Il serpente di Dio di Nicolai Lilin

Il commento...

“Il serpente di Dio”
di Nicolai Lilin


Su Amazon/IBS/laFeltrinelli/inMondadori

“Aveva appena ucciso una persona. Un’azione premeditata, calcolata, un comportamento da assassino professionista. Aveva dovuto farlo per sopravvivere, certo. Era un nemico, aveva tentato di ammazzarli. Ma lui aveva troncato una vita, e niente sarebbe stato piú come prima. E loro due, lui e Ismail, erano diventati cosí, dall’oggi al domani, ingranaggi di quel meccanismo distruttivo che obbliga chiunque a tirare fuori il peggio di sé. La guerra, la guerra di cui parla tutto il mondo, che viene raccontata, scritta, distorta, ed è fatta alla fine di sangue che scorre. Non di avvenimenti clamorosi, di crimini atroci, di svolte, di figure carismatiche. No. Di piccole storie di uomini, ecco di che cosa è fatta.”

Non c’è momento della vita di comunità che abbia valore fondante come una guerra o un conflitto. Lo sanno bene Andrej, Ismail, Konstantin, Hassan, i protagonisti di “Il serpente di Dio”, l’ultimo romanzo di Nicolai Lilin (edito da Einaudi; disponibile online su Amazon/IBS/laFeltrinelli/inMondadori). E, insieme a loro, gli abitanti del Caucaso, una delle aree più martoriate dalle maledizioni della geopolitica, da secoli ormai teatro di scontri etnici, confessionali su non di rado  cui si proiettano interessi occidentali.

La storia di un’amicizia che dura da sempre, come quella tra Andrej e Ismail, così diversi eppure cresciuti come “due teste diverse ma un cuore solo”, le fredde mire dell’agente segreto federale Konstatin e quelle spietate del terrorista Hassan servono, infatti, all’autore, di origini siberiane e per anni vissuto a stretto contatto con i meccanismi corrotti della guerra, a ricreare un microcosmo deviato e deviante, dove giusto e sbagliato si confondono, dove male e bene non esistono o, nella migliore delle ipotesi, il male si traveste da bene e non lascia alternative.

“La storia è un susseguirsi di eventi in cui le ingiustizie e le atrocità, il dolore e la morte si mescolano all’entusiasmo per le nuove conquiste del genere umano, alla felicità per ogni nuova vita, alla curiosità delle scoperte scientifiche. Il bene e il male sono nelle nostre molecole, e la nostra vita si regge sull’energia generata dalla loro eterna contrapposizione…”

Tre storie diverse, ma tutte profondamente uguali. Di scelte non scelte, ché a volte, per un principio vagamente darwiniano, il posto in cui nasci ti condanna a quello che sei. Come per Konstantin, con il  futuro da spia precocemente segnato da quel piacere quasi carnale che gli procura essere occhi e orecchi della preside della scuola. Come per Hassan che nulla avrebbe potuto essere se non lo spietato capo delle bestie di Shaitan. E, ancora, come per Andrej e Ismail chiamati a vegliare su un patto lungo secoli da cui dipende la pacifica convivenza dell’intero villaggio. Tre storie che, se è azzardato pensare come pillole di un bildungsroman, non difettano comunque di profondità e sembrano il tentativo di andare oltre la superficie sporca e brutale delle cose, verso l’abisso più profondo e vero dell’umanità. Tre storie che, con una tecnica quasi cinematografica, in un romanzo che -abituati come siamo al live streaming delle guerre-vive anche della forte carica visiva- dei fatti che racconta, hanno armonie e contrappunti di un montaggio alternato e che, solo alla fine, mostrano il loro inevitabile intreccio.

In mezzo tanta avventura, fughe, conflitti a fuoco, assalti: dinamiche tanto comuni nella normale tragedia dei conflitti intrastatali, da far pensare alla trasposizione narrativa fatti realmente accaduti. In rottura con la precedente trilogia siberiana e in particolare con “Educazione siberiana” (di cui è possibile leggere un commento), che attingeva a ricordi d’infanzia per raccontare una criminalità, quella della natia transinistria, fatta di codici, simboli, tatuaggi, “Il serpente di Dio”, invece, è un romanzo di pura fiction.

Realistica e di spiazzante attualità è però la ricostruzione di una cornice, quella del Caucaso, da anni serbatoio di scorta della Russia, oggetto di contesa e ingerenze occidentali, focolaio di rivendicazioni indipendentiste e crocevia di traffici illeciti -la droga di Konstantin e le armi di Hassan. Eppure, anche in un simile clima di violenza e brutalità, atti di profonda umanità sono possibili. Chi lo ha detto, per esempio, che cristiani e musulmani non possano convivere? Da anni le comunità del posto si scambiano i simboli sacri come promessa solenne di rispetto degli altri. E se l’aganash è la culla in cui cristiani e musulmani allevano la pace, il segreto di Andrej e Ismail sembra la dimostrazione plastica che il dialogo interreligioso da più parti proposto come rimedio alle guerre è fatto prima di tutto dell’impegno dei singoli.


Un’immagine simbolo delle vittime dei recenti scontri in Ucraina. - fonte: internazionale.it

“Da bambino la guerra l’aveva immaginata come qualcosa di brutto e ingiusto che era capitato soltanto alla generazione precedente e non sarebbe capitato mai piú. In quel momento, mentre guardava quei morti e frugava nelle loro tasche, capiva perché suo padre quando gli raccontava della guerra lo stringeva cosí forte, come se avesse paura di perderlo, come se si trovassero non a casa loro, comodamente seduti nella vecchia poltrona di fronte alla stufa, ma in mezzo a una tempesta selvaggia che portava via dalla terra ogni cosa, ingoiando tutto ciò che si trovava sul suo cammino. Suo padre la guerra la conosceva e per questo voleva farla conoscere anche a lui: voleva fosse pronto, voleva che la brutalità degli uomini non lo cogliesse impreparato.”

Così con una scrittura tagliente, mai accomodante, sempre pronta a sorprendere il lettore e la sua attenzione proprio sul rischio di cadere nel luogo comune, con un’attenzione a volte esasperata verso i particolari che, soprattutto quando hanno a che vedere con l’universo militare tradiscono la conoscenza diretta di quel mondo, Lilin compie un viaggio iperrealista fino al fondo più oscuro dell’umanità e ritorno.

Il risultato? Un racconto che ha tutta la magia e un po’ anche l’inquietudine delle fiabe -forse proprio quelle siberiane che, nei ricordi dell’autore, erano il modo migliore per mettere i bambini davanti ai segreti dei grandi.

Una fiaba moderna “scritta innanzitutto per mettere in evidenza quello che l’uomo spesso non è in grado di vedere, perché il suo cammino è pieno di ostacoli e distrazioni. E anche perché alcune verità si possono percepire soltanto aprendo il cuore all’impossibile”.

ViDa

© 2014 imieilibri.it


Nicolai Lilin, “Il serpente di Dio” - edito da Einaudi

Disponibile online su:

- Amazon
- IBS
- laFeltrinelli
- inMondadori

 

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