Noi di Evgenij Zamjatin

Il commento...

“Noi”
di Evgenij Zamjatin


Acquista su laFeltrinelli/IBS/inMondadori

“La storia umana, per quanto ci è dato conoscerla, narra del passaggio da forme di vita nomadi ad altre sempre più stanziali. Non se ne evince, forse, che la forma di vita più stanziale (la nostra) è, al contempo, anche la più perfetta (la nostra)?” (Evgenij Zamjatin)

Il primo Novecento si apre con uno dei romanzieri più talentuosi dello scorso secolo, capace di influenzare autori quali Huxley, Rand e Orwell: Evgenij Zamjatin, ingegnere navale russo scopertosi scrittore in Inghilterra, mentre supervisionava la costruzione di una nave rompighiaccio nelle città di Walker e Wallsend. Da questa esperienza lavorativa scaturì infatti il racconto “Ostrovitjanie” (gli isolani), ritratto tagliente della società inglese e anticipazione del ben più celebre romanzo “Noi” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori), palcoscenico distopico in cui un’umanità ridotta a cifre algebriche ha perso non solo il libero arbitrio, ma anche la coscienza di sé.

“Noi”, diario di D-503, una delle matricole che innervano la linfa vitale dello Stato Unico, è la cupa immersione in una società irreggimentata, basata su dei rigidi precetti per una “salvezza coatta”, dove ogni giornata è scandita matematicamente, anche nei momenti d’intimità; persino il sesso rientra nelle attività da controllare e incanalare, mediante degli appositi tagliandini rosa. Nessuna passione, nessun trasporto, nessun coinvolgimento; la vita è “assoggettata al nobile giogo della ragione”. Ecco dunque che lo Stato esercita un potere decisionale completo, e possa legiferare anche su quanto un boccone debba essere masticato (50 volte); ogni passaggio dell’esistenza è scandito, misurato.


fonte: michelenigro.wordpress.com

Il romanzo, scritto tra il 1919 e il 1920, è stato partorito prima dell’epoca stalinista, alla quale inevitabilmente il lettore è portato a riferirsi; eppure, che questo testo satirico, ambientato in un futuro negativo, sia stato concepito prima dell’avvento di qualsiasi totalitarismo ha del profetico: Zamjatin sembra ispirarsi ai pericoli insiti nella struttura capitalistica dello stato, immaginando cosa sarebbe accaduto promuovendo da un lato l’ipertrofia della macchina, dall’altra quella dello stato.


fonte: economia.tesionline.it

La lettura sovra-storica di “Noi” è poi giustificata anche dalla sua contemporaneità; come sottolineato da Alessandro Niero, l’ultimo a cimentarsi nella difficile opera di traduzione del testo russo, è da osservare come in questi tempi, dove il monopolio di internet è sempre più riconosciuto, l’invasione dei mezzi di controllo preconizzata dallo scrittore (nel lontano 1919!) rimanga prepotentemente attuale. Non solo; nella chiusa del romanzo, tutto centrato sulle vicende di D-503, si fa riferimento all’ultimo tassello di felicità pre-confezionata offerta dallo Stato Unico: la possibilità di lobotomizzarsi, annullando così qualsiasi dispiacere o sofferenza. La lobotomia “televisiva” o “da schermo”, come preferisce definirla Niero, è una delle criticità anche del nostro tempo alla quale, più o meno, siamo tutti sottoposti.


fonte: marilyn.corriere.it

Il fascino del “ritratto futuribile” della società si mantiene pertanto intatto; svincolata dal contesto cronologicamente prossimo, ossia la Russia comunista, acquista valenze e simbologie applicabili anche al modernissimo 2014. “Noi”, con il suo marcato tratto tecnico-scientifico, propone gli sviluppi, incontrollabili, di una massa dove l’io è bandito e il noi diviene l’unico paradigma di riferimento.

D-503, l’uomo-numero protagonista del romanzo, in un primo momento aderisce con entusiasmo allo Stato Unico, elogiandone ad esempio (provocando lo straniamento del lettore) l’assenza di elezioni -possibile, si chiede, che le sorti di una nazione siano frutto del caso?- la trasparenza di tutti gli edifici, così da controllare ogni singola mossa di ciascuno, la comunione dei bambini; un universo, insomma, dove il privato è inesistente e l’illogicità, il caso ed il non-prevedibile sono estromessi.

Queste convinzioni, radicatissime nell’ingegnere nelle prime pagine, si sgretolano a seguito dell’incontro con una donna, I-330; è lei a condurlo in una vecchia dimora, con le pareti ancora non trasparenti, vecchi polverosi divani, statue e dipinti. Cimeli di un mondo ormai scomparso, inghiottito dai ferrei regolamenti improntati all’ordine, dove I-330, mentre fuma o beve alcool, è emblema del pericolo e del caos.

“Vuol dire che l’ami. La temi perché ti sovrasta, la odi perché la temi, l’ami perché è qualcosa che non puoi assoggettare a te stesso. Si può amare, infatti, soltanto ciò che è inassoggettabile”


fonte: www.idealibro.net

La messa al bando della coscienza fallisce con I-330; sarà lei a spiegare alla restia matricola come non esista un’ultima rivoluzione, come quest’universo di vetro debba esplodere, anche a scapito dell’equazione tra libertà e felicità promossa dallo Stato Unico. Il finale del romanzo pone ulteriori domande, enfatizzate anche dallo stile complesso ed ellittico che le accompagna; l’intero testo, curato nella scelta di ogni parola, tradisce la maniacale attenzione di uno dei più grandi stilisti dello scorso secolo.


fonte: metallized.it

Tra distopia e modelli di società, tra antropologia e futuro, la lettura di Zamjatin solleva e riporta il dibattito su una celebre massima di William Gibson: “La fantascienza? Ci viviamo dentro”.

Caterina M

© 2014 imieilibri.it


Evgenij Zamjatin, “Noi” - Disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori

 

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