La scimmia nuda di Desmond Morris

Il commento...

“La scimmia nuda”
di Desmond Morris


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“Alla fine comparve la scimmia, e tutti compresero che l'uomo era ormai vicino. E fu proprio così. La scimmia continuò a svilupparsi per cinque milioni di anni, e quindi si trasformò in uomo, almeno in apparenza.” (Mark Twain)

Il saggio “La scimmia nuda” (disponibile su laFeltrinelli e IBS) dedicato da Desmond Morris, zoologo di fama internazionale, all’uomo, è uno degli scritti più irriverenti sulla nostra specie; lo sguardo dello scienziato segue infatti il nostro sviluppo dalla preistoria fino alla modernità. Un bel salto dunque, da una precaria posizione semi-eretta alla conquista della luna, capace di farci inorgoglire ogni volta che ricordiamo le nostre “umili” origini…

Ma quando siamo tronfi e soddisfatti di appartenere alla specie più unica e strabiliante del pianeta, ecco che interviene la sferzante penna di Morris a ricordare quanto, nonostante televisioni a schermo ultrapiatto e cellulari di ultima generazione, siamo solo una variante delle cento novantatré specie di scimmie sulla terra, e per di più l’unica sprovvista di peli.
Esaminandone caratteristiche fisiche e comportamentali, lo zoologo segue con attenzione gli aspetti relazionali più comuni, al fine di dimostrare quanto l’uomo sia, in sostanza, il primate più sensazionale tra quelli viventi…

Il continuo parallelismo tra uomo e scimmia non ha né uno scopo farsesco, né un fine ridanciano: l’obiettivo dell’autore è quello di mostrare quanto ogni nostro atteggiamento, dall’esigenza di formare una coppia al desiderio di affermarsi sul lavoro, nasca da una meravigliosa mescolanza che abbiamo effettuato tra alcuni retaggi da primati -come la ricerca di una compagna stabile e la capacità a vivere in gruppo- e alcune modifiche da carnivori come l’abitudine a consumare pasti abbondanti e scaglionati, o la scelta di dimorare in un “rifugio” fisso.

In sostanza però, dalla preistoria ad oggi, le esigenze dell’uomo/scimmia non sono poi tanto cambiate: al posto della caccia è subentrato il lavoro (così come il territorio di caccia si è trasformato nel posto di lavoro), il rifugio si chiama “casa” e la famiglia è tutelata dalla legislazione ma la ricerca di cibo, riparo e amore non è certo mutata.

E se in questa corsa evoluzionistica abbiamo ottenuto grandi vantaggi, non dobbiamo nemmeno dimenticare i fattori meno positivi: non solo i peli scomparsi, banditi dall’estetica vigente, ma anche aspetti più intimisti come il rapporto cucciolo/madre: se quello della scimmia rimane infatti aggrappato al corpo della mamma per assicurarsene il contatto, al nostro bebè non rimane che il pianto o il riso per attirare la vicinanza e la protezione della madre.

Perfino il pericolo più grande per la nostra specie, ormai dominatrice del globo, nasce proprio da questo progressivo processo di affrancamento.
Infatti, nelle fasi di aggressività massima ogni animale attacca e ferisce; se però il rivale mostra indiscutibili segni di sottomissione e pacificazione, la furia -nella maggioranza dei casi- si arresta, evitando così morti continue che potrebbero causare l’estinzione della specie.

L’evoluzione della nostra tecnica bellica però, sempre più “a distanza” e volta a minimizzare il contatto fisico diretto (basti pensare alle armi nucleari!) elimina la possibilità di resa, l’eventuale pietà, la clemenza per il nemico vinto.

Guerre di questo genere potrebbero dunque portare all’auto-eliminazione della specie umana, alias “scimmia nuda”, e lo scientifico pacifismo di Morris non è che un ammonimento: se non torniamo un po’ scimmie, rischiamo di cancellare una delle creature più vivaci e intelligenti che la natura sia mai stata in grado di produrre.

Caterina M

© 2013 imieilibri.it

 

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