Vittorio Bodini fra Sud ed Europa

Francesca M Postato da Francesca M in Speciali > reportage
Questo reportage è relativo all'evento Vittorio Bodini fra Sud e Europa
Il reportage...

Di seguito, il resoconto relativo della lezione, dal titolo “Vittorio Bodini fra Sud ed Europa”, tenuta dal Professor Antonio Lucio Giannone, l'8 novembre 2010, presso la Sala di Cultura Francescana della Basilica di Santa Caterina d'Alessandria a Galatina (Lecce).

L'evento era parte del ciclo di incontri organizzati dall'Università Popolare “Aldo Vallone” nell'ambito dell'iniziativa nazionale "Ottobre, piovono libri".

Per raggiungere la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria ci si deve inoltrare nei vicoli del centro storico di Galatina.

Basilica di Santa Caterina d'Alessandria - Galatina (fonte: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/7/7e/Basilica_di_Santa_Caterina_Galatina.jpg/766px-Basilica_di_Santa_Caterina_Galatina.jpg)

Passo accanto a botteghe di rigattieri, supero un negozio di articoli per pescatori chiuso da una cinquantina d’anni, a giudicare dall’insegna scolorita. Trovo anche vetrine di un abbagliante Natale commerciale che arriva con un mese e mezzo di anticipo almeno.

E un orologio in cima a una chiesa, un’altra. Lo si vede da lontano, è un punto d’orientamento. Un occhio che controlla la città e la fa muovere al ritmo giusto. Se impazzisse, o se lo accecassero, qui si sovvertirebbe tutto: riaprirebbero i vecchi negozi, ne uscirebbe gente da presepe, al trotto sui carri accanto a contemporanei che si allontanano dal discount con buste di plastica in mano e parlano nell’aria con un interlocutore nascosto in un invisibile auricolare incastrato nell’orecchio.

Che il tempo segua una linea progressiva è tutt’altro che scontato, lo capisco ripensando la città alla luce delle parole di Bodini, che questa sera abbiamo ascoltato attraverso la voce del prof. Antonio Lucio Giannone, qui nella Sala di Cultura Francescana della Basilica di Santa Caterina.

Bodini dimenticato dopo la morte. Escluso da manuali scolastici e antologie letterarie nazionali, costretto in una definizione riduttiva e mortificante della complessità della sua opera, Bodini “poeta del colore meridionale”.

Vittorio BodiniSu quello che può essere considerato il maggior scrittore salentino del ‘900 grava lo stesso malinteso figlio dei luoghi comuni che da sempre inghiotte il Sud e lo esaurisce in immagini fotografiche e frasi fatte che parlano di superstizioni e di arretratezza, di folklore da depliant turistico.

Giannone si concentra sul tormentato rapporto tra Bodini e il Sud, perché qui sta il passaggio obbligato che permette di comprendere l’originalità dell’opera di un poeta che attraversa molte correnti letterarie -futurismo, neorealismo, ermetismo, surrealismo- senza identificarsi con nessuna di esse.

A Bodini gli “-ismi” vanno stretti ed è per questo che stasera più che parlare di lui, più che spiegarlo con teorie, lo si lascia parlare attraverso la lettura diretta dei suoi testi.

Apprendiamo, dunque, come Bodini abbia scavato nella realtà del Sud senza essere un neorealista, perché se il neorealismo si fermava alla superficie, alla fredda registrazione dei fenomeni, lui puntava, invece, a scoprirne le radici profonde, a penetrarne l’anima. Il suo merito, e il principale motivo della sua emarginazione dal canone poetico ufficiale, sta proprio nella scelta di raccontare il Sud, di inserirlo nei luoghi della geografia letteraria. Queste terre gli appartengono e riescono a parlarsi attraverso le immagini che lui ci fornisce: “Ora questo Sud è mio come le mie viscere. Io l’ho inventato”, scriveva in una lettera all’amico Oreste Macrì.

La sua poesia ci restituisce categorie interpretative e simboli che permettono di leggere il Sud dall’interno, uscendo dalla prospettiva centro-settentrionale che necessariamente falsa l’esperienza e la storia di chi è nato qui, nel Salento.

C’è un altro aspetto -nascosto- della questione meridionale, e non ha a che fare con la miseria economica, ma con l’assenza di un’identità consapevole, un’identità che sappia raccontarsi: mentre ci apriamo alla comunicazione, al mondo di tutti, perdiamo la capacità di dare senso -e valore- alla realtà più prossima. “La storia d’Italia è scritta unilateralmente, secondo una prospettiva centro-settentrionale. Cosicché una parte degli italiani studia solo la storia degli altri, senza saper nulla della propria”, così scriveva Bodini, e l’attualità delle sue parole resta inalterata ancor oggi.

Ma cos’era il Sud per Bodini? Era la terra amara delle foglie di tabacco e delle giornate tutte uguali alle precedenti e alle successive, un mondo provinciale e soffocante da cui fuggire.

Qui siamo “rinchiusi come perle nell’ostrica di un campanile”, scriveva negli anni dell’insofferenza giovanile per la città in cui viveva, quella Lecce che lascerà per Firenze e poi per un altro Sud, la Spagna. E proprio il contatto con la cultura spagnola gli permetterà poi di tornare nel suo Sud e di riscoprirlo con una maggior profondità, lontano dalle semplificazioni e dai giudizi sbrigativi del passato.

Il commento del professor Giannone illumina alcuni aspetti delle poesie di Bodini che potrebbero passare inosservati a una lettura superficiale.

«La lontananza del Sud dal resto del mondo, la sua marginalità dal fluire storico assumono un fascino triste che cattura»

In questo angolo di mondo c’è un tempo diverso, che non galoppa verso il futuro come un fiero destriero bianco, ma è un ronzino color topo che arranca lento all’indietro.

Anche la luna, qui, non è la luna di tutti, non una luna piena e poetica, ma sfregiata e un po’ sprezzante, che non ci guarda negli occhi, ma ci volge la nuca.

“La luna dei Borboni
col suo viso sfregiato tornerà
sulle case di tufo, sui balconi.

Sbigottiranno il gufo delle Scalze
e i gerani -la pianta dei cornuti-,
e noi, quieti fantasmi, discorreremo
dell’unità d’Italia.

Un cavallo sorcigno
camminerà a ritroso sulla pianura.”

(“La Luna dei Borboni”)

La storia arriva in ritardo, come un riflesso sbiadito: nel 1952 -anno di pubblicazione di questo componimento- i contadini del Sud sono fantasmi che parlano dell’unità come se l’unità -nota Giannone- fosse un’utopia ancora da compiersi e non un traguardo concreto realizzato da quasi cent’anni. Non volevano andare in guerra, perché la guerra -come tutta la storia- era un qualcosa di pensato e di agito all’esterno, da altri, e loro, i contadini, se ne sentivano esclusi. Mettevano foglie di tabacco sotto le ascelle per ammalarsi e disertare.

“Le febbri artificiali, la malaria presunta
di cui tremavano e battevano i denti,
erano il loro giudizio
sui governi e la storia.”

(da “Xanti-Yaca”)

la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria (Galatina)Ripenso all’orologio in cima alla chiesa. Lo immagino liquefarsi nella sua torre di pietra, venir giù, impazzire e fare del tempo una grossa matassa. I numeri del calendario saltati come nell’urna della tombola. La razionalità e il progresso, la civiltà e la logica, disarcionati senza preavviso. Se quest’orologio si mettesse a fare il suo comodo, il resto del mondo che non ci capirebbe più nulla.

Tu non conosci Il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d’un dado.”

(Poesia n.1 , in “La Luna dei Borboni e altre poesie”)

La casualità dell’esistere, l’apparire sulla terra per un’imprevedibile combinazione di eventi.

Mi piace pensare il Sud con queste parole che Bodini rivolgeva alla sua giovane amante, ignara di speculazioni filosofiche

“… tu sei un grande pesce senza testa,
disordinato e prode,
che smuove più acqua del necessario.”

(da “Xanti-Yaca”)

Francesca M

(25 novembre 2010)

© 2010- 2014 imieilibri.it



Domenico Modugno - “Meraviglioso”

 


Ti piace questo post? Segnalalo ai tuoi amici...
o condividilo sul tuo Social Network...  
  • Share/Bookmark
Ti piace “imieilibri.it”? Faccelo sapere...
Sottoscrivi gli aggiornamenti de “imieilibri.it” su Facebook...

Scrivi la tua opinione su questo post...