Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer

Il commento...

“Molto forte, incredibilmente vicino”
di Jonathan Safran Foer


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“Ho pensato a tutte le cose che tutti ci diciamo l'un l'altro, e che tutti dobbiamo morire, o fra un millisecondo, o fra giorni, o fra mesi, o fra 76 anni e mezzo se uno è appena nato. Tutto quello che è nato deve morire, e questo significa che le nostre vite sono come i grattacieli. Il fumo sale a velocità diverse, ma le vite sono tutte in fiamme, e tutti siamo in trappola.”

Ci sono momenti della Storia destinati a travolgere, nel loro inevitabile farsi, le vite di centinaia di migliaia di eroi normali e, proprio per questo, a entrare di default -e a prepotenza- nell'immaginario comune.

L'11 settembre è uno di questi.
Fumo, macerie, gente che vola (cade o si butta?) dai piani più alti delle Twin Towers.
È fatta di questo la memoria episodica di quel giorno. Tanto che si fatica a distinguerla da quelle di un (ben fatto) fantasy hollywoodiano.
Tanto che ci si chiede “cosa” qualsiasi rielaborazione fantastica possa aggiungere al reale.

Eppure Jonathan Safran Foer ci prova, solo quattro anni dopo, con “Molto forte, incredibilmente vicino” (disponibile online su laFeltrinelli e IBS).

Protagonista Oskar, una vittima qualunque e possibile di quel giorno. Non un sopravvissuto, né uno dei tanti eroi per un giorno che spalarono macerie per salvare vite umane. “Solo” il figlio di un uomo che quella mattina di fine estate si trovava al 27 piano della torre, destinato a diventare il simbolo del dolore di un intero paese e di una tragedia che, come le migliori, colpisce davvero soltanto chi resta.

Catalizzatore una chiave, trovata per caso tra i “resti” del padre, l'idea, la speranza che si tratti di una delle tante “cacce al tesoro” che era solito organizzare per il figlio e che lo porti a scoprirne l'ultimo messaggio mancato.
Risultato? Un doppio romanzo di formazione.

Per Oskar attraverso una New York amichevole nemica con i suoi palazzi troppo alti, le sue strade troppo affollate, gli spostamenti troppo lunghi e difficili a piedi, alla ricerca di un segreto inconsistente, accompagnato, come ogni viaggio dell'eroe che si rispetti, da aiutanti, antagonisti e presunti tali, prove da superare prima di scoprire poteri e abilità nascoste.

Per il lettore attraverso un mondo, quello a prova di bambino abitato dal protagonista, in cui tutto è possibile, in cui solo la creatività -quella che di certo non manca a Oskar che, a forza di inventare oggetti, situazioni, riscrivere finali possibili (non rimane illesa neanche la più classica delle knowledge tragedy, con una utopica recita dell'Amleto con un Yorick inaspettatamente protagonista) diventa ottima metafora del creare narrativo- può vincere il dolore.

“E il cuore mi va in pezzi, certo, in ogni momento di ogni giorno, in più pezzi di quanti compongano il mio cuore, non mi ero mai considerato di poche parole, tanto meno taciturno, anzi non avevo proprio mai pensato a tante cose, ed è cambiato tutto, la distanza che si è incuneata fra me e la mia felicità non era il mondo, non erano le bombe e le case in fiamme, ero io, il mio pensiero, il cancro di non lasciare mai la presa, l'ignoranza è forse una benedizione, non lo so, ma a pensare si soffre tanto, e ditemi, a cosa mi è servito pensare, in che grandioso luogo mi ha condotto il pensiero? Io penso, penso, penso, pensando sono uscito dalla felicità un milione di volte, e mai una volta che vi sia entrato.”

Sullo sfondo della cronaca di quei giorni, di tragedie passate -da Dresda a Hiroshima-, di un (dis)amore -quello dei nonni- antico, che vive di lettere, parole mancate, abbandoni solo temporanei; il nucleo del “pirotecnico” -così lo ha definito la stampa internazionale- romanzo di Foer è, infatti, proprio il dolore. Quello prematuro di un figlio che ha sentito morire il padre e un po' si sente colpevole. E, insieme al suo, quello di un'intera nazione e il suo tracollo sugli individui. Quello da ospedalizzare -si vedano i tentativi (mal riusciti) della madre di Oskar di “guarire” il figlio con l'aiuto di uno psicoterapeuta- o, al minimo, da ignorare. Quello, senza tempo, di una società che, come accadde quel giorno, insieme ai suoi simboli vede crollare i racconti mitici che da sempre ha avuto bisogno di creare. Quello da cui guarire è (im)possibile, l'unica via di salvezza è scenderci a patti e che ti lascia solo lo spazio per continuare a far girare all'indietro i fotogrammi della vita.

«Perché credi di essere qui, Oskar?»
«Sono qui, dottor Fein, perché mia madre è turbata dal fatto che trovo la mia vita impossibile.»
«E la cosa non dovrebbe turbarla?»
«Niente affatto. La vita è impossibile.»

Con una calcolata ingenuità narrativa -fatta di lunghe digressioni, infinite ripetizioni, continue ellissi e salti nel tempo- Foer sembra precipitare il lettore in un mondo “oskarcentrico”, in cui anche i concetti di normale-anormale, giusto-sbagliato, buono-cattivo si appiattiscono su di una spiazzante sensibilità da ragazzino.

Note al margine? Un romanzo (da cui, nel 2012, è stato tratto l'omonimo film) che raccoglie in pieno l'eredità -crossmediale- del tempo: dalle tantissime istantanee, solo in parte diegeticamente giustificate, ai ritagli di giornali, ai post-it e le lettere scambiate dei nonni, fino ad arrivare al tentativo finale -dal gusto retrò e simile alle prime tecniche di animazione- di dar movimento alle immagine: tutto si con-fonde complice la creatività centrifuga di cui solo un bambino è capace.

Jonathan Safran Foer è uno scrittore e saggista statunitense. Esordisce nel 2002 con “Ogni cosa è illuminata” (di cui potete leggere un commento), per cui ha ricevuto il National Jewish Book Award e un Guardian First Book Award. “Molto forte, incredibilmente vicino” è il suo secondo romanzo.

ViDa

© 2013 imieilibri.it

 

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