Le correzioni di Jonathan Franzen

Il commento...

“Le Correzioni”
di Jonathan Franzen

“I genitori correggono i figli. I figli correggono i genitori. La famiglia, abitacolo dei sentimenti e delle emozioni, è lo spazio della disputa. Le correzioni perpetrate e subite al suo interno, contribuiscono a definire il nostro rapporto con gli altri. Prende gradualmente forma la correzione sociale.”

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È un universo centrifugo, affollato di storie e personaggi e con le sue leggi ineluttabili, quello che Jonathan Franzen costruisce ne “Le correzioni” (disponibile online su la Feltrinelli e IBS).

Una casa fatiscente nel Midwest americano, in cui gli ormai anziani Alfred e Enid “sopravvivono”, letteralmente sommersi di oggetti e cimeli del passato e vittime di una sorta di sindrome di accumulo complessivo -che sembra  riguardare non solo oggetti, ma esperienze, relazioni, idee- e che la voglia della donna di riunirvi i figli per un ultimo (felice?) Natale, trasforma nel nucleo centrale entro cui gravitano ricordi e futuri sperati dei personaggi della saga.

In mezzo un’intera esistenza spesa a tessere trame alternative per vite che -non si è pronti a riconoscere- hanno preso strade troppo diverse da quelle previste.


(fonte: blogs.edf.org

Come spiegare al circolo di amici benpensanti, abituati a sposare i figli con cerimonie pompose e feste degne di Hollywood, che la piccola Denise, unica figlia femmina e chef apprezzatissimo sulla costa, un marito non lo cerca perché preferisce avventure sentimentali con le mogli? O che Chip non ha rinunciato a un posto in università tanto per inseguire il sogno -che tra l’altro lo vedrà invischiato in una losca situazione ai confini del legale in Lituania- della sceneggiatura, quanto a causa di un “comportamento sessuale scorretto”? E che dire poi del primogenito Gary sull’orlo di una terribile depressione a causa di un matrimonio infelice?

Aveva perso le tracce di ciò che voleva, e poiché una persona è ciò che vuole, si poteva dire che avesse perso le tracce di se stesso.

Grazie a Enid, concentrata a smaltare e imbellire la superficie visibile della sua vita e a proteggere la sua famiglia da maldicenze e commenti i malevoli (perché relistici?), Franzen costruisce uno dei ritratti più nitidi di una malattia narcisistica sempre più diffusa. Abituati a scegliere imago di successo, felicità, realizzazione, ed educati da un continuo sottofondo -anche- mediatico ad anteporre l’“esserci”  -inteso come essere degno di nota, distinguersi dall’altro- all’“essere”, si finisce per impegnarsi in un continuo marketing di se stessi, che rende preferibile -ad esempio- che la gente ci pensi columnist di una delle più importanti testate della zona, che saperci firma di un giornale dalla dubbia moralità. E se è vero che ognuno è il racconto che fa della sua vita, siamo tutti un po’ Chip (lui sì diegeticamente), impegnati a riscrivere continuamente sceneggiature possibili dei nostri giorni o, meglio, della loro versione patinata.

(fonte: elclavo.com)
Un esempio? Le nostre bacheche social (è forse un caso che anche linguisticamente il richiamo sia il “mettere in mostra”?): pensate come universi confermativi e narcisistici, in cui ignorare (è facile quanto il gesto di un ban) l’alieno, il diverso che ci spaventa perché ci destabilizza, e che inventano una grammatica delle relazioni fatta solo di “mi piace” (interessante, al proposito, una riflessione con cui lo stesso Franzen invita a considerare realistiche solo relazioni that hurts).

“La sola cosa che non dimenticò mai fu come rifiutare. Tutte le correzioni di Enid erano state inutili. Era testardo come il giorno in cui l'aveva incontrato. E tuttavia quando morí, dopo averlo baciato sulla fronte ed essere uscita con Denise e Gary nella tiepida notte di primavera, Enid sentí che niente poteva più uccidere la sua speranza, niente. Aveva settantacinque anni e intendeva cambiare alcune cose nella sua vita.”

L’omosessualità, la depressione, le violenze di genere, il gap generazionale -archetipo di certa letteratura ed espressione della delusione dei figli nei confronti di padri incapaci di inventare per loro un futuro degno di essere considerato tale- e ancora la vecchiaia, il progresso medico-scientifico e le malattie degenerative, colorano di tinte (iper)realistiche il mondo dei Lambert. Un mondo che è anche un’istantanea impietosa dei rapporti di coppia che sempre asimmetrici, mai davvero paritari e spesso incapaci di superare definitivamente la fase di idealizzazione rischiano di diventare anche loro eterne ed imperfette “correzioni” da operare per provare a fare dell’altro estensione del sé.


(fonte: vitadicoppia.blogosfere.it)

“L'amore che si prova per qualcuno è un sentimento di tale portata da instillare in chi lo prova una finezza del sentire molto particolare. Questa sensibilità è l'unico strumento a disposizione per percepire l'indole dell'amato, per definirne i confini e capire, di conseguenza, quali linee non oltrepassare. Se non si affina questa sensibilità e si lascia il timone al capriccio del momento oppure a fredde dottrine, la deriva è inevitabile. Dato che l'errore è comunque inevitabile, forse sarebbe meglio tentare di contenere il disastro.”

Jonathan Franzen, classe ’59, è uno scrittore e saggista statunitense.  Esordisce nel 1988 con “La ventisettesima città” (disponibile online su la Feltrinelli e IBS).
“Le correzioni” è il romanzo che lo consacra al pubblico e alla critica e per il quale viene premiato, nel 2002, con il National Book Award.
È ormai da anni uno dei nomi più quotati nel TotoNobel.

ViDa

© 2013 imieilibri.it

 

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