Speciale: in tempo di crisi anche la letteratura si fa “precaria”

L'approfondimento...

Stagisti, inoccupati, cassa integrati:
in tempo di crisi anche la letteratura si fa “precaria”

“La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro.”
(Albert Einstein, “Il mondo come io lo vedo”)

Non serve scomodare Mallarmé (leggi un approfondimento sul poeta francese), Rimbaud e la folta schiera di poeti “maledetti”, per ricordare come il rimedio letterario sia sempre stato il più efficace davanti a crisi socio-economiche, inevitabilmente percepite più forti dagli animi sensibili di poeti e letterati. Rifugiati nelle torri d’avorio a fare di versi e phamplet strumenti di critica vigilante al mondo o, al contrario, nelle piazze e tra gli ultimi a dimostrare la solidarietà dell’intellighenzia alle più concrete cause sociali, è evidente, infatti, il fascino oscuro da sempre esercitato dalla crisi sull’intellettuale.

Di fronte a spread in costante rialzo, un eterno carnevale di bund, bot e indici di borsa e non più rassicuranti statistiche su disoccupazione e impiego, non stupisce, quindi, che la narrativa sia, oggi, se non un rimedio, un’alternativa almeno alla crisi endemica in cui il paese è precipitato.

“La disoccupazione è una cosa per il disoccupato e un'altra per l'occupato. Per il disoccupato è come una malattia da cui deve guarire al più presto, se no muore; per l'occupato è una malattia che gira e lui deve stare attento a non prenderla se non vuole ammalarsi anche lui.” (Alberto Moravia, “Nuovi racconti romani”)

I contorni del fenomeno? Non hanno tanto a che vedere con (utili?) vademecum, che affollano gli scaffali delle librerie promettendo strategie low cost su come risparmiare, mangiare bene, fare shopping, divertirsi, viaggiare anche in tempi di ristrettezze economiche, spesso non molto lontane da semplici intuizioni di buon senso, quanto con una galassia abitata da creature diverse che, già usate alla letteratura o perfetti neofiti, hanno trasformato in materia narrativa le normali (dis)avventure di inoccupati in cerca di occupazione, tra le pieghe della scrittura hanno realizzato piani B a carriere stroncate sul nascere o, ancora, aguzzati gli ingegni, hanno applicato in letteratura soluzioni innovative e capacità di problem solving.

Il risultato? Un universo narrativo in cui i confini tra realtà e finzione sono spesso indecidibili, storie in cui piani diegetici si confondono e l’autore sembra prestare ai personaggi la sua identità, così simile a quella di tanti altri (più o meno) giovani dal futuro incerto, e in cui se un leit motive c’è, è quello del rapporto problematico, contraddittorio con il mondo del lavoro che monopolizza ansie e preoccupazioni, queste sì reali, di un’intera generazione di trentenni italiani.

“La crisi, che ormai è diventata quasi un nome proprio di persona, sta iniziando ad assumere immagine e somiglianza dell’uomo, quasi come se ti stesse guardando mentre ti bevi l’aperitivo con gli amici per farti sentire in colpa.” (Alessia Bottone)

Del resto, il protagonismo letterario degli ambienti di lavoro e della loro strana fauna non è nuovo veramente.

Tanta letteratura del secondo Novecento ci ha abituati a solidarizzare con gli eroi quotidiani della scrivania e della scartoffia.

Da Zeno Cosini prototipo di tutti i normali “inetti” creati dall’estro di Italo Svevo (leggi lo “speciale” dedicato ai personaggi sveviani), agli sventurati personaggi kafkiani quasi sempre impegnati in lotte titaniche contro la burocrazia -come accade al protagonista di “Il processo” (leggi un commento al libro)- passando per l’impiegato delle poste di Bukowski (dell'autore puoi leggere un commento a “Storie di ordinaria follia”) e il ragionier Ugo Fantozzi, protagonista si un’omonima raccolta di racconti prima che amatissimo personaggio televisivo. È lecito pensare alle loro storie come correlativo evanescente delle carriere, spesso insoddisfacenti, dei loro creatori- interessante è, a proposito, il recente volume dal titolo “Tra carte e scartoffie” (Edizioni il Mulino; disponibile online su laFeltrinelli/IBS/InMondadori), in cui Luciano Vandelli va alla riscoperta di mestieri spesso sconosciuti cui si sarebbero dedicati i più noti tra gli scrittori, cercando in questi tracce e casus dei loro maggiori personaggi.

“Basta lagnarsi per il posto fisso o per un contratto migliore. Perché quando tu avrai un posto incrollabile e sarai diventato un sassolino con l’illusione della stabilità in mezzo ai granelli di sabbia, non avrai guadagnato niente di vero. […] E tu, con la tua stabilità, potrai, al più, comprarti l’ultimo modello di cellulare. Contento? Cioè: la nostra collettività sta diventando instabile, sabbiosa, e questo più che danneggiare ciascuno di noi come lavoratori ci danneggia come cittadini. E forse la nostra cittadinanza vale più del nostro conto in banca.” (Silvia Bencivelli)

E se la letteratura è specchio concavo della realtà, mutatis mutandi, il passo dalla narrativa “impiegatizia” a quella degli inoccupati è breve. Stagisti, precari, cassa integrati sembrano, infatti, i nuovi imprescindibili tipi della scrittura nostrana. Chi si aspetta toni apocalittici, autocommiserazione, (legittime) incazzature è completamente fuori strada: se ci sono, infatti, gli autori riescono a nasconderli sotto strati di ironia, umorismo e quella leggerezza amara di chi, comunque, all’arrendersi preferisce lottare con unghie e denti. E, come topos letterari nuovi che fanno presto a formarsi, i call center diventano scenografie predilette dalla letteratura della crisi e i “creativi” eroi per eccellenza del lavoro precario.

“Il precariato in questa situazione è la sola cosa che mi dia speranza [...]. L’unico pensiero positivo di questa situazione è che – appunto – è instabile, transitoria…” (Michela Murgia, “Il mondo deve sapere”)

Lo sa bene, per esempio, Michela Murgia che, già nel 2006, aveva tradotto in materia narrativa gli anni tragicomici passati in un call center a cercare di vendere aspirapolveri, tra gli insulti degli ignari clienti e il mobbing dei capi: era nato così il fortunatissimo “Il mondo deve sapere” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori). E se la fredda lente anatomica di Giorgio Falco in “Pausa Caffè” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori) tratteggia il paesaggio iperrealista di lavoratori non lavoratori, senza contratto e, spesso, senza speranze, imbruttiti e incattiviti da anni di precariato, anche lo sguardo più lieve di Mario Desiati nel recente “Vita precaria e amore eterno” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori), disegna migrazioni forzate, spinte dalla speranza vana di trovare “di più” in città che, una volta delusa di trasforma facilmente in intolleranza e disincanto.

“La crisi economica avrà almeno un effetto positivo, quello sulla letteratura…” (Mario Vargas Llosa)


fonte: diversamenteoccupati.it

Ancora più interessante, però, è che, stretti tra stage malpagati, contratti inesistenti o non rinnovati, una nuova generazione di scrittori “precari” abbia trovato nella narrativa un valido piano B. Succede in “Amore ai tempi dello stage” di Alessia Bottone (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori), che abbozza situazioni tragicomiche in cui ristrettezze economiche e ansia di arrivare (chissà come) a fine mese hanno effetti a valanga sulla vita di coppia. E in “Cosa intendi per domenica?” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori) in cui Silvia Bencivelli racconta il pazzo “sogno” di un’aspirante giornalista scientifica che si ritrova a lavorare da freelance senza orari e senza tutele. O, ancora, in “Noi non dormiamo” di Kathrin Roggla (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori), una sorta di lungo flusso di coscienza in cui sono soprattutto i precari della “cultura” a raccontare il dramma dell’efficientismo malpagato , e in “Stage” (disponibile online su IBS/inMondadori) in cui Cristina Kezich non risparmia neanche sgradevoli vicende di mobbing.

Ma succede, soprattutto, in “Personaggi precari” di Vanni Santoni (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori) che di particolare ha, soprattutto, la genesi: un blog che raccoglie la sfida di “fare della letteratura del precariato un fatto esistenziale prima ancora che giuslavoristico” e in cui l’autore finisce per raccogliere oltre cinquecentosettanta storie, ora finite nell’omonimo libro, di eroi normali che a causa della crisi hanno tutti perso qualcosa. C’è Katiuscia ricercatrice con la passione per il teatro; Pietro che da diciannove anni, puntuale, prende un treno alle otto di mattina e uno alle sette di sera per recarsi all’ufficio da cui è stato cacciato e Leonard che si sente vecchio e consumato nonostante i suoi ventitré anni. Storie tutte simili tra loro di personaggi che, insieme a un “posto fisso”, cercano anche se stessi e per cui non c’è definizione migliore di quella che Danilo Masotti, in “Ci meritiamo tutto” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori), ha chiamato adultescenza, una sorta di limbo, infinito tra adolescenza ed età adulta in cui, oggi, si perdono intere generazioni di figli per sempre, strette da anni di mal gestione della cosa pubblica da parte dei padri.

“Gianna esce di casa ogni venerdì notte, intorno alle una, per comprarsi un pochino di fumo. Spesso – essendo una donna etica, oltre che un avvocato – mentre compie il tragitto che la separa dalla piazzetta, si perde in lunghi pensieri sulla mostruosa ingiustizia di un sistema che spinge lei a commettere un’azione illegale, giovani immigrati a rischiare la galera, e la malavita ad arricchirsi. Stasera c’era un marocchino nuovo, all’angolo, con un fumello buonissimo simile a quello che aveva sempre un suo vecchio fidanzato spagnolo. Gianna è contentissima.” (Vanni Santoni)

Così, con antitetica leggerezza, la letteratura della crisi, obbedisce alla necessità di narrare un presente fatto di sfide a volte titaniche per i (più o meno) giovani che si approcciano al mondo del lavoro. Ne tratteggia ansie, paure, speranze. Rappresenta situazioni ipotetiche e banchi di prova che, da cimento, anticipino il traumatico tran tran di CV, colloqui, “le faremo sapere” che, per tutti, sono la cifra del primo contatto al mondo del lavoro. Con un piccolo insegnamento, forse, che le alternative esistono, se si è in grado di crearsele.

ViDa

© 2014 imieilibri.it



Elio e le Storie Tese, “The Show Must Go Off” - Medley del Lavoro

 

Ti piace questo post? Segnalalo ai tuoi amici...
o condividilo sul tuo Social Network...  
  • Share/Bookmark
Ti piace “imieilibri.it”? Faccelo sapere...
Sottoscrivi gli aggiornamenti de “imieilibri.it” su Facebook...

Scrivi la tua opinione su questo post...