I figli della Repubblica. Un’invettiva di Maurizio Maggiani

Il commento...

“I figli della Repubblica. Un’invettiva”
di Maurizio Maggiani


Su Amazon/laFeltrinelli/IBS/inMondadori

“Ogni generazione, anche la nostra, ha le sue strade di perdimento e di salvezza, una sua maniera di cercare…” (Primo Mazzolari)

L’invettiva, il vituperio, l’offesa affidata alla parola scritta è tradizione antica: uno tra i più celebri giambografi, Archiloco, ha tradotto in versi litigiosità ed anticonformismo, accusando non solo i singoli personaggi, ma anche una società cieca dinnanzi alle ingiustizie, talvolta falsa, spesso difficile.

Il pamphlet di Maurizio Maggiani, “I figli della Repubblica. Un’invettiva” (disponibile online su Amazon/laFeltrinelli/IBS/inMondadori), sessantaquattro pagine dense e ricche di suggestioni, sembra innestarsi proprio in questo solco; l’autore rielabora infatti un’oralità vivace e schietta, imprigionandola sulla carta stampata.

Gli echi antichi non si riducono ai soli poeti greci: la capacità oratoria sprigionata ricorda infatti Cicerone (arte non a caso definita in latino vis, ossia forza), altro protagonista della critica attraverso il logico, ragionato, composto scritto.

Così, il monocorde, litanico incipit (“Beati noi/beati noi/beati noi. Si, fortunati noi…”) introduce il lettore in un testo con la potenza sintattica di un poema eroico, dai contenuti attualissimi: perché non si sono mantenute le promesse di una generazione invidiata, quella del dopoguerra, così protesa verso un futuro sinonimo di speranza, e non di angoscia?


(fonte: caffenews.it)

Una generazione alla quale sembra ben calzare quanto si diceva del pittore Moise Kisling: “bello da far girare la testa, incantava con il suo ottimismo aggressivo”. Già, sembrano più belli quei ragazzotti ancora ricolmi di feroce positività - nonostante la falce della guerra, a dispetto del poco cibo - ricchi di una commistione tra ideali e fiducia nel domani poi tanto genuina da dare le vertigini.


(fonte: evelinademagistris.it)

Ed ecco che a quella leva, così robusta e vivida, succedono i figli del privilegio, come in un’età dell’oro rovesciata; il pane appena sfiorato dalla marmellata viene sostituito dal Buondì impacchettato, delizioso nella sua glassa zuccherina. L’eredità dei ribelli è raccolta da portaborse, contrattisti a progetto, forse manager: il mandato iniziale però è tradito, snaturato, dimenticato.

Ed è in questo passaggio che risiede l’originalità dell’accusa di Maggiani; sarebbe troppo facile scagliarsi contro questi mediocri esecutori, troppo iniquo scovare nel lavoratore a nero o nell’ennesimo stagista la causa di un’infelicità generazionale.

L’autore indirizza invece il suo sdegno contro chi ha permesso quest’aridità progettuale, creando e alimentando un sistema marcio e autodistruttivo; spera che si riconoscano e ne provino vergogna, perché saranno anche scappati dal rendicontare le proprie azioni, ma dovranno pur convivere con le responsabilità di decisioni tanto ingiuste quanto velenose.


(fonte: sanitaincifre.it)

Un’orazione civile modulata su un fallimento statale e generazionale dunque, un’accusa lucida e spietata contro i suoi miopi fautori, incapaci di amministrare non solo le risorse economiche, ma anche quelle personali di una popolazione fattasi gregge.

I nati negli anni Cinquanta, accusa l’autore (nato a Castel Nuovo Magra nel 1951) hanno sperperato la dote ricevuta, lasciandola in pasto allo sciacallaggio; hanno acconsentito ad una graduale distruzione di etica, valori e morale della quale pagano il fio, oggi, i drogati di Facebook, i depressi dai contratti co.co.pro , i disillusi dalla politica.


(fonte: etimo.it)

I “beati” sono proprio loro, forti delle battaglie paterne e deboli nel lottare per difenderle; “beati” perché poterono ignorare fotogrammi agghiaccianti come l’entrata dei carri armati a Budapest, continuando a ripetere a memoria le poesie di Pascoli.

Nelle ultime pagine l’aurea mediocritas di questi “Beati” sonnolenti e pigri si muta in maledizione:
“Maledetto, maledetto, maledetto e maledetto chi tra noi, prostrato adorante il vitello d’oro, oro di Bologna s’intende, ha avuto la lungimirante sfacciataggine di chiedere il perdono non solo per opere e omissioni già espletate in gioventù, ma anche per le varie ed eventuali magagne ancora di là da venire, e che, vedi un po’, a tempo debito sono venute”.

La feroce concisione degli ultimi brani, filigranata di malinconia, sembra però sussurrare un monito: meglio assistere da innocenti a questa barbarie, ritrovarsi in ultima posizione, e ripartire. Meglio infoltire le schiere degli ultimi, tornare a combattere, ad inseguire una filosofia, piuttosto che vivere nell’infamia, nel rimorso e nella umida, strisciante, penetrante sensazione di sconfitta.

Caterina M

© 2014 imieilibri.it


Maurizio Maggiani, “I figli della Repubblica. Un’invettiva” - Edito da Feltrinelli.

Disponibile online su:

- Amazon
- laFeltrinelli
- IBS
- inMondadori

 

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