Alkamar. La mia vita in carcere da innocente di Giuseppe Gulotta/Nicola Biondo

Il commento...

“Alkamar”
Sulle tracce di una storia irrisolta e dai colpevoli innocenti

«Per trentasei anni sono stato un assassino. Oggi finalmente mi posso abituare a un’altra vita, quella che non ho mai avuto. Una vita da uomo libero, perché innocente lo sono sempre stato» (Giuseppe Gulotta)

C'è un'Italia delle stragi, dei grandi misteri irrisolti che, da troppo tempo, aspetta risposte e colpevoli.

Tra queste c'è anche quella (a cui Lucarelli ha dedicato una puntata del suo BluNotte) della casermetta di Alcamo Marina, frazione di un comune del trapanese: è il gennaio del '76 quando i due carabinieri di guardia vengono trovati uccisi.

Dietro, si scoprirà dopo, c'è probabilmente una intricata questione di servizi segreti e uomini dello Stato che trattano con gruppi neofascisti, traffici di armi e droga. Per questo, per mettere a tacere lo scandalo che ne può venir fuori, è più facile velocizzare le indagini, non importa quanto rischiano di diventare grossolane, trovare alla svelta un colpevole a cui dare un nome.

È questa la storia di Giuseppe Gulotta, che ora prende forma, grazie anche al giornalista Nicola Biondo, in un libro “Alkamar” (edito da Chiarelettere; disponibile su laFeltrinelli.it e IBS), che verrà presentato in un mini-tour per l'Italia.

Aveva diciotto anni, allora, Giuseppe Gulotta, faceva il muratore e tutto si aspettava tranne che di dover passare più di ventanni in carcere per una colpa che non aveva. È dalla sua stessa voce che sentiamo raccontare (nel prologo disponibile qui) che:

«mi hanno costretto a firmare una confessione con le botte, puntandomi una pistola in faccia, torturandomi per una notte intera. Mi sono autoaccusato: era l’unico modo per farli smettere».

Da quel momento e per i successivi ventidue anni si è ritrovato dietro le sbarre, con l'accusa di duplice omicidio, con il dolore più grande di aver dovuto mettere in pausa la sua vita, quella di fuori fatta del lavoro, degli affetti, dell'amore per Michela che ha conosciuto in attesa della sentenza definitiva, di un figlio, William, cui non ha mai potuto fare da padre e verso cui il rimpianto più grande, dice, sarà di avergli negato un'infanzia normale, fatta di piccole cose, come poterlo accompagnare a scuola.

Trentasei anni -e almeno nove processi e incontabili trafile giudiziarie- ci sono voluti da quel fatidico giorno del '76 per avere giustizia, perchè uno dei carabinieri presenti alle torture testimoniasse a favore di Gulotta che, finalmente, viene assolto per completa estraneità ai fatti.


(fonte nottecriminale.it)

Anni di dolore, di alienazione per lui che, innocente, è quasi costretto a pensarsi l'assassino, come tutti gli altri lo credono, a vedere tante persone “giocare con la sua vita” per “pacificare i patti e i ricatti, i segreti e le menzogne”, per “restituire la pace (…) ai due carabinieri uccisi, ai loro colleghi che li dovevano vendicare e a quelli che, pur sapendo o intuendo la verità, dovevano trovare un falso colpevole”.

Ma soprattutto anni di lotta, sempre a testa alta, per cercare di dimostrare una verità che ora rivive nelle parole di un libro, un po' memoriale, un po' sfogo verso la latitanza delle istituzioni e dell’arma dei carabinieri che, neanche dopo la conclusione giuridica della vicenda, sembrano aver ammesso le proprie responsabilità.

Gli incontri saranno, allora, il tentativo di raccogliere il grido di un uomo dalla storia tanto terribile e violenta da sembrare capriccio di fantasia poliziesca e, allo stesso tempo, tanto tristemente italiana in alcuni suoi tratti -le lungaggini giudiziarie, i misteri mai risolti e i veri colpevoli fuori dalle carceri-, che a breve sarà discussa in Corte Europea dei Diritti Umani alla quale i legali di Gulotta hanno di recente avanzato una richiesta di risarcimento da 50 milioni di euro.

ViDa

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