Le lacrime degli eroi di Matteo Nucci

Il commento...

“Le lacrime degli eroi”
di Matteo Nucci


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“La disgrazia di non piangere è una delle più crudeli nei sommi dolori” (Silvio Pellico)

Se l’atto del piangere è decaduto da suprema forza umana a vergognosa debolezza da nascondere lo dobbiamo a Platone: se risaliamo ai poemi omerici infatti, dei ed eroi piangono in (sovr)abbondanza.

Ne “Le lacrime degli eroi” (edito da Einaudi; disponibile online su laFeltrinelli e IBS) Matteo Nucci, giornalista e appassionato di lettere classiche, traghetta il lettore verso un mondo dove le abbondanti lacrime non solo sono esibite, ma non pregiudicano neanche la virile reputazione di imbattibili guerrieri come Achille, Diomede, Agamennone, Odisseo, Ettore

I motivi di questi pianti sono i più diversi: dalla nostalgia all’amore, dalla rabbia alla disperazione, né achei né troiani temono di scoppiare in fragorosi singhiozzi, sino a tremare: difatti, nonostante i due poemi classici (Iliade ed Odissea) abbiano come background culturale la cosiddetta “società della vergogna” -vale a dire che ogni azione si giudica pubblicamente, al cospetto di tutti- nessuno degli eroi considera il pianto come uno svilimento della propria forza.

Al contrario, il coraggio di piangere nasconde “il germe di una passione indomabile”, un furore e un desiderio di auto-affermazione che inducono i protagonisti a sconfiggere anche il nemico più subdolo: la paura.

Piangere significa infatti lasciar sfogare gli istinti più distruttivi e cedere alle lacrime consente di ritrovare maggior forza.

Sarà proprio il feroce Achille, ad esempio, a riemergere ancora più spietato, ancora più indomito, dopo la morte dell’amato Patroclo: prima di affrontare il più forte dei troiani, quell’Ettore domatore di cavalli, il principe greco verserà amare lacrime sulla sorte del compagno, lasciandosi trasportare da un nero e lugubre lamento dopo essersi cosparso il capo di ceneri.


fonte: fotocommunity.it

Del resto, la stessa stirpe umana è frutto di “terra e lacrime”: questo sfogo non si disgiunge dunque dalla natura dei mortali, che vi ricorrono con naturalezza, quasi che piangere costituisse la più ovvia panacea per ogni dolore. A differenziarsi, semmai, sono le modalità di questa reazione, descritta da Omero con grande dovizia di aggettivi e verbi: gli eroi (ma non solo) urlano, gridano, singhiozzano, si accasciano, tremano, lasciano scorrere lacrime calde o sentono strozzarsi in gola lacrime fredde, piangono sino a patire la fame o, al contrario, si saziano del loro pianto.

Eppure, in questo strepito, non sono mai definiti ridicoli, ed è questo il passaggio decisivo: quando Achille e Priamo, l’anziano re di Troia, mescolano le lacrime sul corpo straziato di Ettore la scena è drammatica, carica di sofferenza, straziante forse, ma ben lontana dal farsesco.

Ripercorrere la “storia del pianto”, ambientata nell’Ellade popolata di templi e roccaforti ma modernissima nei suoi meccanismi sociali, significa indagare le fragilità insite in ogni uomo: nemmeno i ricchissimi/arroganti/invincibili re -sembra questa infatti la morale di Omero- possono sfuggire al desiderio di piangere.

Nemmeno i potenti e facoltosi uomini politici possono resistere al dolore, come Pericle, indiscusso leader dell’Atene democratica: “un urlo stridulo devastò la quiete del Ceramico. I singhiozzi salirono al cielo come grida di uccelli. Erano singhiozzi che tutta Atene avrebbe potuto sentire. Perché Pericle per la prima volta pianse. Pianse con tutta l’energia che aveva in corpo, tutte le lacrime che non aveva pianto per anni e anni di battaglie politiche e personali, vittorie, sconfitte, delusioni, amari trionfi. Pianse a lungo. E quando smise di piangere, attorno a lui erano rimasti solo i più fedeli”.

Insomma, anche se piangere e sfigurarsi di dolore in pubblico è oramai demodé, dovremmo tenere a mente le parole, se non di Omero, quantomeno di Tolstoj: “Io non amo le lacrime, ma penso che peggio di tutto sia non poter piangere”.

 

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