Cronache di una giornata di (stra)ordinaria cultura

L'approfondimento...

Cronache di una giornata di (stra)ordinaria Cultura

Si fa presto a dire “Cultura”. Suona bene, suona da democrazia “illuminata”.

Certo che la cultura bisogna valorizzarla, difenderla a spada tratta da soggetti e comportamenti che potrebbero danneggiarla: chi non è d'accordo?

Ma... se questa dichiarazione diventasse un luogo comune valido per tutte le stagioni?

La lunga giornata degli “Stati generali della cultura” riuniti giovedì 15 novembre al Teatro Eliseo di Roma, in una sfilata di ministri, studiosi e addetti ai lavori con o senza discorso scritto davanti (molti i primi, pochi i secondi), si può riassumere così: un polpettone poco speziato da servire su un elegantissimo piatto da portata.

Scavando fra enciclopedie e definizioni (lo fa in apertura Giuliano Amato, presidente della Treccani), si cerca di capire innanzitutto cos'è questa famosa cultura, indicabile come insieme di cognizioni intellettuali acquisite dai singoli e sedimentazione di un patrimonio di conoscenze che i vari popoli ereditano dalla loro storia.

Un concetto, la cultura, sul quale fondare un nuovo “Rinascimento” italiano, pur se la cosa – ammette lo stesso Amato – suona enfatica e magari anche poco concreta, magari un po' di circostanza. 


Alessandro Magnasco – “Riposo dei banditi”

Per dare basi solide alla cultura si pensa allora di ricorrere al peso massiccio dei monumenti, alle statue di santi e alle colonne delle chiese, tracce in pietra e cemento del nostro patrimonio culturale che s'imprimono sulla pellicola di Vincenzo Cerami “Appunti per un film sulla rinascita italiana”.

“Il futuro è nel passato. La ricchezza è passato, e in tutto ciò che nel presente diventerà passato”, si sente dire dallo schermo, e il monito gode di una sua autorità oracolare nei partecipanti alla tavola rotonda della mattinata, che quasi solo di passato parlano, finché qualcuno dalla platea non ce la fa più e irrompe chiedendo a voce alta che si parli di futuro, una buona volta. In sala c'è “effervescenza”, inutile negarlo. è l'effervescenza di un'Italia che torna a farsi delle domande, dice il ministro della coesione territoriale Fabrizio Barca.


(fonte: Artribune)

E mentre il professor Andrea Carandini rimprovera al Ministero dei Beni culturali (e a Lorenzo Ornaghi che lo rappresenta) di essere un “morente rassegnato”, mentre Ilaria Capua dell'Istituto Zooprofilattico delle Venezie denuncia la “colla” burocratica in cui resta impigliata la ricerca scientifica, mentre il pubblico vocifera e qualche volta applaude, ci si chiede come uscire dal circuito delle polemiche e delle lamentele.
Le risposte ripetute da più parti parlano di buon uso delle risorse, interventi coordinati, qualificazione e progettualità, perché se è vero che i fondi subiscono continui tagli, altrettanto vero è che quelli disponibili vengono usati male (o non usati affatto) per l'incapacità di stilare progetti validi (così almeno dice il ministro Barca, al quale nel pomeriggio replicherà duramente il professor Pierluigi Sacco).


(fonte: MEDIA INAF)

Chiude la prima parte dei lavori l'intervento del Presidente Giorgio Napolitano con il suo mea culpa a nome di tutta la classe politica, colpevole di aver dimenticato troppo a lungo quell'emergenza culturale che in realtà emergenza non è più, ma radicato malcostume. L'appello è tornare all'articolo 9 della Costituzione (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”) e dargli piena applicabilità, tenendo in conto il fatto che l'apporto della cultura e della ricerca scientifica alla crescita del nostro paese va valutato non solo in termini di incremento del PIL, ma soprattutto in termini di immagine e prestigio dell'Italia (e del suo territorio) all'estero.

Insomma, se la cultura è la risorsa su cui puntare, bisognerebbe prima capire che è una risorsa con caratteristiche e modalità di funzionamento particolari.

Nel pomeriggio, il punto è chiarito a fondo dall'intervento di Pierluigi Sacco (uno dei più interessanti, vedi il video dell'intervento di Pierluigi Sacco su IlSole24Ore), che senza girarci troppo attorno mette a fuoco un'evidenza trascurata: è facile parlare di patrimonio culturale come fonte di crescita, ma la cultura non è come il petrolio (frase sentita nel cortometraggio di Cerami), che genera ricchezza per il fatto stesso che è lì e lo si può prelevare. La ricchezza della cultura, al contrario, non è passiva e dipende dalla capacità di generare comportamenti ed esperienze, ragion per cui serve a ben poco avere uno “stock” di oggetti (o di monumenti) che hanno un valore culturale se poi non li si inserisce in un circuito di partecipazione e fruizione collettiva.

Detto altrimenti, tutelare la cultura non è sinonimo di imbalsamarne i simulacri.

A pesare su tutto il settore – sulla cultura e la cosiddetta “industria creativa” – pare esserci una diffusa e capillare ignoranza. Come funziona la generazione di capitale nella filiera creativa? Le banche non lo sanno e, di conseguenza, non investono: non si può investire in qualcosa che non si conosce.

Peccato però che, lungi dall'essere un'entità filosofica e fumosa, la cultura si trascina dietro una serie di problematiche crude e prosastiche, come il precariato dei lavoratori dello spettacolo (circa 200.000 ricorda il direttore del Teatro Eliseo Massimo Monaci, molti di più di quelli di Fiat e Alitalia). Nessuno ha idea – continua Monaci – di come si articoli il panorama culturale di oggi, e questo porta a un'inefficace distribuzione dei fondi.
(Vedi il video dell'intervento di Massimo Monaci su IlSole24Ore)

fonte: ArmoniosacrescitaLa cultura è quella cosa di cui si parla tanto senza saperne nulla, per intenderci.
Una cosa che si pensa stia nei libri e solo in quelli, in qualche iperuranio raccontato dai poeti.

Nella sua accezione terrestre, invece, la cultura è una piramide spesso gestita da personaggi scelti in base a criteri politici e non meritocratici, dirigenti che si alternano come si alternano i governi e progetti che – per tale motivo – hanno il fiato corto (come denuncia il direttore dei musei civici di Venezia Gabriella Belli, in Italia ci sono musei e istituzioni culturali che vivono alla giornata, senza la possibilità di mettere in piedi una programmazione pluriennale). 

Meno burocrazia, meno interferenza della politica, più idee e più spazio al merito: in questa giornata l'hanno chiesto e promesso un po' tutti.

Chissà se fra i meno e i più i conti torneranno.

Chissà se di questi Stati resterà qualcosa, alla “Cultura” (e non a quella dell'iperuranio)!

Francesca M

© 2012 imieilibri.it

 

 

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