A “lezione” da Pupi Avati – reportage

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A “lezione” da Pupi Avati - reportage

Di seguito il reportage dell’incontro con il regista bolognese Pupi Avati, in occasione della presentazione del libro “La grande invenzione”, tenutosi a Milano lo scorso martedì 23 aprile.

“E' la vita che insegna, che costringe a fare i conti con un'emozione e, un attimo dopo, con il suo esatto contrario” (Pupi Avati)


(fonte: gossipetv.com)

Ad aver passato i settanta si è grandi abbastanza per poter riguardare all'indietro e cercare di tirare le somme: Pupi Avati ci ha provato con un'autobiografia, “La grande invenzione”, presentata in questi giorni in un mini-tour per l'Italia (vedi il post di presentazione).

Dall'intraprendenza di avi a volte ingombranti, all'amore non corrisposto per la musica, all'incontro con il cinema: la vita, gli affetti, le esperienze lavorative e gli incontri con i grandi dello spettacolo nostrano, rivivono con l'ironia, con la necessità di restare seri senza prendersi troppo sul serio che sono cifra dell'Avati uomo.

A partire da quella infanzia contadina a Sasso Marconi, ottima palestra per la creatività: complici le storie, a volte cruenti, sentite raccontare dai gesuiti perchè servissero da deterrente al peccato, e un buio pesto, di cui solo la campagna è capace, infatti, la notte passava solo con una buona dose di fantasia per inventare storie rassicuranti con cui riuscire a dormire.

Fino ad arrivare all'adolescenza bolognese, segnata da una proverbiale timidezza che, alle solite feste in case fumose e invase da giradischi gracchianti che suonavano Sinatra, lo costringeva a ballare con la più brutta della compagnia o, al meglio, a starsene appoggiato al muro a fantasticare.

Sarà per questo che è riuscito ad accumulare storie su storie, a trovare i mezzi migliori per raccontarle con quella sensibilità che si acquisterebbe solo a forza di restare ai margini, a guardare il mondo più che a viverlo: c'è una sorta di giustizia divina in questo, in fondo “i belli ci riescono solo se hanno qualcosa di irrisolto”.

Così uno dei registi e degli sceneggiatori più apprezzati del cinema italiano rilegge la sua vita con quella sincerità pacata di chi è soddisfatto abbastanza di com'è andata da non dover nascondere gli obiettivi mancati. Come la passione per il clarinetto mai riuscita a diventare professione, anche un po' per colpa del confronto, ovviamente perdente, con il genio musicale di Lucio Dalla, quell'eterno ragazzino, odiato e amato, che “raccontava tante di quelle balle su di sé, balle che poi puntualmente si avveravano”


(fonte: tempi.it)

Come la breve parentesi lavorativa nel settore dei surgelati. O, ancora, come l'insuccesso di botteghino dei primi film, tra l'altro finanziati da fondi regionali, che lo convinsero che non avrebbe potuto continuare a vivere a Bologna come lo zimbello del paese: “un giorno ero in un bar, mi dissero che al telefono c'era Dino De Laurentis, il produttore, che voleva parlare con me. Io con il cuore a mille andai al telefono. Partì una grandissima pernacchia: era evidentemente uno scherzo”, cosa che spiega il rapporto di amore ed odio con la sua città.

Ma quello che si concede ai suoi lettori è soprattutto quello degli aneddoti sui gli incontri con i grandi del cinema, fuori e dentro i set. A partire dall'incontro con Fellini che, con il suo “8 1/2”, avvicinò Avati al sogno del cinema: dopo avergli scritto decine di lettere ed essere venuto a conoscenza che, con una certa frequenza percorreva la stessa strada, decide di pedinarlo, fino a quando un giorno lo ferma e, dopo l'immensa paura iniziale di Fellini, nasce una grande amicizia.

Fino alle tantissime amicizie nate sul set: come quella con Katia Ricciarelli, convocata nel cast di “La seconda notte di nozze” quasi per sfida alla produzione, o con Giancarlo Giannini, di cui ricorda soprattutto l'estrema professionalità e l'impassibilità con cui lavora sul set , ma anche con Cesare Cremonini che, estraneo al mondo del cinema, ha imparato prestissimo e con naturalezza come recitare la sua parte in “Il cuore grande delle ragazze”.

A chi gli chiede come possano nei suoi film convivere, a volte nella stessa scena, dolore, tragedia e allegria, come riescano ad essere sempre così diverse le sue scelte registiche pur mantenendo quell'identità o, ancora, come possa far conviver l'anima noir, gotica -particolarmente accentuata in film come “La casa delle finestre che ridono”, con quella solare e pacifica della campagna, il regista risponde che “è la vita che insegna, che costringe a fare i conti con un'emozione e, un attimo dopo, con il suo esatto contrario”.


(fonte: infofermo.it)

Ma è soprattutto un Avati che vuole consegnare un messaggio positivo ai suoi lettori, soprattutto più giovani: non si deve lasciare che la crisi abbia la meglio sul proprio percorso individuale.

Non bisogna stancarsi di cercare il proprio talento che, purtroppo, non è sempre ciò che ci piace fare, ma è ciò verso cui abbiamo un'attitudine naturale, che ci riesce spontaneo, che ci fa sentire perfettamente a nostro agio e senza trascinarci qualcosa di irrisolto, fosse anche passare l'intera esistenza a fare fotocopie per altri.

Bisogna reinventarsi ogni giorno, mostrarsi al mondo con il proprio io migliore, anche a costo di mentire un po' a se stessi, prima che agli altri: è questa la più grande invenzione.

ViDa

© 2013 imieilibri.it

 


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