Di mamma ce n’è più d’una di Loredana Lipperini

Il commento...

“Di mamma ce n’è più d’una”
di Loredana Lipperini

“La mia giornata, tutta, trascorreva fra allattamento, cambio, lavaggio pannolini, riallattamento-ricambio-rilavaggio. Non c’era la possibilità di fare altro. Ma come, non volevi mica fare altro? Sì che lo volevo. Volevo leggere almeno la pagina di un libro, guardare dalla finestra, telefonare a un’amica, farmi una doccia. E volevo non sentirmi in colpa perché desideravo queste cose.”

A dispetto di anni di lotta per l’emancipazione delle femmin(ist)e e in piena sindrome da riflusso, sarebbe in atto in Italia (e non solo) un gender backlash dai contorni inquietanti che riappiattisce “il femminile al materno, accudente, rassicurante, pacifico”. Questa è la tesi di fondo, sostenuta -con abbondanza di supporti teorici, ma senza perdere una vena brillantemente critica- da Loredana Lipperini in “Di mamma ce n’è più d’una” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori), l’ultimo capitolo della trilogia di incentrata sulla donna.

Cresciute sognando castelli, balli, happy ending dal sapore disneyano o gioendo -e, a dir il vero, più spesso patendo- con le eroine romantiche della penna di Jane Austen il cui unico obiettivo sembra esser quello di metter su famiglia, anche la generazione  di ventenni e trentenni attuali sembra non sognare altro che un matrimonio perfetto. Servono i tassi impressionanti di ascolto dei format dedicati alla preparazione dell’evento nuziale o quelli, ancora più prodigiosi, del matrimonio di William e Kate, uno degli eventi mediatici più attesi di questi tempi, a dimostrarlo? O bastano le stime dei costi reali (e superflui) di un matrimonio medio? Quel che l’occhio chirurgico della giornalista sembra sottolineare è, però, che in un paese in cui statisticamente non ci si sposa più, spendere una fortuna per lo show nuziale è necessità di prim’ordine. Come a dire: quando la mancanza di prospettive concrete ti costringe all’immobilità, esperienza comune a tante giovani coppie, quello che conta davvero è l’apparato di cui si rivestono i turning point fondamentali della propria vita.

Eppure un altro snodo fondamentale attende la donna all’indomani del matrimonio: la maternità che, con buona pace di slogan e principi di autodeterminazione di certo femminismo dei ’70, è ancora ciò che sembra rendere veramente completa una donna.


Foto di Stacie Turner - fonte: Repubblica D

“Non esserci riuscite” è ignominia e colpa. Lo sa bene chi, complici impieghi precari e un diritto al lavoro difettoso che sembra parteggiare per chi della maternità conta solo i costi sociali, ha dovuto rinunciare o, al meglio, rimandare il sogno di un bebè. Ma, soprattutto, lo sanno bene centinaia di madri mancate che una biologia ostile costringe a un doloroso tran tran di cure fertilizzanti e un ancora più doloroso continuum di “ma non ne volete o non vi vengono”.

A loro la Lipperini dedica un viaggio impietoso tra le mancanze e i ritardi del sistema sanitario nazionale e sulla trama di una legge 40, evidentemente ante introduzione della possibilità di fecondazione eterologa. E se quello dell’aborto, tra un numero spropositato di obiettori di coscienza, prevedibili ritardi nell’introduzione della pillola abortiva e una resistenza all’educazione sessuale nelle scuole, rischia di diventare un terribile calvario, anche la più lieta evenienza del parto sembra essere condannata al mantra biblico del “partorirai con dolore”. L’eterna disputa sull’uso o meno dell’epidurale è, infatti, solo una piccola anticipazione del fronte del dolore che accompagnerà la futura madre  per tutta la prima infanzia del piccolo e forse per sempre. Una certa revenge naturista, infatti, sembra pronta a giurare che non si è davvero una buona madre se non si allatta, se non si usano pannolini lavabili, pappine home-made per lo svezzamento, se anche soltanto si pensa di tornare subito a lavoro.

Se, insomma, non si è disposti a sacrificare tutto per il nuovo arrivato o se, impossibilitate a farlo, non si riesce a essere “mamma totale” in grado di incastrare perfettamente tutti i ruoli, senza pesare su padri spesso assenti o inconsciamente relegati in secondo piano ad evitare una minaccia all’esclusività del rapporto mamma-bimbo e, ancor meno, su un sistema di welfare inesistente, che per costituzione delega alla dimensione familiare i cardini dell’assistenzialismo.

“Basterebbe riaffermare, con forza, che non esiste un solo modo di essere madre, che non è vero -non necessariamente- che si partorisce nel dolore e che l’aborto è un lutto insuperabile, e che anzi la parola dolore e la parola sacrificio non si coniugano automaticamente per tutte le donne del mondo. Basterebbe ribadire che non importa se il figlio o la figlia non sono capolavori viventi, ma che sono meravigliosi in quanto esseri imperfetti e oggetto di imperfetto amore. Basterebbe sottolineare che non è necessario diventare madri per essere, ebbene sì, felici: perché le donne che scelgono di non esserlo non hanno voce, sono un’anomalia, una stortura, ancora oggi.”

Guai, allora, a dedicarsi una seduta dal parrucchiere o, peggio, a ritagliarsi un’ora in quella stanza tutta per sé di woolfiana memoria.

L’impressione è quella di una società che promuove e accetta un solo modello di madre, quella totalmente devota al figlio e che, da novella Cornelia -costantemente impegnata a vantarsi della prodigiosa prole- finisce per dar adito alle tesi di un dannoso “bimbocentrismo”; gli stessi palinsesti che inneggiano a matrimoni da sogno, traboccano di figli scapestrati e refrattari all’educazione o di “bimbi indaco”, sempre a un passo dal trasformarsi in fenomeni da baraccone.

“E allora, invece di elogiare un solo modello materno, occorrerebbe legittimarli tutti, e affiancare all’icona della puerpera adorante anche quella della puerpera che va dal parrucchiere e torna dopo un’ora alla contemplazione del proprio figlio. Perché fare la madre significa anche fare i conti con il proprio desiderio di essere perennemente in contemplazione, perennemente controllanti, perennemente accudenti. Che non fa bene a nessuno dei due.”

Cosa ha portato di nuovo a una “mistica” della maternità? Perché nel gioco a perdere del confronto tra modelli di madre sembra doversene per forza affermare uno solo? Come mai ci risulta impossibile anche solo ammettere che di mamma ce n’è più d’una? E che non è detto che quella sempre presente, perfetta incarnazione del modello efficientista postmoderno, sia quella migliore? Perché non riusciamo ad arrenderci all’idea che, nonostante ci siano interi reparti delle librerie dedicati al tema e una blogosfera ancora più densa di spazi “mom focused”, non esistono manuali per imparare ad essere buone madri e neanche gli esempi delle generazioni passate servono a tanto?

“Non si è perfette, né lo si diventerà. Si camminerà insieme. Si imparerà a distinguere una colica dalla malinconia, si riconosceranno i gradi di febbre da un bacio sulla fronte. Non è istinto, è esperienza. Non è natura, è, appunto, cultura. E amore, che è un sentimento imperfetto, anche se potente.”

A queste e ad altre simili domande, l’ultimo capitolo della trilogia femminile della Lipperini, del resto da sempre sensibile alle questioni di genere, cerca di dare risposte mai scontate, supportate da dati ed evidenze statistiche ma, soprattutto, dai racconti in prima persona di “mamme 2.0” raccolti su lipperatura.it, specchio di un’Italia reale che dei limiti strutturali che il sistema ancora impone all’essere donne e madri porta addosso i segni.

“E allora, forse le madri, per liberare se stesse, dovrebbero scendere dall’altare dove, è vero, sono state poste: ma dove ancora più spesso si pongono. Forse il patriarca non esiste più, ma la matrona non è mai scomparsa. Dovrebbero esistere, invece, due persone libere e innamorate, che desiderano stare con i propri figli senza farne dei messia. Non deve salvare il mondo, quel bambino indaco, deve vivere nel mondo. Non deve essere speciale, deve essere se stesso. E le madri, e i padri, e i figli, sbagliano, come tutte le imperfette creature che camminano nel mondo. Devono essere liberi di poterlo dire e di staccarsi dall’immagine che di loro viene consegnata. Perché la strada che farà delle donne individui davvero uguali agli uomini va percorsa in due. Anche in tre va benissimo. Purché si percorra insieme.”

Del resto, che l’Italia non sia un paese per donne -come evidenzia l’autrice, nella prima parte del libro- lo hanno abbondantemente ricordato statistiche e moniti da parte della CEDAW e di altri garanti delle questioni di genere, che sottolineano una situazione di discriminazione diffusa -dal mondo del lavoro, a quello delle politiche assistenziali- tragica anche senza bisogno che raggiunga gli estremi di abusi sessuali e femminicidio (sul tema, vi consigliamo anche la lettura dell’iniziativa “Ferite a Morte”, di Serena Dandini).

Ma è soprattutto una cultura soggiacente a condannarla ancora all’immagine evergreen di angelo del focolare, di eterea custode di quel mulino che vorrei dove non ci si sveglia mai spettinate, con il piede sbagliato, senza la minima voglia di imbastire pantagrueliche colazioni. E, insieme, ad indorare la pillola che, anche qualora le vengano offerte chance di realizzazione professionale e lavorativa, una donna deve saperle sapientemente incastrare tra i “doveri” familiari.

Vi siete mai chiesti, per esempio, cosa spinga generazioni di “adottive” digitali, costrette a dividersi tra lo schermo di un pc e quello di uno smartphone, da cui organizzare la (poca restante) vita sociale, a spendere il weekend dietro ai fornelli, preparando profumati muffin e meravigliose cheesecake da offrire a compagni e amici, e alimentando nel frattempo l’enorme business di intrattenimento e non solo nato attorno al food e all’enogastronomia?

Basta la presunta necessità socio-psicologica di recuperare la manualità e fisicità perduta, a trasformarci in tante “Biancaneve 2.0” intente a confezionare quella delizia rigorosamente nomade che ci avvelenerà?

ViDa

© 2014 imieilibri.it


Loredana Lipperini, “Di mamma ce n’è più d’una”
Edito da Feltrinelli

Disponibile online su:
- laFeltrinelli
- IBS
- inMondadori

 

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