare regali a tutti. I padroni ai servi e i servi ai padroni.

Con brevi accenni ad altre divinità che in varie parti del mondo vengono fatte nascere il 25 dicembre, questo pamphlet  ci fa riflettere su come la dimensione simbolica del sacro si componga spesso di tratti invariabili comuni a popoli diversi e spiegabili appieno solo nel contesto di uno studio comparato delle religioni.

Se poi la questione di Gesù vi interessa poco, nel libro potrete comunque trovare interessanti rivelazioni sulla vera identità della Befana, di Babbo Natale (figlio della Coca Cola), dell’abete illuminato (figlio di Lutero) e di molti altri personaggi e simboli tipici di queste feste.

Insomma, Buon Natale a tutti. Di chiunque esso sia.


 

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