Letture da “Anna Karenina” di Lev Tolstoj – reportage

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Letture da “Anna Karenina” - reportage

Di seguito il reportage del reading su “Anna Karenina” di Lev Tolstoj, tenutosi il 27 gennaio 2014, presso l'Auditorium Parco della Musica di Roma nell'ambito della stagione 2013-2014 del ciclo “Vi racconto un romanzo”.


fonte: fanart.tv

“Scese, evitando di guardarla a lungo, come si fa col sole, ma vedeva lei, come si vede il sole, anche senza guardare…” (da “Anna Karenina”)

Il 27 gennaio, nella cornice della rassegna “Vi racconto un romanzo: dalla Russia con amore”, Sonia Bergamasco, Rita Giuliani e Valerio Magrelli hanno proposto l’analisi e la lettura di uno dei capolavori russi universalmente più conosciuti: “Anna Karenina”, di Lev Tolstoj.

La romanzesca avventura sentimentale della giovane Anna, personaggio tanto ben costruito da assumere una statura epica, è stata ripercorsa grazie a tre letture interpretate dalla convincente Bergamasco (impegnata, peraltro, anche in uno spettacolo teatrale basato sul romanzo, per la regia di Giuseppe Bertolucci) e al commento affidato alla preparata e comunicativa Rita Giuliani, professoressa di letteratura russa all’Università “La Sapienza” di Roma.

La genesi di un testo letterario così fortunato e irresistibilmente moderno nasce dalla stessa biografia dell’autore; gli avvenimenti che impattarono sulla vita di Tolstoj (sin dalla nascita, avvenuta su un divano di pelle verde ancora visibile nelle proprietà un tempo appartenute alla madre) vennero infatti spesso rielaborati attraverso la scrittura.  L’infanzia del giovane Lev fu segnata da lutti drammatici -perse infatti entrambi i genitori ancora bambino- e dall’educazione ricevuta dalle zie; nonostante ciò, egli ebbe sempre coscienza dell’antico lignaggio da cui proveniva la madre, ben evidente non solo dai grandi possedimenti ereditati, ma anche da alcune bizzarre stranezze familiari di cui ebbe notizia (il nonno materno, ad esempio, era solito svegliarsi al suono di un’orchestra appositamente convocata ogni giorno).

L’iscrizione del giovane Tolstoj all’università non ebbe gran successo: cambiò ben due facoltà, senza terminare nemmeno un corso di studi. Presto si infervorò infatti per la carriera militare, arruolandosi come volontario e partecipando a campagne pericolose; proprio da soldato assistette ad una delle pagine belliche più sanguinose, quello dell’assedio di Sebastopoli da parte dei Turchi. Il grande pacifismo che pervase in seguito tutte le sue opere (novanta volumi!) potrebbe esser germogliato proprio a seguito di queste esperienze così dure; ad ogni modo, il suo antimilitarismo fu così ben strutturato da influenzare anche Gandhi. La sua impronta illuministica doveva poi essere altrettanto forte, se, come si racconta, al collo era solito indossare un ritratto di Rousseau.


Franz A. Roubaud, “Assedio di Sebastopoli”; fonte: it.wikipedia.org

Un altro grande impegno di Tolstoj fu quello dedicato alla ricerca, al senso della vita (tanto da pensare, più volte, anche al suicidio; al proposito, vi consigliamo anche la lettura de “La confessione”); caratteristica questa che emerge prepotente anche in Anna Karenina.

Incertezza e tensione verso una perfezione irraggiungibile saranno alla base anche dei giudizi contrastanti espressi dall’autore in merito al romanzo: nel 1873 affermava infatti, con una punta di orgoglio, “me ne sono invaghito completamente”, mentre capovolgeva la sentenza nel 1890, sintetizzando le quasi novecento pagine con un lapidario “è uno schifo di romanzo”.

Del resto, lo stesso Tolstoj era spesso preda di profonde crisi personali, ben descritte nel 1897 dal celebre antropologo e criminologo Lombroso, intenzionato a studiarlo per comprendere il nesso tra genio e follia; egli descrisse infatti come tratti di degenerazione fisica alcuni aspetti dello scrittore, come la barba arruffata e lo sguardo visionario. Lombroso doveva avere ben ragione a cogliere alcuni cenni di poco equilibrio; ad ottantadue anni, Tolstoj fuggì di casa in una notte tempestosa, probabilmente dopo l’ennesimo litigio con la moglie, che gli rimproverava un ideale di vita troppo pauperistico; il viaggio in terza classe, con i finestrini mal chiusi ed il gelo penetrante, gli fu fatale. Ed egli morì dunque in una stazione, proprio come Anna Karenina.

Ma veniamo alla prima lettura, scelta con molta intelligenza; si è proposta infatti la magnifica, sontuosa scena del ballo, quella celebre quadriga che Kitty - altra giovane protagonista - desiderava ardentemente ballare con Vronskij, affascinante ufficiale d’esercito.

Le pagine che descrivono la tensione psicologica dei personaggi sono imbevute di maestria, capaci di trasmette il magico colore del suono. Ecco allora fulgida, splendente l’apparizione di Anna, ebbra per l’ammirazione che suscitava, piena di grazia, leggerezza, sicurezza. Qualità queste che offuscano l’euforia della piccola Kitty, che ben presto capisce quanto il suo Vronskij sia soggiogato dall’affascinante dama; “il mondo intero le si coprì di nebbia”, e la principessina, costretta a riparare in un’altra sala per non esternare i penosi sentimenti che la squassavano, ha appena la forza di notare come la bellezza di Anna possegga qualcosa crudele e spaventoso, di demoniaco.

La piccola Kitty aveva difatti, poco prima di piombare in questo stato di disperazione, rifiutato la proposta di matrimonio del serio aristocratico Levin, aspettando proprio quella di Vronskij; si delineano così due coppie, il cui gioco si incastrerà continuamente.
Sin qui, potrebbe trattarsi di un semplice amore adolescenziale non corrisposto, eppure vi è una complicazione: Vronskij cade sì stregato da Anna, ma bisogna ricordare come ella sia una donna sposata.

Eppure, Anna Karenina non è neppure un romanzo di adulterio (come Madame Bovary, ad esempio); riflette invece la questione femminile, esplosa nella seconda metà dell’Ottocento, essendo ella stessa una di quelle “donne cadute” sempre più frequenti.

Anna Karenina nasce proprio come una riflessione su queste sfortunate “donne cadute”; a quest’idea originaria si innestano, successivamente, anche le teorie tolstojane di cosa sia una famiglia, di come si esprima l’amore coniugale. Pensieri questi efficacemente riassunti nell’incipit del romanzo, che esclama perentorio: “Tutte le famiglie felici sono felici allo stesso modo, quelle infelici lo sono in modo diverso”.

Rispondere a questi interrogativi non fu operazione semplice per Tolstoj, se consideriamo che il romanzo subì, dal 1873, ben dodici edizioni diverse, comportando inoltre l’abbandono di un precedente scritto dell’autore, basato sulle vicende della società di Pietroburgo. Del resto, come ebbe a commentare la moglie, “i personaggi del romanzo su Pietroburgo erano già vestiti, ma non respiravano”.

La creazione stessa del personaggio di Anna ingloba questa difficile gestazione: nella prima versione infatti, ella è ben lungi dall’essere dipinta come la sofisticata, perlacea nobildonna che conosciamo; al contrario, viene descritta come “la più svestita di tutte” e, orrore, mette persino in bocca un filo di perle. Una cafona, insomma; cafona che si trasformerà, con lentezza, in quel cigno di lucente aristocrazia e alta statura morale che accompagna oggi il lettore.

Un concetto, però, doveva esser chiaro a Tolstoj sin dalle prime righe: Anna doveva morire. Nella prima stesura si gettava, con romanticismo, in un gelido fiume; nell’ultima, invece, subentra il tipo di morte tecnologica, con lo sferragliare del treno che incita la protagonista a dimenticare, definitivamente, quanto compiuto.

La seconda lettura di Sonia Bergamasco affronta proprio questo delicato rapporta tra Anna e il treno; l’eroina è difatti catturata mentre legge, in carrozza, subito dopo quel celebre, tragico ballo che aveva innescato la fatale scintilla tra lei e Vronskij. Anna però aveva “troppa voglia di vivere lei stessa”, e le pagine del libro non le bastano. Smarrita, ad una fermata scende per respirare una boccata d’aria gelata, per scacciare dalla mente l’ingombrante presenza del bel generale scapolo, ed ecco che lo scorge tra la folla. “Lui era lì per essere dov’era lei”: con questa potente e sibillina frase Tolstoj anticipa la terribile intimità già creatasi tra i due, il vortice in cui cadranno risucchiati il bel militare ma soprattutto lei, incapace di rassegnarsi ad una storia clandestina, pronta a scontrarsi con la società che non le permette un’inammissibile ufficialità.

La cura del dettaglio nelle descrizione tolstojane è pulita e lucida; sembra quasi di trovarsi dinnanzi ad un quadro di Bosch, con i pezzi anatomici che si staccano e assumono una propria individualità.

L’attenzione per il particolare si concretizza anche nel drammatico finale, protagonista della terza ed ultima lettura: nel frastuono di grida e risate, il sibilo della locomotiva annuncia la tragedia; Anna è decisa a liberarsi da ciò che la turba, la sua unica certezza ontologia è la morte. In fondo, “perché non spegnere la candela, se non c’è più niente da guardare?”.

Questi pochi spunti sono sufficienti per intuire la grandiosità di un romanzo che contiene una potenza mitica ineguale (altro che “frivolo”, come pure è stato definito!); il demone della carne è concentrato in un personaggio, quello di Anna, talmente riuscito da sfuggire dalle mani del suo stesso creatore.

Non si può che concordare dunque con Dostoevskij, secondo cui: “Anna Karenina in quanto opera d’arte è la perfezione… e niente della letteratura europea della nostra epoca può esserle paragonato”.

Caterina M

© 2014 


“Anna Karenina” di Lev Tolstoj, diverse edizioni disponibili online su:
- laFeltrinelli
- IBS
- inMondadori

 


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