Gli sdraiati di Michele Serra

Il commento...

“Gli sdraiati”
di Michele Serra

La storia che Serra narra ne “Gli sdraiati” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori) è la vita ordinaria della nuova generazione di padri, lontana anni luce da quella dei padri autoritari con cui sono - spesso- cresciuti: nuove tipologie dell’essere genitore, quasi nuove figure. Pionieri alla ricerca di un rapporto ideale con i propri figli: fatto di presenza, dialogo e complicità, e non più basato su regole e ordini predeterminati e rigidi.

“Gli sdraiati” sono i figli, questi  adolescenti  multimediali, ipertecnologici, multitasking, esseri  talvolta sconosciuti, con cui si cozza ogni giorno, perché vivono in un mondo parallelo, ove regnano visioni ed esigenze diverse dalle nostre.

“l'unica certezza è che sei passato da questa casa. Le tracce della tua presenza sono inconfondibili. Il tappeto kilim davanti all'ingresso è una piccola cordigliera di pieghe e avvallamenti.  La sua onesta forma rettangolare, quando entri o esci di casa, non ha scampo: è stravolta dal calco delle tue enormi scarpe, a ogni transito corrisponde un'alterazione della forma originaria. Secoli di manualità di decine di popoli caucasici magrebini persiani indostano, sono rivoltati da ogni tuo singolo passo...”

Sono alieni laconici e a volte invisibili, il cui  passaggio è reso visibile da tracce tangibili e inequivocabili (briciole e  avanzi di cibo sul divano, asciugamani fradici, luci accese, piatti incrostati e -soprattutto- calzini  maleodoranti  in ogni dove), che sanno contemporaneamente guardare la tv, fare una ricerca sul computer, ascoltare musica con gli auricolari, intessere conversazioni sul telefonino e prendere 7 in chimica!

“In cucina il lavello è pieno di piatti sporchi. Macchie di sugo ormai calcinate dal succedersi delle cotture chiazzano i fornelli. Questa è la norma, l'eccezione (che varia in festosa frequenza) è una padella carbonizzata, o il colapasta monco di un manico, o una pirofila con maccheroni avanzati che produce le sue muffe…. anche quando basterebbe un nonnulla per chiudere il cerchio, tu lo lasci aperto.  Sei un perfezionista della negligenza...”

L'autore è un padre che analizza e coglie con occhio cinico, ma affettuoso  questo mondo del figlio adolescente con cui condivide casa e vita, che lo respinge e lo attrae, che lo affascina e lo stupisce.

Nel libro descrive la quotidianità con estrema minuzia di particolari visivi ed olfattivi, fotografa diversi momenti di vita carichi di forte emotività e che, a volte, lo lasciano perplesso: le ore in coda per entrare nel negozio di tendenza, il colloquio con i professori, il tatuatore, la vendemmia con gli amici,  le notti bianche e i risvegli all'ora di pranzo…

Vi si legge la volontà instancabile, quasi disperata, mai rassegnata,nel cercare una comunicazione,  un momento per trascorrere  un'esperienza da vivere insieme (la salita sul Colle della Nasca), nonostante ritrosie e mancati interessamenti,  incurante del fatto che l'ordine dei piaceri e dei doveri non sia più lo stesso per tutti, così come la condivisione delle regole e dei compiti.

“Se vieni con me al Colle della Nasca, ti pago. Un tanto al chilometro, o un tanto per ogni ora di cammino, ci mettiamo d'accordo, non è quello il problema… Contanti? Un assegno? Un bonifico?”

È un padre che non si arrende e che vuole far parte e capire il mondo del proprio figlio, così come desidererebbe  che questi  facesse parte del suo; Lui, proprio lui che da bambino ha vissuto la netta separazione del mondo adulto da quello infantile, diverso da quello odierno in cui i due emisferi  ora  si confondono e si intersecano.

“Fino a che potevo mangiare semolino, sogliola e crème caramel con mio fratello, tra le rondini che sfioravano il terrazzo, voleva dire che potevo rimanere bambino. Che ero un bambino… la presenza rassicurante degli adulti, gli addetti alla mia cura, i miei protettori. Del loro mondo io ero ai margini. Ma non un esiliato. Ero incluso nell'aura della grande famiglia, ma lasciato nella mia periferia di luce calante, di meditabonda ignavia, di irresponsabilità…”

Michele SerraSerra, ad un certo punto, introduce nella storia anche il suo desiderio di raccontare una storia, in cui dalla contrapposizione del mondo dei Giovani e dei Vecchi , trarrà  ispirazione per raccontare la trama di un libro che scriverà: la cronaca di una guerra cruenta, violenta, ambientata nel 2054 tra l'esercito dei Giovani e l'armata dei Vecchi, in cui spicca la figura fondamentale del  comandante Brenno Alzheimer, strenuo e impavido vecchio,  traditore e  sostenitore del “giovane nemico”.

È una metafora che rappresenta lo scorrere inevitabile di un tempo  in cui l'adulto deve trovare il coraggio e l'umiltà di deporre le armi, e  abbandonare la propria postazione per far spazio e lasciare la libertà al giovane di diventare adulto e autonomo.

La difficoltà dell'adulto, di ogni genitore sta nel discostare lo sguardo dal proprio figlio, nel non concentrarsi più su di lui, nel non caricarlo di aspettative e nel non considerarlo sempre sprovveduto e straniero nel mondo,  nel saper cedere il passo, rimanere nelle retrovie e non poter più essere il regista della sua vita: eppure è solo in quel momento che i figli sanno stupire, sanno tener  testa e dimostrarsi capaci e responsabili.

Allora e solo allora, ci stupiremo nel vedere quanto  siano saldi sulle proprie gambe e non potremo più chiamarli “sdraiati”, ma dovremo guardarli  da lontano, e chiamarli per nome  per dire loro: “aspettami”.


Michele Serra, “Gli sdraiati”
Feltrinelli editore (collana “I narratori”); 108p.; €12
Disponibile online su:
- laFeltrinelli (-15%)
- IBS (-15%)
- inMondadori (-15%)

 

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