Il Sogno di Roma di Boris Johnson

Il commento...

“Il sogno di Roma”

di Boris Johnson

Boris Johnson, eletto sindaco a Londra nel 2008 e di nuovo nel 2012 per un secondo mandato, propone al grande pubblico un saggio inaspettato di storia antica: è noto infatti per essere una delle personalità più in vista della politica britannica (o, più banalmente, per la folta chioma platino) e solo pochi conoscono il suo passato da giornalista e, ancor prima, di antichista.
Già, perché il giovane Boris non si laureò certo, come si potrebbe supporre, in Economia o Scienze Politiche: studiò infatti Antichità Classica ad Oxford.

Ecco perché trascende dai soliti testi editi da politici, in genere autobiografie o tentativi di romanzi; rivestiti i panni dello storico, Johnson sale in cattedra per una lezione di antichità al fine dichiarato, importante sottolinearlo, di capire l’Europa moderna.

Qui si condensa dunque l’intento, innovativo e stimolante, del libro stesso: gli esempi del passato non sono trattati come fredda materia per specialisti, né tantomeno come divertissement per un élite colta che abbia voglia di rispolverare qualche nozione.


“Il giuramento degli Orazi” dipinto da David

Al contrario, in queste pagine la storia si fa viva, gioca con la cronologia e con le distanze geografiche, si riappropria di un linguaggio arioso e lontano da tecnicismi.

Il prodotto finale è un testo agile e divertente, dove l’intento didattico si scorge appena: Johnson sembra immune dalla sindrome di ostentazione di conoscenza spesso riscontrabile in questo filone narrativo e ne giova lo stile, brillante e senza fronzoli.

L’indagine di Johnson si apre con due aspetti centrali dell’Impero Romano, isolati per esser meglio circoscrivibili: questa coppia di spunti interpretativi guiderà tutta l’opera, attraverso l’analisi dell’autore (ancora una volta abile nel districarsi tra l’immensa mole di dati e fonti antiche).

In primo luogo, il lettore si concentra sulla forza dell’esercito dell’Urbe: difatti, il piccolo villaggio adagiato sui colli laziali divenne tramite questa gigantesca macchina da guerra una superpotenza mondiale, imbattuta per estensione geografica e capacità di assoggettamento di popoli diversi per lingua, tradizioni, cultura, religione e costumi.

La creazione di un immenso apparato burocratico, con al centro Roma, già allora “città eterna”, si resse però su presupposti totalmente diversi da quelli marziali: certo, si arrivò dalle gelide coste del Mare del Nord sino all’odierno Marocco (e molti altri confini si potrebbero tracciare) grazie ad un’invincibile armata, pronta a combattere nei territori più impervi, ma il successo dell’Impero risiede altrove.


“Il ratto delle Sabine” dipinto da David

La straordinaria fusione operata da una classe politica “avanguardista” consentì infatti di amalgamare all’interno di un’unica cultura condivisa quell’immenso numero di cittadini residenti nella tenebrosa Germania come nelle assolate pianure mesopotamiche. Essere romani era motivo di orgoglio e vanto, tanto da essere trasposto anche in chiave funeraria. Una delle immagini all’interno del saggio mostra infatti una commuovente stele di Magonza (antica Moguntiacum) raffigurante un terzetto familiare: Blusso, Menimane e il loro figlioletto.

Perché dovremmo interessarci a questi anonimi personaggi, inghiottiti da un passato oggi sempre più remoto?
Ebbene, questo nucleo celtico mostra quanto tenessero a sfoggiare abbigliamento e attributi romani, un segnale di come Roma riuscisse nel suo intento di incrementare il desiderio di diventare cittadini.

Ma cosa significava essere romani? In breve, appartenere ad un popolo eletto, ma non da entità metafisiche: i Quiriti si erano auto-dichiarati tali, e credevano in un processo di romanizzazione come sinonimo di acculturazione.

Tecnologia e leggi, in primis, oltre che riforme urbanistiche: ovunque si fondasse una nuova città, ecco che non potevano mancare i luoghi deputati allo svolgimento dell’attività politica, indispensabile per un impero retto sulla capacità di decentramento decisionale.

 

Come detto però, tutte le informazioni raccolte e articolate per grandi temi (dall’influenza di Roma nel panorama mondiale alla propaganda che impiegarono, dal come riuscirono a creare quel senso di appartenenza racchiuso nella formula “civis romanus sum” a cosa invece fallì e comportò il tracollo dell’Impero) sono funzionali ad uno sguardo colto sull’Europa di oggi.

Un’Unione sempre più divisa tra economie veloci e deboli, incapace di mescolarsi davvero, dove gli Stati Nazionali sono ancora, specie nei cittadini, l’unico punto di riferimento. Un’Europa che ha paura, ad esempio, di inglobare stati con religione e mentalità differente come la Turchia.
L’insegnamento tratto dal saggio di Johnson è però il seguente: il sistema romano funzionò perché in grado di accogliere le molteplici sfaccettature di ogni popolo, pur incanalandole e “romanizzandole”.

Razze e religioni diverse erano oggetto di interesse e curiosità, non di paranoie e paura: in chiave moderna, una riconciliazione tra islam e cristianesimo sembra dunque il primo passo per rievocare un sogno culturale già intrapreso all’epoca dei Cesari.
Il desiderio di unire le coste del Mediterraneo, sulla scia dell’antico impero, non è dunque una mera operazione economica o politica (nell’accezione peggiore del termine): riportare in auge quei concetti di tolleranza e integrazione significa dare all’Europa una speranza di pace sempre più solida.

L’Autore
Qualche ulteriore notizia su Boris Johnson: classe 1969, esponente del Partito Conservatore, è tuttavia un sostenitore di Barack Obama.
Ha studiato alla scuola europea durante la permanenza a Bruxelles, proseguendo poi ad Eton e Oxford. Come giornalista, ha ricoperto la carica di direttore della testata “The Spectator”. Tra le sue iniziative, ricordiamo la reintroduzione del latino nelle scuole pubbliche della Greater London: secondo il sindaco infatti, questa materia è “un inizio eccellente per comprendere la struttura della lingua”. “Il Sogno di Roma”, frutto dei suoi studi ma anche della grande passione nutrita per il mondo antico, è la sua prima opera letteraria.

 

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