Ruggine e ossa di Craig Davidson

Il commento...

Ruggine e ossa”, quando il film non è abbastanza

“E nelle ore insonni delle streghe, ti viene in mente una domanda che mette alle strette con la sua semplicità: Valgo? Nella sana e netta luce del giorno è facile scacciare questi pensieri, ma quando l’alba ti risveglia filtrando dalle veneziane, tagliandoti la faccia in corridoi di giorno e tenebra, la domanda prende un peso opprimente. Quella che sostanzialmente è una questione biologica acquisisce un rilevanza morale critica, una questione di debolezza talmente radicata da influire a livello cellulare. E ti domandi se sei capace. Sei in grado di incontrare il mondo a pugni levati, procedendo senza paura? Sta tutto lì. Avanzare. Arretrare. Debolezza. Forza. Se sei capace, sei anche valoroso. Se no, non lo sei. A un certo punto dobbiamo rispondere tutti. A un certo punto dobbiamo guardare le cose in faccia. Sono capace? Valgo? Dorme accanto a te la donna che ami, i suoi respiri costanti sollevano appena le lenzuola, e tu pensi:Valgo? Valgo e poi...”
(da “Ruggine e ossa”, Craig Davidson)

Solitamente guardo un film dopo aver letto il libro da cui è tratto. Ma non capita sempre. Non è capitato con “Un sapore di ruggine e ossa” di Jacques Audiard (il regista del più famoso Il Profeta) liberamente tratto da “Ruggine e ossa” del canadese Craig Davidson.

Ho visto il film al cinema divincolandomi tra i seguaci di “Ted” e di “L’era glaciale”, riconoscendo nell’interminabile coda alla biglietteria chi era lì per prendere il mio stesso biglietto.

Il film mi è piaciuto quasi tutto... (mi è piaciuto soprattutto che durante l’intervallo la coppia alla mia destra abbia litigato per metà in francese e per l’altra metà in italiano per cose banali. E che lui se ne sia andato lasciando lei sola al cinema senza sapere cosa fare. Un film nel film).

Ci sono trucchi della cinematografia che non sono mai stata capace di spiegarmi, come quello di avere la bella Marion Cotillard senza gambe per più della metà del film.

Non sono una che legge le recensioni prima di andare a vedere un film, eppure m'aspettavo qualcosa di triste e al limite dell'umanità. E per quasi tutto il tempo Audriard è riuscito a rendere il senso di inadeguatezza alla vita dei suoi personaggi. Tutti sopravvissuti, loro malgrado, a vite in bilico.

Quello che mi è piaciuto meno è stata la sensazione di aver visto un finale totalmente inadatto alla storia ma terribilmente adattato al grande pubblico. Direi irreale e anche un po’ banale.

Il giorno dopo ho cercato il libro e l’ho letto d’un fiato. Una raccolta di racconti, di vite sull’orlo dello sfacelo che, in qualche modo, hanno un filo conduttore che le collega: un cane, un nome, un braccio

Davidson è preciso, pulito, tagliente e senza fronzoli. Arriva diretto come un montante allo stomaco (ha la fissa del pugilato) e ti lascia in bocca il sapore ferroso di una gengiva aperta, come del resto il titolo suggerisce.

I primi tre racconti sono i migliori, poi gli altri scendono un po' di tono, ma sono comunque scritti con maestria.

Se vi capita, leggetelo anche voi dopo aver visto il film. O finirete per avere delle aspettative troppo alte. (o cercate anche solo la colonna sonora da ascoltare mentre leggete il libro, perché è quasi perfetta).

Sullo scrittore canadese, due mostri della letteratura dicono:

«Queste grandiose, incantevoli storie di ragazzi nei pasticci rappresentano il miglior esordio che io abbia letto da parecchio tempo a questa parte»
(Bret Easton Ellis)

«Davidson balla sulla linea di demarcazione tra commedia e orrore, crudeltà e misericordia. I suoi racconti sono provocatori e sconvolgenti»
(Chuck Palahniuk)

 

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