Simboli, corrispondenze, colpi di dadi: la parola-formula magica nella poesia di Mallarmé

L'approfondimento...

Simboli, corrispondenze, colpi di dadi:
la parola-formula magica nella poesia di Mallarmé

Claude Monet: Il parlamento di Londra

“Del sempiterno azzurro la serena ironia
Perséguita, indolente e bella come i fiori,
Il poeta impotente di genio e di follia
Attraverso un deserto sterile di Dolori. (…)”

(Stéphane Mallarmé, da “L'Azzurro”)

Tra gli anni Settanta e Novanta dell’Ottocento, il mondo stava cambiando. Cambia sempre, in realtà, il mondo, ma quella volta in modo più radicale, più evidente, con una determinazione quasi violenta.

C’era l’industria, una presenza nuova e massiccia (in Europa, non ancora in Italia) che per proliferare non chiedeva solo denaro e macchine e operai: chiedeva soprattutto scienza. Il motore del cambiamento nasceva da quella coppia, scienza-industria, con ciascuna delle due componenti che traeva alimento dall’altra, di modo che non si sapeva più chi fosse a prevalere, a chi spettasse, fra scienza e industria, la coccarda al merito per aver prodotto quella che era sentita come la nuova era dell’umanità. I capitali e le menti si erano fusi, partorendo macchine e industrie, ma anche lampadine, automobili, telefoni e un mucchio di altre cose che, messe insieme, sembravano la prova tangibile della genialità dell’uomo e del suo poter creare un mondo di benessere generalizzato e a portata di mano per tutti. Il benessere della produzione.

Quel binomio, scienza-industria, non era più solo una questione di economia, di salari, di materie prime e catene di montaggio: divenne un modello, una cosa che entrò nella testa degli uomini convincendoli del fatto che potevano controllare non solo il passaggio dalla materia prima al prodotto finito, ma le leggi stesse dell’universo e il ritmo della storia, che avrebbero fatto andare dove volevano loro, cioè sempre, indefinitamente, in avanti. Tale modello aveva il pregio di essere razionale, rigoroso, produttivo, oggettivo, e si cristallizzò presto in un’ideologia, l’ideologia positivista, con l’annesso mito del progresso. Da lì in poi, insomma, a forza di parti di ragione, il mondo sarebbe andato sempre meglio, sempre un passo in avanti rispetto al passato, secondo un’evoluzione in linea retta da cui erano categoricamente esclusi corsi e ricorsi storici e serpenti che si mordono la coda.

I misteri della Natura, dell’universo e dell’uomo, in  realtà misteri non erano, ma equazioni da decifrare, formule da trovare, e sarebbe stato lo scienziato a trovarle, permettendo di spiegare e, soprattutto, di controllare ogni cosa.

La marea del progresso, però, trascinava a valle anche una fanghiglia detritica che, soprattutto con l’approssimarsi dell’ultimo scorcio del secolo, sporcava i piedi e le giacche di molti. L’industria aveva le sue crisi cicliche e, paradossalmente, si ammalava perché produceva troppo; le masse operaie si ritrovavano immerse nei simboli del benessere che esse stesse producevano, lavorando almeno dieci ore al giorno, e ai quali, tuttavia non avevano accesso; le città si allargavano e inghiottivano l’uomo al loro interno, disperdendo i tradizionali rapporti umani in vigore nelle piccole comunità.

Claude Monet: Ninfee
Claude Monet, “Ninfee”

Gli artisti e i letterati, dal canto loro, avevano perso l’aureola. A molti di loro il mondo, lungi dall’essere razionale, appariva come un complesso ordito le cui fibre costituenti non erano sotto gli occhi del cervello, nella realtà immediatamente visibile e tangibile, ma in un altrove cui si poteva accedere solo attraverso un salto da compiere lasciando a terra la ragione. Si apriva così una dimensione irrazionale, quasi mistica, che chiudeva le porte allo scienziato e accoglieva solo chi era disposto a entrare in contatto con l’universo, e a fondersi con esso, attraverso il totale abbandono. Qui l’individualità delle cose e la distinzione fra interno ed esterno, fra soggetto e oggetto, fra io e mondo, si rivelava come un’allucinazione sociale e rapidamente svaporava nella percezione intuitiva di una trama di “Corrispondenze” che lega il più piccolo frammento del nostro stesso corpo all’universo.

Nel tempio delle Corrispondenze l’inquilino privilegiato, il nuovo vate, è il poeta, capace di attingere alla realtà autentica, esclusa agli uomini comuni e proprio per questo non comunicabile attraverso le forme quotidiane del linguaggio, basate su una relazione codificata tra significante e significato.

Edouard Manet: ritratto di MallarméSe nel mondo comune le parole si usano come tramite di un significato ben preciso, qui, nella dimensione in cui l’io e il Tutto si fondono, esse perdono il loro valore referenziale e assumono un valore simbolico e analogico. Da Baudelaire a Verlaine, da Rimbaud a Mallarmé, la parola diventa suggestione fonica, evocando e mettendo in contatto realtà fra loro lontanissime, i cui legami non possono essere scorti da una mente razionale. La parola non è più comunicazione: è formula magica.

Il linguaggio poetico subisce così una rivoluzione che va sotto il nome di Simbolismo e che ha in Mallarmé uno dei maggiori artefici. Dopo il 1868, il poeta francese comincia la stesura di “Igitur, o la follia di Elbehnon”, una prosa in forma di frammento al cui interno si ritrovano tutti i temi della sua produzione successiva, sintetizzabile come un tentativo di dimenticare la realtà allontanandola e dissolvendola attraverso la parola poetica, profondamente criptica e priva di referenti oggettivi. Il protagonista, Igitur, non è un uomo in carne ed ossa, quanto il simbolo dell’umanità intera, una sorta di spirito dell’uomo, chiamato a compiere un gesto che salverà l’umanità dall’oblio, dalla totale cancellazione voluta dal caso. È dopo la pubblicazione di questo testo che si comincia a parlare di Mallarmé come caposcuola del Simbolismo, anche grazie all’attenzione che avevano attirato su di lui gli elogi di personaggi quali Verlaine e Huysmans.

Auguste Renoir: ritratto di MallarméDa “Igitur” si prepara quella svolta radicale che verrà a esprimersi in “Un colpo di dadi non abolirà mai il caso”, opera pubblicata per la prima volta nel 1897, sulla rivista “Cosmopolis”. Siamo alla rottura del linguaggio poetico tradizionale, nel suo impianto versificatorio, sintattico e grafico: le parole, scritte con caratteri tipografici di diversa dimensione, sono disposte su due pagine, da leggere simultaneamente, annegate in spazi bianchi che simboleggiano il mistero da cui il linguaggio sgorga, un mistero che il poeta cerca disperatamente, se non di afferrare, almeno di sfiorare. La scelta risponde ad una precisa convinzione: se il mondo oggettivo è crollato, con esso crollerà anche il linguaggio che lo rappresentava, inteso come organico sistema di sequenze comunicative. La parola non è più contenitore del messaggio, ma messaggio essa stessa, e nella sua disposizione “a gradini”, da una pagina all’altra, riproduce l’andamento discontinuo e fluido dell’esistenza, che dev’essere abbracciata in un istante, con un colpo d’occhio che smonta le analisi e i teoremi della ragione.

L’influenza di questi esiti sulle generazioni successive sarà potente e aprirà la strada alle “parole in libertà” di Marinetti e dei futuristi, ma anche a quella riduzione del linguaggio poetico a forme essenziali cui approderanno gli ermetici e Ungaretti, con la parola “valore assoluto”, che emerge come una fiamma isolata nelle nebbie del silenzio.

Dal punto di vista delle tematiche, “Un colpo di dadi” -come si intuisce dal titolo- ha per soggetto la sfida tra l’uomo e il caso, che si conclude sempre a vantaggio del secondo, nell’impotenza di qualsiasi azione a imprimere il corso voluto alla storia e all’esistenza. È forte il legame con “Igitur”, ma se lì restava aperta la questione di poter salvare il mondo dal caso, qui troviamo un eroe più consapevole e disincantato, che finisce per constatare quanto sia inutile e indifferente la sua azione, il “lancio di dadi”, rispetto allo scorrere cieco del destino. Il mondo è completamente fuori controllo, e ad esso, alla sua essenza più autentica, neppure si accede, il che risolve la poesia in un desiderio inappagato di raggiungere l’assoluto e in un continuo sbattere contro il muro sordo della casualità.

Francesca M

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