Viene a trovarmi Simone Signoret di Bijan Zarmandili

Il commento...

“Viene a trovarmi Simone Signoret”
di Bijan Zarmandili

Lo shock della notizia, che era stato imprigionato nel 2010 il regista Jafar Panahi (pluripremiato a Venezia e a Locarno, già aiuto regista del grande Abbas Kiarostami) fu tale per Bijan Zarmandili da indurlo a scrivere un romanzo in omaggio al cinema iraniano, grande a suo dire nonostante la rivoluzione komeinista, gli otto anni di guerra con l'Iraq, la repressione.
La cinefilia dell'autore deriva dal fatto di essere figlio del direttore del più bel cinema di Teheran, il Metropole ed avere così potuto vedere tutti i film italiani e francesi che si proiettavano negli anni 60, maturando un vera predilezione per i noir francesi.

Dissidente, membro della dirigenza della sinistra iraniana, oppositore dello scià Reza Pahlavi, Zarmandili esule a Roma sin dal '60, fu capo redattore esteri di “Astrolabio”, collaboratore di “Politica internazionale” e di Rai News 24, oggi esperto di politica mediorientale per il gruppo Espresso-Repubblica e Limes. Rilevanti sono le sue biografie su Mossadegh e sull'Ayatollah Komeini.


Bijan Zarmandili, foto-ritratto di Massimo Pistore

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“La grande casa di Monirrieh” (disponibile online su laFeltrinelli e IBS) del 2004 è il suo primo romanzo al quale ne seguiranno altri quattro, l'ultimo dei quali “Viene a trovarmi Simone Signoret” (edito da Nottetempo; disponibile online su laFeltrinelli e IBS) è la storia di un amore impossibile e negato, una storia di morte, di rivoluzione, protagonisti un ragazzo ebreo di famiglia benestante e una ragazza musulmana, figlia del temibile capo della Savak, la crudele polizia dello scià.

Il fascino del romanzo è la sua costruzione a scatole cinesi, una storia nella storia, che si dipana così su due livelli: quello della realtà, la storia sopra raccontata, e quello della immaginazione, del povero vecchio regista Changiz, l'io narrante. Egli è imprigionato nel terribile carcere di Evin, con l'accusa di ammiccamento al sionismo, un crimine contro la sicurezza nazionale, proprio a causa della tipologia della storia da lui scelta per la trama del suo film, che viene subito censurato dalle autorità, prima ancora di iniziare a girare.

E così nella solitudine della sua cella, dove filtrava una pallida luce, la sua ossessione, Changiz potrà iniziare a girare le sequenze del suo film proibito, seguendo la sua inclinazione, e riuscirà in questa stupefacente operazione con l'aiuto della sua sola fantasia. Le inquadrature si susseguono nella mente ad onde continue, che gli permettono di evocare, tra uno stacco e l'altro, molti dei migliori film proiettati in quegli anni in Europa.

Intanto gli eventi della storia avanzano inesorabili in una rimpianta Teheran assediata dalla neve, fino alla tragica fine, inaspettata per il lettore, propria degli amati noir francesi. E quando alla fine Changiz uscirà dal carcere troverà ad attenderlo la saggia moglie Ozra, con la sua inseparabile sigaretta, proprio come la Simone Signoret di “Una giornata amara”.

E tu lettore a fatica potrai distinguere verità e fantasia perché come bene sanno i bambini iraniani, ogni loro storia inizia con “Yeki bood”-Yeki nabood”, e cioè “C'era una volta”-“Non c'era una volta”, per provocare un piacevole spaesamento. Proprio del DNA della gente iraniana, dalla fervida vena favolistica.


Scena da “Ragbar”, di Bahrām Beyzai

Marilena Poletti Pasero

(recensione per © Arcipelago Milano)


“Viene a trovarmi Simone Signoret”
di Bijan Zarmandili
Nottetempo, 2013
pp. 200, euro 14 (-15% online su laFeltrinelli e IBS)


Le immagini del presente post sono dei rispettivi autori e proprietari e sono state selezionate a cura della redazione de “imieilibri.it”

 

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