L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono

Il commento...

“L’uomo che piantava gli alberi”
di Jean Giono


Acquista su laFeltrinelli/IBS/inMondadori

“Trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole” (Jean Giono)

Il brevissimo libro-racconto “L’uomo che piantava gli alberi” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori) dello scrittore francese Jean Giono è un toccasana per la mente.
Proprio come un tonico infatti, infonde serenità a qualsiasi lettore, riuscendo nel difficile compito di far evaporare affollati vagoni metro, scadenze prossime, grattacapi quotidiani.

La faticosa routine scompare pagina dopo pagina, non appena ci si incammina, assieme al protagonista del romanzo, nel brullo paesaggio provenzale, ai piedi delle Alpi.

In questa aridissima terra, nel 1913, un escursionista un po’ sprovveduto smarrisce il sentiero; accerchiato dalla sola lavanda selvatica, senza scorte di acqua, il giovane cerca riparo (e civilizzazione!) in un piccolo borgo diroccato ed abbandonato. Tra le vecchie case abbandonate avverrà il sorprendente incontro con il pastore Elzéard Bouffier, individuo poco loquace e dalle strane abitudini.

Il giovane narratore scopre infatti che Bouffier si dedica instancabilmente ad una sola attività: piantare cento ghiande al giorno. Incuriosito da questa bizzarra pratica, l’escursionista si addentra pian piano nel privato del pastore; vedovo a cinquantacinque anni, privo di compagnia ad eccezione dei suoi amati animali, Elzéard aveva deciso di destinare la sua esistenza ad un solo, magnifico scopo: migliorare la qualità dell’ambiente in cui viveva, con la speranza che dalle ghiande piantate sarebbero potute nascere, un giorno, altrettante querce.


Illustrazione di Joëlle Jolivet

L’idillio del pastore solitario, deliziosa e potente immagine bucolica, si spezza con una brusca parentesi di attualità; il ragazzo è chiamato alle armi, come soldato di fanteria, nella terribile carneficina della prima guerra mondiale. Gli orrori del conflitto bellico si contrappongono così, in chiara antitesi, alla pace e al ristoro della semplice vita quotidiana. Quest’opposizione tra sangue e quiete, lucida denuncia ad un’insensatezza tutta umana, ha peraltro ispirato non solo romanzi come quello di Giono, ma anche celeberrime opere artistiche: basti pensare alle splendide Ninfee di Monet, dove i placidi stagni, imbevuti di sole e colori, costituiscono una carezzevole alternativa ai neri campi di battaglia.

Dopo il congedo, il narratore/soldato tornerà nel 1920 negli stessi luoghi, mosso dalla curiosità di accertarsi se quelle ghiande, tanto faticosamente piantate, erano cresciute a dispetto del clima sfavorevole, del terreno arido, della guerra.

I suoi occhi rimangono così esterrefatti alla vista di alberi divenuti ormai alti, persino variegati; il paesaggio è stato difatti completamente stravolto, e alle querce si sono aggiunti faggi e betulle.

Il paziente lavoro di un uomo è stato perciò in grado di modificare un terreno che sembrava maledetto, l’acqua è tornata a gorgheggiare nei torrenti e la foresta, estesa ormai ad undici ettari, si è sostituita al deserto precedente.

Elzéard Bouffier, improvvisatosi apicoltore, continuava nel suo certosino e silenzioso compito; la stessa popolazione, accorgendosi del miracoloso cambiamento, ne aveva attribuito la causa a misteriosi fattori ambientali, incapace di spiegarsi una così improvvisa benedizione.

La rigogliosa, “umana” foresta sopravvivrà anche alla falce della seconda guerra mondiale, sorda allo scoppio delle bombe; solo la serena morte di Bouffier, nel 1947, ne impedirà un’ulteriore crescita.

Con lo spegnersi del protagonista, l’ormai anziano Elzéard, si chiude anche questo piccolo libro nato con lo scopo -come scriveva l’autore in una lettera del 1957- “di rendere piacevoli gli alberi, o meglio, rendere piacevole piantare gli alberi”.

Lo stesso Giono ha sempre guardato con molto affetto al suo testo, distribuito gratuitamente e tradotto in diverse lingue; nonostante non gli avesse portato alcun guadagno infatti, il libro si era imposto con uno straordinario successo.

La storia di Elzéard Bouffier, per quanto strampalata e onirica, non cessa di affascinare neppure oggi; lo stile di vita che propone, in piena adesione ai ritmi della natura, non può che corrispondere ai dettami ecologici divenuti sempre più necessari.

La morale de “L’uomo che piantava gli alberi” infine, lontana da ogni superbia e per nulla saccente, avvicina il lettore a quell’idea, ben espressa da Robert Baden-Powell, di “lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato”.

Caterina M

© 2014 imieilibri.it

 

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