I sessanta nomi dell’amore di Tahar Lamri

Il commento...

“I sessanta nomi dell'amore”
di Tahar Lamri

“Per me, scrivere in Italia, paese dove ho scelto di vivere e con-vivere, vivere nella lingua italiana, convivere con essa e farla convivere con le altre mie lingue materne (il dialetto algerino, l’arabo ed in un certo senso il francese) significa forse creare in qualche modo l’illusione di avervi messo radici. Radici di mangrovia, in superficie, sempre sulla linea di confine, che separa l’acqua dolce della memoria, da quella salata del vivere quotidiano”

Nato in Algeria nel 1958, Tahar Lamri ha un’identità divisa fra molte terre, oltre al Paese natale: la Libia del periodo degli studi in legge e del lavoro come traduttore presso il consolato francese di Bengasi, la Francia, e l’Italia, dove risiede dal 1987.

Quello che i suoi testi ci restituiscono è un mondo in cui culture e lingue diverse s’incontrano e s’impastano, per superarsi e dimenticarsi, per ritornare ad uno spazio-tempo primordiale dove l’uomo è solo uomo, non più l’indigeno, non più lo straniero, non il bianco né il nero.

Una letteratura dell’immigrazione, si potrebbe dire. Ma le etichette mal si accordano all’esperienza del migrante, che non sa e non può definirsi proprio per quella condizione particolarissima che segna il suo stare al mondo, il suo vivere in una stessa vita molte vite che non si ricordano le une delle altre. Il migrante, infatti, si trova per necessità e conformazione psicologica a morire e rinascere più volte, rinascere in posti diversi, sotto culture nuove e in mezzo a nuova gente.

Ciò che egli è va ben oltre la semplice somma delle parti, l’addizione tra prima e dopo, tra punto di partenza e punto d’arrivo.

La scrittura migrante rende il senso di queste identità svaporate e  diventa sospesa e provvisoria, anche e soprattutto sotto il profilo linguistico, come fa notare lo stesso Lamri:

“Vivendo spesso in condizioni precarie, egli teme di vivere nel pressappoco, e si comporta con la lingua come il maniaco ossessionato dall’idea di aver dimenticato il gas aperto o di perdere le chiavi”

Attraverso le parole si “costruisce un doppio immaginario del mondo reale, e così ci accorgiamo che la scrittura altro non è che un immenso cantiere, mai compiuto, le città italiane non assomigliano alle città italiane e gli italiani non assomigliano agli italiani e neanche gli stranieri assomigliano agli stranieri”.
(fonte: el-ghibli.provincia.bologna.it)

Di questo tipo di scrittura “I sessanta nomi dell’amore” (disponibile online su laFeltrinelli) è un condensato.

Siamo di fronte a una sorta di romanzo-collage che mette insieme numerosi racconti inseriti nella più ampia cornice narrativa della storia d’amore tra due scrittori, lei italiana curiosa della cultura araba, lui algerino. E' un amore elettronico, telematico, un amore fatto di parole che corrono via e-mail. Parole d’amore.
L’arabo ne possiede ben sessanta e Tahar Lamri ce ne spiega le diverse sfumature semantiche. Troviamo, tra le altre: Araq” (insonnia),“Balabil” (tormenti), “Bayn” (sete, uomo in stato di desertificazione esso stesso), “Cha’af” (sofferenze), “Chaghaf” (desiderio), “Chagian” (malinconia),Chag’w” (preoccupazione e tristezza), “Chawq” (nostalgia, desiderio), “Da’a mukhamir” (affetto senza tregua), “Danaf” (male cronico).

Nel romanzo confluiscono anche i racconti de “Il pellegrinaggio della voce” -trasposto poi in uno spettacolo rappresentato in molti teatri italiani ed europei- e “Solo allora sono certo potrò capire”, testo con il quale Lamri vinse, nel 1995, il concorso letterario “Eks&Tra” riservato a scrittori migranti (quello di Lamri e gli altri racconti del concorso sono stati pubblicati nell’antologia “Le voci dell’arcobaleno”, uscita per Faraeditore.

Per Tahar Lamri, che sa muoversi con disinvoltura fra lingue diverse, scrivere in italiano è una scelta di liberazione, un “atto pagano”, “perché se la lingua madre protegge, la lingua straniera dissacra e libera”: si delinea un percorso linguistico intricato, specchio della complessità irriducibile dell’essere umano, soprattutto quando l’essere umano in questione è un migrante in bilico tra radicamenti vecchi e nuovi.
 

 

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