Piazza Oberdan di Boris Pahor

Il commento...

La voce di Boris Pahor tra amnesia e culto della memoria:
quando l’odio non conosce confini

«Ho immaginato di passeggiare per Trieste, arrivando a piazza Oberdan, luogo dove convergono i ricordi dolorosi del Novecento»

“Piazza Oberdan” (edito in Italia da Nuova Dimensione; disponibile online su laFeltrinelli e IBS) è una struggente raccolta di ricordi e di pensieri, una testimonianza storica, ma anche una lezione di etica che ci esorta a non lasciarci trascinare dal pregiudizio, e a non ricadere negli errori del passato.

Nelle pagine di questo libro, magnifico omaggio alla memoria del Novecento, lo scrittore ripercorre il dramma degli sloveni di Trieste, costretti negli anni ’20 a cancellare le proprie radici culturali nel nome di un regime che aveva imposti rigorosi standard etnici, invetabilmente rivolti ai danni delle minoranze.

Simbolo di questa incompresa repressione, il rogo che distrusse il Narodni Dom, la casa della cultura slovena di Trieste, all’epoca situata proprio in piazza Oberdan, un episodio di estrema violenza, spesso ricorrente nelle narrazioni di Pahor, simbolo di quell’odio assurdo che vorrebbe distruggere quanto è percepito come diverso.

Indubbiamente, la violenza che l’epoca fascista inflisse agli sloveni di Trieste non è l’unico esempio di una persecuzione che potremmo definire più culturale/politica che etnica, e non dissimile da quella che avvenne a breve distanza, oltreconfine, contro gli italiani rimasti in un territorio successivamente trasformatosi in Jugoslavia.

Storico scenario di alcune delle più paradossali crudeltà del secolo scorso, Piazza Oberdan, diviene un gesto di resa giustizia nei confronti degli sloveni di Trieste, ma anche l’affermazione dell’importanza di ogni identità culturale, e del rispetto dovuto, senza distinzione, ad ogni popolo.

Boris Pahor Boris Pahor nasce (il 26 agosto 1913) in una Trieste ancora avvolta dall’atmosfera austroungarica, poi, all’età di sette anni, assiste al rogo del Narodni Dom, una scena che rimane impressa nella sua memoria, e che compare frequentemente nelle sue opere letterarie. Laureatosi in lettere a Padova, torna a Trieste per dedicarsi all’insegnamento, frequenta i giovani intellettuali sloveni, tra cui Zorko Jelincic, padre di Dusan Jelincic, ed inizia un lungo carteggio con il poeta Edvard Kocbek, che diverrà la sua figura di riferimento etico e spirituale. Nel 1940, arruolato nell’esercito italiano, viene inviato sul fronte libico, dopo l’armistizio ritrova Trieste occupata dai tedeschi, e decide di unirsi ai partigiani sloveni, raccontando questa esperienza nel romanzo Città del golfo. Nel 1944 viene arrestato dai nazisti e deportato prima nel campo di Natzweiler-Struthof, in Francia, poi a Dachau e a Bergen-Belsen. In particolare, il periodo di prigionia nel campo francese è ricostruito con agghiacciate lucidità in Necropoli, l’opera più nota, e terribile, di Boris Pahor. Al termine della guerra, egli riprende i contatti con Edvard Kocbek, divenuto dissidente verso il regime jugoslavo per aver denunciato apertamente il massacro degli anticomunisti sloveni e il dramma delle foibe. Insieme al triestino Alojz Rebula, Boris Pahor rende omaggio all’amico poeta pubblicando il libro-intervista Edvard Kocbek: testimone della nostra epoca, un gesto gli costerà il divieto di entrare in Jugoslavia, e la proibizione delle sue opere in Slovenia.

Proposto diverse volte per il Premio Nobel, Boris Pahor è uno dei maggiori punti di riferimento per gli scrittori sloveni della nuova generazione.

Le sue opere, scritte in sloveno, sono tradotte in numerose lingue, e in Italia si sono diffuse solo negli ultimi anni.

 

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