Un cappello pieno di ciliege di Oriana Fallaci

Il commento...

“Un cappello pieno di ciliege”
di Oriana Fallaci


fonte: oriana-fallaci.com

Ci sono storie che, con prepotenza, chiedono di essere raccontate e non è detto che la loro sia una gestazione breve.

Oltre dieci anni di lavoro e tante pause, prima per una sorta di “dovere morale” che, all’indomani dell’11 settembre, spinse la Fallaci a scrivere il criticatissimo “La rabbia e l’orgoglio” (leggi il commento al libro) e poi a causa dell’“alieno” incurabile che l’avrebbe portata via prima di completarlo: di questo è fatta la genesi di “Un cappello pieno di ciliege”, opera postuma della giornalista fiorentina (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori).

Una lunga (anche fuor di metafora) saga familiare, un tuffo nella storia della discendenza Fallaci, ché, se è vero che la prospettiva delle morte mette tutti davanti alle pagine del proprio passato, con l’eccesso e lo zelo che le sono propri, Oriana sembra fare di più. Anni di ricerche storiche, giorni passati a spulciare negli archivi e tra i faldoni e il prezioso aiuto di studiosi dell’epoca, per non lasciare al caso neanche il più insignificante dei dettagli di quelle vite, non meno al limite e interessanti, che dovette vivere sotto le sembianze dei suoi antenati.

“Nascere non è forse un eterno ricominciamento e ciascuno di noi il prodotto d’un programma fissato prima che incominciassimo, il figlio d’una miriade di genitori?”

Il risultato? Un racconto appassionato e appassionante, un viaggio nella memoria (im)possibile di cinque generazioni e nei loro segreti sopravvissuti per secoli grazie a una cassapanca tramandata di mano in mano.

Un piccolo compendio di quella Storia dei grandi che, inaspettatamente, precipita nelle umili vicende degli ultimi, le travolge e le consegna a un destino ineluttabile.

Che ne sarebbe stato di Carlo Fallaci, il quasi capostipite della famiglia, se fosse veramente partito per coltivare il podere americano di quello stesso Jefferson della dichiarazione d’indipendenza? O se, decenni dopo, la bella Anastasia si fosse lasciata sedurre dalle lusinghe di un irriconoscibile Edmondo De Amicis?

Se il lettore curioso non può fare a meno di abbandonarsi a racconti ucronici, la fantasia non rischia di superare in originalità i fatti e la vendetta della storia ha il sapore consolatorio delle vite straordinariamente normali raccontate.

“L'eroismo non è il metro con cui si misura un uomo, il martirio non è il requisito necessario a giudicarne i valori, i rituali grotteschi non bastano a vanificare un sogno.”

Con sublime leggerezza, nonostante la (a tratti esagerata) dovizia di particolari, quello ricostruito dalla Fallaci è, infatti, un universo di storie “gustose” che, una volta assaggiate, proprio come le ciliegie del titolo, non si è in grado di smettere di mangiare finché non si vede il fondo. Il fil rouge? Figure femminili forti, intraprendenti, incuranti delle remore del tempo e che, più dei loro partner maschili con docile fermezza sembrano tessere le trame del destino. Come la bella Caterina, che accetta di sposarsi soprattutto per imparare a leggere e alla morte della figlia reagisce imparando l’arte delle erbe medicinali e della medicina naturale. O come la fragile Montserrat che per anni aspetta devota l’amore irrinunciabile di quel mozzo che, proprio lei figlia di un nobile, ha scelto come padre dei suoi figli. Ma, soprattutto, come l’invidiabile Anastasia, con la sua vita su e giù da un palco, corteggiata dai più influenti uomini del paese, cui dovrà rinunciare per amor materno.

Sullo sfondo una Toscana che, quasi altrettanto protagonista, è compartecipe delle (dis)avventure della piccola folla di avi che, dal Chianti e dalle sue immense distese da coltivare, sembrano attingere l’immensa inscalfibile dignità che li contraddistingue, nonostante tutto.


Foto Renato Pantini©

“Forse…non s’accorse che la vita è bella anche quando è brutta: una tale ammissione richiede una sorta di gratitudine che lei non aveva. La gratitudine per i nostri genitori e nonni e bisnonni e trisnonni e arcinonni, insomma per chi ci ha dato l’opportunità di vivere questa straordinaria e tremenda avventura che ha nome Esistenza.”

Con un retrogusto ironico e da dramma popolaresco, così, con un ultimo e faticato “bambino” che suona anche come lascito morale, la Fallaci sembra dare segna risposta a quel da “dove vengo” che è la più atavica tra le domande dell’uomo.

“Ora che il futuro s'era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l'inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d'estate costituiva il mio Io.”

Nota a margine, un (utilissimo) albero genealogico, a chiusa del romanzo, ricostruisce i legami di parentela tra le famiglie dei Ferrier, Fallaci, Laurano, Cantini e, quasi idealmente, include nella vicenda un passato recente –quello dal matrimonio dei nonni in poi- a cui la sua prematura scomparsa della scrittrice non permise di dare forma narrativa.

ViDa

© 2014 imieilibri.it


Oriana Fallaci, “Un cappello pieno di ciliege”
Biblioteca Universale Rizzoli, 859 p., €15.00
Disponibile online su: - laFeltrinelli (-15%) - IBS (-15%) - inMondadori (-15%)

 

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