Tavola rotonda “La donna in Italia e nel mondo” – reportage

Il reportage...

Di seguito, il resoconto della tavola rotonda sul tema La donna in Italia e nel mondo, con la giornalista Giuliana Sgrena.

L’incontro si è svolto lo scorso 28 novembre, nell’ambito dell’XI edizione di Città del Libro, rassegna nazionale degli autori e degli editori ospitata a Campi Salentina, in provincia di Lecce

Dopo la presentazione di Intrigo internazionale, questa domenica pomeriggio alla “Città del Libro” di Campi Salentina continua sotto il segno delle donne.

Alle 19 arrivano puntuali sul palco tutti i protagonisti della tavola rotonda che avrà per tema “La donna in Italia e nel mondo”: Lucia Castellano, Maria Rosaria Buri, Filomena D’Antini Solero, Milena Carone, Alessandra Schiavone, Ilaria Lia e Attilio Pisanò. Soprattutto, arriva l’ospite d’onore Giuliana Sgrena, scrittrice e giornalista de “Il Manifesto”, profonda conoscitrice del mondo islamico per averne fatto esperienza diretta e spesso drammatica (ricordiamo il sequestro di cui fu vittima il 4 febbraio 2005, ad opera della Jihad islamica, un evento che si concluse con la tragica uccisione dell’ufficiale dei servizi segreti italiani Nicola Calipari).

Dal fermento in sala -nell’Auditorium non ci sono più posti a sedere- si intuisce che si tratta di un incontro molto atteso, un incontro in cui a parlare della condizione femminile saranno le donne stesse, donne che rivestono importanti ruoli pubblici o si muovono nel sociale da posizioni diverse, all’interno del mondo accademico o giornalistico.

Si comincia con la lettura di alcuni dati relativi alla condizione delle donne nel mondo. Scopriamo -o forse solo riascoltiamo- realtà amare, realtà che ci indignano e sembrano lontanissime dalla nostra società democratica. Scopriamo che in molti Paesi, oggi, nel 2010, la donna è un essere umano di serie B: le viene negato il diritto più elementare, quello alla libertà -libertà d’espressione, di movimento, di parola-, e le si costruisce intorno un clima di violenza domestica e di paura, in cui gli aguzzini diventano i padri e i fratelli. Gli uomini con cui si cresce, quelli di cui ci si dovrebbe fidare istintivamente, spesso sono pronti -come accade in Afghanistan- a sfregiare con l’acido il volto di figlie e sorelle disobbedienti.

Eppure, come ricorda il professor Attilio Pisanò -docente di Diritti umani all’Università del Salento e coordinatore degli interventi di questa tavola rotonda-, i diritti delle donne rientrano nei diritti universali dell’umanità e a sancirlo c’è la CEDAW (Convention on the Elimination of all Forms of Discrimination against Women - n.d.r.), Convenzione internazionale voluta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Approvato il 18 dicembre 1979, il documento gode di valore giuridico a livello internazionale e rappresenta, dunque, una tappa fondamentale sulla strada che porta all’eliminazione di ogni tipo di discriminazione contro le donne.

Purtroppo, però, sappiamo che il percorso delle leggi dal momento dell’emanazione all’effettiva entrata in vigore può subire delle deviazioni e registrare scostamenti anche significativi fra teoria e prassi. Tale rischio diventa concreto soprattutto quando si tratta, come in questo caso, di leggi che si esprimono su valori universali e dovrebbero quindi trovare applicazione in contesti politici e sociali molto diversificati.

Riguardo al caso specifico della CEDAW, il professor Pisanò fa riferimento all’esistenza di quello che definisce un istituto “diabolico”: si tratta dell’“Istituto delle riserve”, creato per fare in modo che la Convenzione fosse ratificata dal maggior numero possibile di Paesi, che si sarebbero trovati, così, ad avere un punto d’incontro almeno teorico e generale sul quale confrontarsi. L’obiettivo fu raggiunto e, ad oggi, la CEDAW è tra i documenti più riconosciuti a livello internazionale.

Riconosciuta da tutti, la CEDAW. Ma riconosciuta con riserve di vario tipo.

Ci sono Paesi, come l'Arabia Saudita, che dichiarano di accettare la Convenzione a patto che questa non entri in contraddizione con il diritto islamico, mentre altri Stati ne rifiutano l’applicazione laddove ciò origini contrasti con il diritto interno (tale è la posizione dell’Algeria) o con singoli articoli della Costituzione.

Come si vede, il discorso subisce una deriva paradossale -“diabolica”, dice Pisanò-, perché i diritti che si riconoscono con l’accettazione della CEDAW sono diritti umani universali, ed è impensabile subordinarli al diritto particolare di qualsivoglia Stato.

Eppure, le riserve sono ormai un dato di fatto e diventano spesso la giustificazione, peggio, la legittimazione giuridica del sopruso contro le donne.

La parola passa a Giuliana Sgrena, che fornisce una testimonianza vissuta delle realtà finora illustrate attraverso dati e discorsi giuridici.

Giuliana SgrenaIntroducendo alcuni temi da lei trattati nel volume “Il prezzo del velo. La guerra dell’Islam contro le donne” (edito da Feltrinelli), la giornalista afferma che la condizione delle donne nei Paesi arabi si è aggravata negli ultimi anni per il diffondersi di un tipo di fondamentalismo che mira a re-islamizzare la società imponendo il ritorno a quello che viene definito il “vero islamismo”, in contrasto con l’islamismo finora praticato. In questo processo, per la verità, la religione interviene solo trasversalmente e, allontanandosi da questioni confessionali, diventa uno strumento politico nelle mani di gruppi fondamentalisti che mirano a conquistare un potere tutt’altro che spirituale e circoscritto alle anime.

Lo sguardo democratico dell’Occidente spesso si limita a osservare queste realtà e a registrarle con distacco. Anche quando la questione ci riguarda da vicino -perché gli immigrati sono ormai una presenza stabile nelle nostre città-, preferiamo non prendere posizione, o meglio, ci schieriamo dalla parte della libertà e così ci mettiamo al sicuro. Nella botte di ferro della modernità e della democrazia. Peccato però che la “libertà” sia spesso invocata, affermata, concessa e distribuita come una formula magica o una sorta di scatola vuota all’interno della quale ognuno ci fa rientrare quello che vuole. Diciamo -continua la Sgrena- che non si può andare in altri Paesi e insegnare, o imporre, i nostri costumi, diciamo che ognuno ha il diritto di conservare le proprie tradizioni, e noi queste tradizioni le giustifichiamo in blocco, anche nel caso in cui si tratti di pratiche mortificanti per la dignità dell’essere umano. è la trappola del relativismo, che ci fa chiudere nel cortiletto di casa nostra e ci dà una visione dualistica della storia: l’Occidente e l’Oriente, la società civile e il mondo selvaggio, il progresso e la tradizione.

Ci sfuggono molte cose. Ci sfugge il fatto che i movimenti per l’affermazione dei diritti delle donne non appartengono solo alla storia dell’Europa e dell’Occidente, ma si sono affacciati anche sullo scenario del Medio e Vicino Oriente e qui permisero di raggiungere importanti traguardi, come l’abolizione del velo nell’Afghanistan degli anni ’20. Le donne islamiche hanno una profonda coscienza politica, una radicata consapevolezza dello stato in cui versano, e si sono a lungo battute contro quello che viene percepito non come un simbolo religioso, ma come uno strumento di oppressione che significa, per chi lo indossa, accettare di abbassare gli occhi davanti a un uomo al quale non si è legate da gradi di parentela, parlare a bassa voce, camminare senza far rumore (motivo, questo, che spinse i talebani a vietare l’uso dei tacchi).

Nei Paesi arabi le donne si sono fatte uccidere per rivendicare il diritto di affrancarsi dal velo, ma oggi tutto questo viene ignorato in Occidente, e si parla del velo come di una scelta di carattere religioso. Dunque, nell’immaginario collettivo europeo -e, aggiungiamo noi, televisivo- alle donne, che non possono decidere nulla e non sono padrone neppure di se stesse, viene concessa la sola libertà, fragilissima e falsa, di poter indossare oppure no il velo.

Giuliana Sgrena continua soffermandosi sulla situazione dell’Arabia Saudita, tra i Paesi più arretrati per quanto riguarda l’affermazione dei diritti delle donne, anche se attualmente sono stati fatti dei passi in avanti e molte libertà sono state riconquistate. Al di là di questo, viene ricordato che l’imporsi del fondamentalismo in Arabia Saudita riportò in vigore non soltanto antiche tradizioni religiose, ma addirittura leggi tribali che sancivano, tra le altre cose, la possibilità di usare la donna come mezzo di risarcimento di un danno. Così, ad esempio, nel caso di un incidente automobilistico provocato da una donna, questa poteva essere venduta per coprire il danno arrecato all’altro conducente. Ma si andò anche oltre, cercando di imporre l’apartheid sessuale nelle università e vietando alle donne di guidare le automobili.

A questo proposito, Attilio Pisanò legge un brano tratto da “Il prezzo del velo”, brano in cui il capo di dipartimento di un’università dell’Arabia Saudita spiega i motivi che spingono a vietare la guida alle donne: il poter guidare porterebbe le donne a uscire spesso di casa, le allontanerebbe dalla cerchia ristretta della famiglia ponendole in contatto con un mondo più ampio e “pericoloso”. L’auto diventa sinonimo di indipendenza, di un’affermazione personale percepita come disobbedienza e ribellione: abituate a vivere fuori di casa, le donne comincerebbero a truccarsi, a curare il corpo, a esporlo, a gestire il tempo fuori dal controllo degli uomini di famiglia. Il loro comportamento, insomma, diventerebbe fonte di sospetti e di pettegolezzi.

Racconti di questo genere mostrano come possa essere dannoso il relativismo se usato per giustificare qualsiasi tipo di pratica con il semplice riferimento al retroterra culturale.

La libertà è un diritto, certo, ma anche una responsabilità da assumersi, un cammino da intraprendere con coscienza e da percorrere giorno per giorno, senza la presunzione e l’ingenuità di veder raggiunta definitivamente la meta. Perché -sottolinea Giuliana Sgrena- niente ci mette al riparo da possibili ritorni all’indietro e, anzi, la storia del mondo arabo ci insegna che la lotta per l’affermazione dei diritti dell’uomo non segue necessariamente una linea retta, di indefinito avanzamento, ma può registrare improvvisi passi falsi. E qui parte un applauso spontaneo del pubblico, che addirittura interrompe l’intervento della giornalista per sottolineare e fermare l’importanza di quelle parole.

Gli spettatori presenti in sala con il loro applauso sembrano voler dire che è vero, che si sono accorti anche loro che la libertà non è un valore dato una volta per sempre, ma, al contrario, sembra subire -proprio sotto i nostri occhi, proprio in questi giorni- un processo di svuotamento, un attacco continuo -per quanto sottile e nascosto-, una pericolosa messa in discussione. Accade anche qui, accade anche nella civilissima Europa e nella nostra liberissima Italia.

In chiusura, una riflessione su Sakineh, sul trattamento mediatico della sua vicenda e sul bisogno di simboli nella nostra società.

 

Francesca M

(11 dicembre 2010)

© 2010 imieilibri.it

 


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