Life di Keith Richards

Il commento...

Keith Richards

“Life”


“Life, oh life, doo doot doot dooo” cantava con voce tenerissima Des’Ree.

La LIFE di Keith Richards - 70 anni di vita, di cui 50 con i Rolling Stones - è tutta un’altra cosa. Niente doo doot.

Qui si gioca proprio un altro campionato, con ripetute partite contro la “scimmia” e cronache minuziose di tutte le azioni principali (spasmi, sudori, strisciate sui muri e strisciate di merda).

Scritto in collaborazione con James Fox, l’autore di Misfatto bianco, Life, come ogni libro di memorie, è un documento "parziale", senza contraddittorio, e dunque parzialmente credibile.

Senza contare che l’autobiografia, si sa, è spesso tanto l’arte di svelarsi quanto quella di camuffarsi. Richards racconta davvero tutto del suo personaggio, il pirata rock dal ghigno insolente e le braccia bucate, trascinando il lettore in un viaggio con guida con una mano sola (l’altra tiene una sigaretta, naturalmente) attraverso blues, Chuck Berry, riff, chitarre, droga, bourbon, decadenza, sesso, arresti, cadute, teschi e coltelli (il suo repertorio al completo, insomma), ma non si dimostra altrettanto generoso con la sua persona. Life non offre grandi rivelazioni o sorprese in questo senso. Chi ci sia dietro quel ghigno rimane ancora un fatto piuttosto privato. Dici Keith e pensi Mick, e qui il libro propone un astio che non può non lasciare perplessi.

C’è un che di quasi perverso, e profondamente irrisolto, nella maniera in cui Richards sgambetta sistematicamente Jagger, ridimensionandone la figura sotto il profilo musicale (Mick ha il vizietto di plagiare i pezzi che ha ascoltato la sera prima in discoteca), umano  (“Brenda”, così Richards chiama il compagno, e ci siamo capiti) e persino virile (grossi coglioni ma “pistolino striminzito”).

Detto questo, Life è un libro irresistibile,  stipato com’è di grandi storie, personaggi incredibili e aneddoti esilaranti (vedi un John Lennon strafattissimo, che collassato sul pavimento sussurra a con un filo di voce a Keith, altrettanto strafatto ma in piedi: “Non spostarmi, per favore, queste piastrelle sono bellissime”), tutti raccontati con schiettezza sfrontata e brutalità disinvolta. A Keith Richards, per fortuna, non frega niente di essere politically correct. In sostanza, a lui frega solo della musica. E degli Stones. Ci crede davvero, agli Stones, è questa la sua grandezza. Sono la sua missione. E’ come John Belushi nei Blues Brothers: per lui esiste solo la baaanda. Tanto che ancora oggi non riesce a capacitarsi del ritiro di Bill Wyman (“come cazzo si fa a lasciare la più grande rock’n’roll band del mondo?”). Morirà suonando Gimme shelter. Quando, non è dato di saperlo. Perché alla fine delle 500 pagine, dopo un numero imprecisato di pere ed incidenti vari, una cosa è chiara: l’uomo ha il fisico.

Per citare Jay Leno: “perché non riusciamo a costruire degli aerei fatti come Keith?”

 

 

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