Tre Cavalli di Erri De Luca

Il commento...

Erri De Luca
“Tre Cavalli”

“… i libri dovrebbero stare incustoditi nei posti pubblici e spostarsi insieme ai passanti che se li portano dietro per un poco e dovrebbero morire come loro, consumati dai malanni, infetti, affogati giù da un ponte insieme ai suicidi, ficcati in una stufa d’inverno, strappati dai bambini per farne barchette, insomma ovunque dovrebbero morire tranne che di noia e di proprietà privata, condannati a vita in uno scaffale”

Queste parole, incontrate una sera su Internet, mi hanno portata in libreria il pomeriggio dopo: ne sono uscita con in mano “Tre cavalli” (edito da Feltrinelli; disponibile online). Cento pagine che si leggono come venti, un libro di quelli che il protagonista di questo romanzo poetico tiene in tasca, un libro come dovrebbero essere tutti: leggero- di una leggerezza che non è sinonimo di banalità-, capace di trascinare e non di farsi tirare a rimorchio:

“Questo devono fare i libri, portare una persona e non farsi portare da lei, scaricarle il giorno dalla schiena, non aggiungere i propri grammi di carta alle sue vertebre”

Qui si parla di incontri fra persone dettati dalla geometria delle cose e di una scrittura che non è solo degli scrittori e non si chiude nei fogli e nelle penne, ma avvolge il mondo e ne è il codice: “Anche le mani, dico, e le nuvole, il manto delle tigri, la buccia dei fagioli e il salto dei tonni a pelo d’acqua è scrittura”, anche la cenere di Selim e le profezie che si porta dietro.


Franz Marc, “Tre cavalli”

C’è un giardiniere scappato dal sud del mondo, dall’Argentina della guerra civile, una terra impazzita che “strappa dal mondo una sua generazione come una pazza fa con i capelli”. Lì ha perso tutto, anche Dvora, la donna che ama, l’“assegnata”, quella che quando arriva la si riconosce anche di spalle, basta la voce. Gliela gettano in fondo al mare e lui resta “piegato in strada dai singhiozzi come un chiodo picchiato storto”, resta con tutti i perché in corpo, non riuscirà più a sputarli fuori. I soldati e le stelle gli abbaiano contro come cani da guardia, lo rincorrono, lo inseguono. Per seminarli sale su una nave, prende il largo insieme a uomini che mangiano cipolle a morsi, come mele. Finisce il viaggio dopo cento paralleli di latitudine, cade in un mondo capovolto dove si mette a curare giardini: diventa un moderno Adamo che legge libri all’osteria appoggiandoli al cestino del pane. Un giorno incontra lei che ha un nome da ninnananna, Laila: è una del mestiere, una che non può uscire asciutta dall’acqua, ma non importa, perché il loro è un amore senza giorno dopo, un amore che sa coniugare solo il presente e lascia il passato agli scrittori e il futuro agli indovini.

Le parole diventano lampi di passato e di presente, si mischiano e s’impastano. Non descrivono né raccontano, mostrano, perché le guerre sono tutte uguali e anche gli amori, e niente di vero si può raccontare come in un romanzo, con i tasselli a posto, con le distinzioni opportune, con la logica del tempo- che non esiste e se esiste non ne siano i padroni ma gli asini- o con quella della storia, che è solo una scarpa che ci mettiamo ai piedi e ci separa dalla terra.

Anni lunghissimi stanno in due giri di frase, legati da una congiunzione, in un flusso agile e leggibilissimo, vitale, che si srotola con naturalezza sulle pagine e fa con loro quello che fa con la presunta linearità del tempo: le mastica, le ingoia, le digerisce, poi le sputa e ricomincia tutto daccapo, una, cento volte. 

Un libro da sottolineare, da lasciarci addosso segni di matita e di pagine piegate. Un libro da fare proprio.

 

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