“Pensiero Poetante e Figure della Lontananza” – Reportage

Francesca M Postato da Francesca M in Speciali > reportage
Questo reportage è relativo all'evento Pensiero Poetante e Figure della Lontananza
Il reportage...

Di seguito, il resoconto relativo alla prima delle due giornate di studio, dedicate ad Antonio Prete, dal titolo Pensiero Poetante e Figure della Lontananza, tenutasi a Lecce, lo scorso 28 ottobre, presso il Rettorato dell’Università del Salento.

Questa mattina a Lecce c’è un vento impaziente e un po’ manesco.

Un vento di tramontana che spinge a destinazione. Sembra mettermi fretta, sembra protestare anche lui per il mio ritardo.

Poi arrivo al Rettorato dell’Università del Salento, per questa prima giornata di studio dedicata ad Antonio Prete, e trovo tutto quello che in fondo mi aspettavo di trovare, tutto quello che in genere si trova nei convegni universitari o in qualsiasi tipo di conferenza ufficiale: c’è un tavolo lunghissimo con sopra microfoni che alla prima prova non funzionano mai. C’è silenzio, sedie rosse. Poi arrivano anche le bottigliette d’acqua e i bicchieri di plastica, la gente comincia a prendere appunti e ad annuire.

I chiostri della corte del Rettorato (ex Convento di Santa Maria del Carmine) dell'Università del Salento - Lecce

A essere pessimisti, si potrebbe prospettare un incontro un po’ noioso e molto serio, come spesso sono gli incontri di cultura accademica. Ma qualcosa tradisce il clima di ufficialità, o meglio, lo arricchisce, lo rende più umano, più caldo, più vicino a chi ascolta.

C’è quella parola magica, che si porta sempre dentro qualcosa di acceso, di forte, qualcosa di distinguibile: Sud.

Così, infatti, si apre questo seminario. Con una sorta di dichiarazione d’amore per queste terre espressa nelle parole del Prof. Rosario Coluccia e del Prof. Carlo Alberto Augieri, chiamato a presiedere e coordinare gli interventi della mattinata.

Uno scorcio del bellissimo Duomo di LecceNo, non è campanilismo e noi non siamo provinciali se scegliamo di ricordare le nostre radici. Una parola sul Sud, allora, il Sud che non va fuggito, ma recuperato in una dimensione nuova, in una fusione tra locale e globale, che ci faccia confrontare su uno scenario europeo e mondiale, senza però toglierci l’identità. E la presenza di Antonio Prete -protagonista della giornata- serve proprio a rendere viva questa responsabilità che gli intellettuali nati e cresciuti qui non possono declinare.

Le voci di Coluccia -nel breve saluto iniziale- e di Augieri parlano -con le parole e senza le parole- un legame con la terra intesa come radicamento concreto ma non limitante, e un legame con Antonio Prete che travalica la stima accademica e il freddo rapporto di lavoro per farsi condivisione di idee e, più ancora, condivisione di un comune sentire, di un modo d’essere, di un pezzo di cammino.

“Qui nelle piccole università -dice il Prof. Augieri- ci si conosce tutti. È questo il bello”.

Il bello di sentire studiosi, che operano anche lontano dal Salento, prendere la parola e parlare di Prete chiamandolo spesso per nome, Antonio. Perché qui, oggi, non si vuole celebrare qualcuno, ma riflettere su un’opera -quella di Prete- che, tra le altre cose, ci parla della forza e del miracolo della poesia nella sua capacità di rompere gli schemi, nel suo restituirci una realtà ben più ampia di quella riflessa dallo schermo della logica razionale.

Con tranquillità e toni di voce pacati, con molti riferimenti tecnici alla critica letteraria del primo Novecento, in questa sala si sta parlando di ciò che non può essere parlato, di qualcosa di rivoluzionario, di veramente impensabile. Forse non ce ne rendiamo conto, non completamente. Non possiamo. Tutto il mentalismo del caro occidente ce lo impedisce e fa guerra contro questa rivoluzione.

Un momento del seminario “Pensiero Poetante e Figure della Lontananza” - Giornate di Studio per Antonio Prete

Ma quale rivoluzione? Quella della poesia, delle sue parole che vanno oltre le parole, oltre il linguaggio come strumento di espressione cosciente, razionale. La nostra esistenza, il nostro stare al mondo non si limita alle porzioni di realtà che possiamo vedere o abbracciare con una mente logica, perché, se così fosse, se tutto stesse solo nella “cosa”, nell’immediatamente percepibile e pensabile, la poesia non esisterebbe. Essa, invece, si rapporta all’oltre, esiste proprio in virtù di questo confine ignoto, sul quale balla continuamente, superandolo, riscrivendolo.

“Il pensiero poetante -dice il Prof. Pascal Gabellone- è un continuo trascorrimento, un varcare continuamente i recinti del pensiero”.

Questo superamento ci porta nell’oltre, che non è fantasia o invenzione nel senso più banale dei termini, non una fuga in mondi esotici e universi paralleli, ma scoperta dei molteplici sensi, nascosti e intrecciati, che stanno sotto le convenzioni, sotto l’ufficialità della cultura e vengono da questa soffocati.

Più volte viene ripetuta l’espressione “pensiero poetante”, che potrebbe sembrare un paradosso, e in effetti lo è se restiamo nell’ottica del pensiero classificatore, che mette in ordine le cose e ci attacca sopra delle etichette, per evitare all’uomo qualsiasi rischio. Il pensiero poetante, invece, pensa in modo alternativo, pensa al di fuori della mente, calandosi nel corpo.

E proprio la corporalità, insieme all’oltre, è parola chiave di questa giornata, come spiega bene l’intervento del Prof. Paolo Leoncini, il quale, prendendo in considerazione gli studi di Prete su Leopardi, sottolinea come emerga da qui una necessità di superare i limiti della concettualizzazione, della critica che incasella la letteratura e la spiega attraverso teorie. Teorie che dinanzi al poetico si sfarinano, perché la poesia e l’arte in genere nascono da quella continua tensione dell’uomo verso l’Infinito, verso qualcosa che supera la realtà e non può essere compreso dall’intelletto.

Pensiamo a un sentimento, a uno stato d’animo, come l’amore o la nostalgia: è possibile dire con parole logiche di cosa si tratti? È possibile teorizzare quello che si prova? La risposta, ovvia, ci fa capire come il pensiero sia insufficiente per comprendere il mondo dei sentimenti, del corporeo, della poesia, di tutto ciò che è vitale.

Lasciare da parte la mente, liberarsi dalle gabbie del pensiero: questa l’eresia di cui si sta parlando oggi, l’eresia proposta dalla poesia.

Nel cuore della cultura occidentale si apre una breccia, un richiamo all’oriente, alle pratiche zen -seppur a Leopardi, dice Leoncini, non si possa attribuire nessuna etichetta, né quella di cristiano, né quella di orientale o buddista- e alla meditazione, che erroneamente intendiamo come un sedersi in disparte e riflettere, mentre la meditazione, quella autentica, è precisamente l’assenza di pensiero, l’annullamento, il superamento della mente. Al testo poetico bisogna rapportarsi attraverso un’opera di meditazione e non di critica, è necessario, in altri termini, spegnere la mente, spegnere il pensiero concettuale e cominciare ad ascoltare il testo -ad “auscultarlo”, dice Leoncini con una metafora clinica che richiama l’elemento corporale-, entrarvi in contatto attivando una nuova forma di comprensione, una sorta di illuminazione, di sapere intuitivo che si colloca nello spazio vuoto tra un pensiero e l’altro.

È un paradosso ed è il Prof. Augieri a sottolinearlo: “La spensieratezza della poesia mette in scacco il pensiero per mettersi a pensare di più”. Mettersi a pensare in modo nuovo, aggiungeremmo noi, senza i limiti del pensiero comunemente inteso.

Penso a quanta fiducia riponiamo nella nostra razionalità. Ci abbiamo costruito sopra una storia che ci elegge come popoli civilizzati. Abbiamo spiegazioni per tutto, scienze di qualsiasi cosa. Non pensiamo solo di essere al centro del mondo, siamo quasi convinti di averlo creato, il mondo. L’illuminismo, forse, ci ha bruciato la retina.

Senza saperlo siamo schiavi di un linguaggio -quello quotidiano- che costruisce le convenzioni e ci ritaglia addosso ruoli e comportamenti, mentre dovremmo riscoprire un linguaggio nuovo -quello dell’arte- che può liberarci, perché possiede un’energia di senso nascosta e segreta, mai data definitivamente, un’energia che chiama in causa il nostro intervento per sprigionarsi.

Se ne resta affascinati, senza parole. È una bellezza profonda, quella della parola poetica, una bellezza che ha del miracoloso e può rinnovare davvero chi la vive, come una religione senza dottrine e senza dei, che sta nell’aria e passa sulla pelle.

In un momento di pausa ho avuto occasione di parlare con il Prof. Prete e a lui ho chiesto qualcosa di più sul miracolo del linguaggio poetico: “Si può dire che esiste un paradosso della poesia, quasi un miracolo nella sua capacità di mettere in scena, di rappresentare ciò che è irrappresentabile? E In che modo il poeta realizza l’assurdità logica di parlare con le parole l’oltrepassamento della parola?”.

La sua risposta mi sembra il modo migliore per concludere il racconto di questa mattinata, che -a mio parere- ci ha mostrato la possibilità di una libertà radicale, una libertà da cercare e raggiungere recuperando un concetto nuovo, più ricco di “umanità”.

Francesca M

(11 novembre 2010)

© 2010 imieilibri.it

 

Aggiungiamo il caloroso video-saluto del Prof. Carlo Alberto Augieri

 


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