“Non si esce dalla rappresentazione” – L’Enrico IV e la finzione a ciclo continuo nell’opera di Pirandello

L'approfondimento...

“Non si esce dalla rappresentazione”
L’Enrico IV e la finzione a ciclo continuo nell’opera di Pirandello

«Come a voi appajono travestiti loro, così a lui, nei nostri panni, appariremmo travestiti noi»

Andato in scena per la prima volta il 24 febbraio 1922, l’“Enrico IV” ottenne un immediato successo di pubblico, a differenza del tortuoso percorso vissuto da “Sei Personaggi in cerca d’autore”, primo dramma della stagione metateatrale di Pirandello.

L’autore, che fino a quel momento si era mosso nel solco delle convenzioni teatrali dell’epoca, ricalcando i moduli del dramma borghese serio e logorandoli dall’interno, con i Sei personaggi del 1921 apre un nuovo ciclo. La critica al teatro contemporaneo si fa diretta, frontale. Non implode, esplode

Il palcoscenico diventa un sistema di scatole a incastro e ospita al suo interno rappresentazioni di secondo grado. Per intenderci, gli attori sulla scena non sono più padri, madri, figlie, sorelle, uomini e donne che portano davanti al pubblico la loro storia: gli attori restano attori e come tali, come personaggi che recitano, si presentano -apertamente- a chi li osserva.

Non c’è distinzione fra dentro e fuori, fra teatro e vita, fra realtà e finzione.

Lo scenario della rappresentazione si allarga, assume confini sfumati, sgretola i ruoli dello spettatore e del commediante facendoli incontrare nello stesso spazio. In “Ciascuno a modo suo”, ad esempio, viene messo in scena il conflitto fra attori e pubblico, con gli spettatori che, ad un certo punto, abbandonano le loro poltrone per diventare essi stessi attori, irrompendo sul palcoscenico.

Sulla scena di “Questa sera si recita a soggetto” troviamo, invece, degli attori alle prese con un regista che impone loro copioni troppo rigidi: finiranno per cacciarlo, scegliendo una forma di recitazione più spontanea che consenta di liberarsi dalla finzione attoriale -o di portarla all’estremo- per identificarsi completamente con i personaggi.

Pirandello mostra come la finzione non sia prerogativa del teatro e non appartenga solo agli attori che recitano consapevolmente, per mestiere. Finzione, al contrario, è l’intera dimensione sociale del vivere dell’uomo, calato da convenzioni che lo precedono in una rappresentazione senza fine, in uno spettacolo a ciclo continuo che lo costringe a vestire un ruolo e a comportarsi di conseguenza, a darsi un nome, un’identità cartacea e burocratica, un io legale e anagrafico che permetta agli altri e a se stesso di riconoscersi.


Romolo Valli in “Sei personaggi in cerca d'autore”- scena “Chi siamo?”

Dalla recita non si esce. Non esiste un “altro”, non esiste un fuori, almeno non esiste sul piano del reale, e chi nel reale cerca di realizzarlo è destinato alla sconfitta, come Mattia Pascal, che rinuncia alla sua identità per costruirsene una nuova, di carta, salvo poi ritrovarsi in un limbo, non-morto e non-nato, quando si accorgerà che il mondo non può riconoscerlo e accoglierlo né come il vecchio Mattia Pascal né come il nuovo Adriano Meis. Le due identità, le centomila identità, si elidono tra loro: distruggono l’Uno, lasciano il Nessuno.

La disgregazione dell’io e la trappola sociale, che cristallizza l’uomo in un ruolo e lo porta gradualmente verso una morte intesa come distacco dall’incessante flusso vitale che accomuna tutte le creature dell’universo, sono i temi centrali e ricorrenti dell’opera pirandelliana, sia sul versante narrativo che su quello teatrale.

Il mondo che Pirandello ci restituisce è un mondo “fuori di chiave”, con gli accordi saltati, le armonie che non reggono, i suoni che non stanno insieme pacificamente. E' il mondo del Novecento, simile a una chitarra scordata, a un pianoforte con i bianchi e i neri invertiti. Solo l’arte umoristica può rappresentare questo puzzle di pezzi slegati: la tragedia e la parodia della tragedia finiscono insieme, si ride e si cade nell’angoscia, si riflette e si prende in giro la mente.

Crolla tutto. Crolla l’uomo, la conoscenza, la comunicazione, la storia, il progresso, restano solo le radici di questa farsa. Restano solo l’assurdo e il paradosso.

Che il teatro di Pirandello giochi con il principio di verosimiglianza e sottragga allo spettatore uno scenario in cui riconoscersi e identificarsi, appare evidente già dalla prima scena dell’Enrico IV. Siamo nel salone di una ricca villa di campagna, arredato come se fosse la sala del trono dell’Imperatore Enrico IV di Germania.

Ci sono quattro giovani vestiti con abiti del XI secolo: sono Arialdo, Landolfo, Ordulfo e Bertoldo, attori dilettanti stipendiati dal marchese Di Nolli, nipote del sedicente Enrico IV, affinché recitino la parte dei consiglieri del sovrano. In questa villa, infatti, la rappresentazione va avanti senza sosta da vent’anni, e con grande spreco di denaro si comprano abiti, lampade, mobili d’epoca, e i commedianti studiano nel dettaglio libri di storia medievale, il tutto per assecondare la pazzia di un uomo che vent’anni prima cadde da cavallo durante una festa in maschera e da quel momento è rimasto fissato nel personaggio di cui vestiva i panni, l’imperatore Enrico IV.

La villa è il luogo di una realtà inesistente, dove le coordinate spazio-temporali possono saltare con facilità, intrecciarsi, sovrapporsi, con il risultato che chi ci entra per la prima volta rischia di impazzire. Lo si comprende dallo smarrimento del nuovo arrivato, Bertoldo: quando l’ha assunto, il marchese gli ha chiesto di prepararsi sulla storia di Enrico IV e il giovane pensò che si trattasse dell’Enrico IV di Francia, quello vissuto nel 1500. Arrivato in villa, si troverà nella corte di un altro Enrico IV, non in Francia ma in Germania, e con un “fuso orario” di cinque secoli rispetto al tempo in cui credeva d’essere. La scena si fa comica: “Chi debbo rappresentare io, non lo sapete?”, chiede angosciato ai “colleghi”che si divertono a prenderlo in giro e poi lo rassicurano “Ti legheremo i fili e ti metteremo in ordine, come il più adatto e compito dei fantocci”.
Perché lì, davvero, sono tutti fantocci, pupazzi con l’abito e senza il ruolo. Non solo Bertoldo, ma neppure gli altri sanno chi sono, e aspettano che arrivi un regista che li diriga e dia loro un copione da recitare: “siamo qua, vestiti così, in questa bellissima Corte… per far che? niente… Come sei pupazzi appesi al muro, che aspettano qualcuno che li prenda e che li muova così o così e faccia dir loro qualche parola”.

L’Enrico IV appartiene alla fase del metateatro e sembra in parte allontanarsi dal filone del grottesco per una tensione verso il tragico, per l’ambientazione e i personaggi, storici e aristocratici. In realtà, metateatro e teatro del grottesco non possono certo essere divisi da una linea netta, e infatti, come si è visto, anche in questo dramma ritroviamo la deformazione parossistica della realtà quotidiana e la riduzione dei personaggi a marionette, che agiscono e parlano in modo concitato e incomprensibile, denunciando l’assoluta mancanza di una personalità coerente e unitaria. Lo stesso Enrico IV si presenta sulla scena parato come un pupazzo: è un uomo di cinquant’anni, con i capelli grigi sulla nuca, mentre sulla fronte e sulle tempie si è dato un tocco di biondo, una tintura puerile che fa il paio con “un trucco rosso da bambola” sui pomelli, in contrasto con il viso pallidissimo.

Truccarsi è il segno esteriore dell’incapacità di accettare lo scorrere del tempo, nel tentativo di fissarsi artificialmente al ricordo di ciò che si è stati in passato: trattenere un ricordo, ostinarsi a restare fedeli all’immagine che un giorno abbiamo avuto di noi stessi è una recita, come quella dell’Enrico IV e, anzi più triste, perché condotta ogni giorno, senza consapevolezza e con una serietà fuori luogo. E intanto la vita come un serpe sguscia via, al di sotto delle maschere che pretendono di tenerla ferma.

“Ecco: quando non ci rassegniamo, vengono fuori le velleità. Una donna che vuol essere uomo… un vecchio che vuol essere giovine… -Nessuno di noi mente o finge!- C’è poco da dire: ci siamo fissati tutti in buona fede in un bel concetto di noi stessi. Monsignore, però, mentre voi vi tenete fermo, aggrappato con tutte e due le mani alla vostra tonaca santa, di qua, dalle maniche, vi scivola, vi scivola, vi sguscia come un serpe qualche cosa, di cui non v’accorgete. Monsignore, la vita! E sono sorprese, quando ve la vedete d’improvviso consistere davanti così sfuggita da voi”

In seguito, Enrico IV dichiarerà di essere rinsavito già da molti anni e di aver continuato a fingersi pazzo per non dover tornare in società, in mezzo ad attori più attori di lui, buffoni che si credono seri. Lui schiavo della pazzia, loro schiavi della coerenza artificiale, delle forme, dei ruoli, ostinati a imporre all’altro la propria visione del mondo, determinati a fissare una volta per tutte l’identità loro e quella di chi hanno di fronte.

“poi, che riescono a imporre? Parole! parole che ciascuno intende e ripete a suo modo. Eh, ma si formano pure così le così dette opinioni correnti! E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da una di queste parole che tutti ripetono! Per esempio: «pazzo!» -Per esempio, che so?- «imbecille!»”

La recita nella recita del finto matto è la conseguenza paradossale che scaturisce dagli stessi principi che orientano la vita sociale, portati all’estremo. Fissandosi nel ruolo del sovrano dell’ XI secolo, Enrico IV ha voluto fare ciò che gli uomini fanno ogni giorno: fermare il tempo, togliere le incognite dell’esistenza e rendere tutto ordinato, conseguente, tutto già risolto, come solo nella storia può essere.

“Per quanto tristi i miei casi, e orrendi i fatti; aspre le lotte, dolorose le vicende: già storia, non cangiano più, non possono più cangiare, capite? Fissati per sempre: che vi ci potete adagiare, ammirando come ogni effetto segua obbediente alla sua causa, con perfetta logica, e ogni avvenimento si svolga preciso e coerente in ogni suo particolare. Il piacere, il piacere della storia, insomma, che è così grande!”

Qui c’è un matto che tiene sotto scacco i sani, un morto che regola l’esistenza dei vivi. Eppure, a ben notare, non è un fatto eccezionale: è ciò che succede ogni giorno.

“Vi sembra una burla anche questa, che seguitano a farla i morti la vita? Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo vivo. […] Questo giorno che ci sta davanti –voi dite- lo faremo noi! Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni! Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a parlare! Ripeterete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti!”

Enrico IV è un “forestiere della vita”, uno che ha capito le regole del gioco e non vuole più prenderne parte, ma si limita a osservarlo dall’esterno, dall’alto di una lucidità critica che ai suoi simili manca. Lui, presunto matto, è l’unico sano, l’unico ad aver capito che “siamo i pagliacci involontari quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d’essere”.

“Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua: e lo faccio, quieto! Il guajo è per voi che la vivete agitatamente , senza saperla e senza vederla, la vostra pazzia”.

Eppure la rinuncia all’esistenza sociale non è piena e pacifica, come quella cui giungerà Vitangelo Moscarda in Uno, nessuno e centomila.
Enrico IV è un forestiere più simile a Mattia Pascal, un forestiere di necessità e non di scelta: odia la sua maschera come una sorta di incantesimo che lo stacca dal mondo e, nella finzione scenica, chiede una grazia al pontefice Gregorio VII, affinché lo liberi dal maleficio e lo faccia uscire da quel ritratto in cui si è fissato.

“ […] dovreste implorarmi questo dal Papa che lo può: di staccarmi di là [indica il ritratto] e farmela vivere tutta, questa mia povera vita, da cui sono escluso… Non si può aver sempre ventisei anni”

Dall’altro lato, però, sa che nel mondo non c’è più posto per lui. Sa che il tempo non si recupera e che tornare ora significherebbe arrivare “con una fame da lupo a un banchetto già bell’e sparecchiato”. Solo una cosa gli resta da fare: prendere atto della solitudine cui è condannato e vestirla con tutti i colori di una maschera da carnevale.

Francesca M

© 2012 imieilibri.it

 

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