Pro Patria di Ascanio Celestini

Il commento...

“Pro Patria”
di Ascanio Celestini


Su Amazon/laFeltrinelli/IBS/inMondadori

«E poi ci sta l’erbivoro, caro Mazzini. Sappiate che l’erbivoro è quello che sta dentro pertre giorni sardegnoli. Quello che esce oggi-domani-mai. Perché la pena è certa. E certo deve essere il giorno in cui finisci di scontarla. Quel giorno è scritto sulla tua cartella personale depositata in ufficio matricola. Sulla mia c’è scritto che uscirò il giorno 99 del mese 99 dell’anno 9999…»

Libertario, rivoluzionario, anarchico: Ascanio Celestini con questo testo, che è insieme un libro (edito da Einaudi; disponibile online su Amazon/laFeltrinelli/IBS/inMondadori) e uno spettacolo teatrale.

Un uomo tuta verde contro sfondo bianco, di parole di carta, di pezzi di giornale che tappezzano un muro.

Un uomo da solo, condannato a restare così per sempre, perché lui è un “erbivoro”, uno che alla galera ci ha fatto il callo, un ergastolano che di uscire - lo sa bene - non ha speranza.

«C’hanno tre caselle da riempire, devono metterci otto numeri, insomma una data. Non possono scriverci fine-pena-mai. Non si può scrivere ergastolo o erbivoro.
Cosí si sono inventati questo giorno astratto che somiglia tanto a quel punto all’infinito dove convergono le rette parallele.
Ma noi, Mazzini, sappiamo per certo che nella realtà due rette parallele non convergono mai. Per fortuna delle ferrovie. Non deraglieranno i treni a colpi di matematica!»

È il caso di trovare un modo per sopravvivere, anche lì dentro, nei rigorosissimi ingranaggi della procedura carceraria, in quel collaudato meccanismo alimentato a burocrazia, con i funzionari che ti perquisiscono corporalmente e ti sequestrano gli oggetti pericolosi (Ma chi lo sa quali sono gli oggetti pericolosi? I lacci delle scarpe? Una catenina d’oro? La copertina rigida di un taccuino da scagliare in testa al secondino?
«Non c’è un elenco ufficiale emanato con apposita circolare ministeriale…»
).

Ti proibiscono di avere rapporti sessuali e di tenere in cella più di dodici fotografie (sarà un numero maledetto, il dodici?), vogliono perfino una tua dichiarazione scritta e firmata per mettersi al riparo dall’insorgere di futuri istinti suicidi:

«Dopo il nome e il cognome ti chiedono se vuoi suicidarti. Tu rispondi «no, grazie», perché non ti va di finire in manicomio criminale coi matti. Non basta che glielo dici a parole, gli serve pure la dichiarazione scritta e firmata. Sembra una stupidaggine di burocrazia, ma nel caso che ti impicchi loro c’hanno quel pezzo di carta che gli salva il culo…»

L’ergastolano-Celestini che affabula gli spettatori in un monologo teatrale – mai noioso – di un’ora e mezza, o li conduce attraverso le 128 pagine di questo libro uscito per Einaudi, è uno di quelli che lottano. Uno che sta lottando da duecento anni, in prima fila in tutti e tre i “risorgimenti” italiani, da quello repubblicano se non anarchico di Pisacane, Mazzini, Orsini, e dei fratelli Bandiera; a quello partigiano e antifascista della Resistenza; finendo con il risorgimento attuale, che tutti stiamo vivendo magari senza accorgercene.

Tre storie diverse, anzi no: tre storie molto simili. Di rivoluzioni combattute dai figli e tradite dai padri. Di rivoluzioni fallite e di rivoluzionari sconfitti.

Sì, perché il punto è questo, e bisogna farci i conti: lo Stato ha vinto, lo Stato ha giudicato e sbattuto dentro, in galera.

«Quand’è che l’avete capito che era finita, Mazzini?
Quando finisce la rivoluzione?

[…]
Quando è che avete pensato “siamo sconfitti”, Mazzini?
»

Si ripete come un mantra la domanda dell’uomo solo sulla scena, alle prese con bilanci storici e generazionali da tracciare in un dialogo con due padri, il suo – quello vero – e l’altro – quello ideale –, Mazzini.

L’ergastolano è uno che ha letto, anche se solo i pochi libri che gli passano in galera. Conosce la storia del suo Paese, la ripercorre senza retoriche, s’interroga su cosa significano libertà e giustizia, non in astratto ma nella loro resa “pubblica”, nella loro interpretazione di Stato, o di legge, se preferite.

«Chi ruba una mela finisce in galera anche se molti pensano che rubare una mela è un reato da poco. e chi ruba due mele? chi ne ruba cento? quando il furto della mela diventa un reato? C’è un limite? C’entra con la qualità della mela? La legge è uguale per tutti e i giudici non si mettono a contare le mele. La statua della giustizia davanti al tribunale ha una bilancia in mano, ma entrambi i piatti sono vuoti. non è una bilancia per pesare la frutta…»

Rubare una mela è reato, e si finisce in galera. Ma in questa società, in cui solo pochissimi hanno le mele e tutti gli altri solo la fame, salta ogni logica: il reato vero è avere la mela, e chi la ruba compie un atto di giustizia.

Perché se io ho fame lo Stato non può giudicarmi: in quel caso sono io a giudicare lo Stato, a giudicarlo colpevole di spingermi a rubare la mela o a morire di fame.

Se il rivoluzionario sconfitto deve arrendersi e pentirsi, anche lo Stato deve farlo insieme a lui.

«Signor giudice, io mi pento se si pente anche lei. Facciamo così: ci pentiamo insieme.
Lei si pente di fare il giudice, si pente di credere ciecamente in quest’istituzione del tribunale, della galera? Lei si pente, signor giudice?
Se si pente lei, mi pento anch’io. Io depongo le armi, se lei depone la legge…»

Parola di Ascanio. E di tutti quelli che non ci stanno a essere giudicati.

Francesca M

© 2012-2014 imieilibri.it


Ascanio Celestini, “Pro Patria” - Edito da Einaudi

Disponibile online su:

- Amazon
- laFeltrinelli
- IBS
- inMondadori

 

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