I fiori blu di Raymond Queneau

Il commento...

“I fiori blu”
di Raymond Queneau

«Uno strato di fango ricopriva ancora la terra, ma qua e là piccoli fiori blu stavano già sbocciando…»

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“I fiori blu” (disponibile online su laFeltrinelli e IBS), di Raymond Queneau, è un libro incredibile!

Un continuo gioco di parole, un continuo giocare con le persone, con i modi di dire e di essere della società contemporanea all'autore (Parigi, 1960-1970 circa).

I personaggi non sono caratterizzati da meticolose descrizioni -solo un accenno alle loro fattezze fisiche-, ma da dialoghi interminabili che portano avanti la storia, le storie.

Sono infatti due storie che procedono parallele; due personaggi principali: uno che sogna e l'altro, ancora, che... sogna!

Ma chi sogna e chi è sognato?
È il Duca d'Auge -che torna sulla terra ogni 175 anni- a sognare Cidrolin?
O è Cidrolin -parigino, abitante di una chiatta sulla Senna- a sognare il Duca e i suoi due cavalli parlanti?
I loro sogni si alternano senza intervallo, senza respiro; si mescolano e si confondono -mi confondono, all' inizio- senza capire se a parlare e a rispondere sia l'uno o l'altro. Eppure, dopo un primo disorientamento, non ho perso mai “il filo”: ho continuato a leggere senza sosta, tanto è perfetta l'architettura di questo racconto!

È un precipitarsi di parole inventate, sognate, come scritte di getto; il tempo ed i luoghi sono surreali o meglio, in bilico vertiginoso tra realtà e sogno.

«Storie vere o inventate? Stia attenta con le inventate. Rivelano cosa c’è sotto. Tal quale come i sogni.»

Forse, nella citazione di Platone -“il sogno in cambio del sogno” (ὅναρ ἀντὶ ὀνείρατος)- che precede il romanzo, sta la chiave di lettura.
E proprio così, con apparente semplicità, Raymond Queneau, riesce ad ironizzare sulle tematiche più discusse nella Parigi, ma più in generale negli ambienti culturali della società del suo tempo. I suoi personaggi discutono di linguistica, di storia (...la storia generale in particolare e la storia particolare in generale...), di alchimia, dell'interpretazione dei sogni, della funzione della televisione, delle macchine...

È un libro “dotto”, dunque, pieno di citazioni poetiche e sarcastici riferimenti storici, ironiche allusioni all'attualità, ed ancora parodie ed allegorie, spesso difficili, ma trasformate con maestria e fantasia, in “facili” luoghi comuni.

Per questo mi è piaciuto: l'autore ha scelto un modo non scontato, ma efficace di far progredire la narrazione con i suoi personaggi, come un' opera teatrale, nella consapevole finzione di una spontaneità ricercata.

Mi piace infatti immaginare tutti, protagonisti e comparse, personaggi più o meno attivi (un altro tema rilevante nel libro è infatti l'opposizione dell' uomo frenetico con l' uomo statico/ozioso), che recitano su un palco -la chiatta di Cidrolin-, pronti ad apparire e sparire dietro le quinte, non appena il sonno prende il sopravvento, fino ad incontrarsi, tutti e... (aspetto che siate voi a leggervi il finale!).

Ma il merito di tanta naturalezza, non và solo all' ingegno e alla creatività dell'autore francese, bensì credo che sia in larga parte da attribuire alla bravura di Italo Calvino, nel tradurre in modo divertente e attento, un testo non facile da questo punto di vista, riuscendo a non appiattire quelle allusioni o quei giochi di parole che rendono brillante la narrazione.

«-Nomade pure lei?- domandò Cidrolin.
-Io? No. Sto in un hotel...
-E io in quella chiatta...
-hotel di lusso, addirittura...
-immobile...
-nel bagno ci sono i dobliusì...
-ormeggiata...
-ascensore...
-potrei anche farci mettere il telefono...
-telefono in tutte le camere...
-ha anche il numero civico azzurro, come le case...
-con la chiamata automatica per l' estero...
-è il ventuno...
-e al pianterreno c' è un bar...
-da camera mia potrei pescare...
-american bar...
-potrei pescare se pescassi ma pescare io non pesco.
-Ha ragione,- disse il passante interessandosi bruscamente all' argomento dell' interlocutore, -la pesca è crudele quanto la corrida...»


 

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